La caccia è aperta!

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-Rispondi al telefono, John, maledizione. Rispondi!!
Sherlock quasi lanciò a terra il cellulare, preda di una rabbia incontenibile.
Per l'ennesima volta in quegli ultimi minuti, si diede dell'idiota per non aver capito subito che dietro il volto innocente di quel praticante dall'apparenza insignificante si celasse quel bastardo di Sebastian Moran.
A sua discolpa, aveva indagato anche su di lui, senza trovare assolutamente nulla di sospetto: quel demonio si era nascosto molto bene.
Probabilmente aveva preso da anni il volto e l'identità del praticante: trasfigurazione, senza dubbio; sarebbe stato troppo impegnativo usare la posizione Polisucco per tre anni consecutivi.
-Sherlock. Credo che questo potrebbe essere utile.
Lestrade richiamò la sua attenzione, mostrandogli un file di Ted Harper, trovato da Mycroft negli archivi del Ministero.
-A quanto pare, ha prestato servizio in Afghanistan come cecchino.
Sherlock lo lesse rapido, gli occhi ridotti a due fessure.
-Allora è da più di tre anni che ha preso questa identità... Come ho potuto non indagare di più su quel maledetto??
Quasi scaraventò a terra anche il pc, invaso com'era dall'ira. Ripremette poi i tasti sul cellulare, che però suonò nuovamente a vuoto.
-Mycroft, stai cercando di localizzarlo??
-...Sì, Sherlock. Ma ci vuole un po' di tempo-gli rispose il fratello maggiore, lanciandogli un occhiata, e continuando a premere velocemente sulla tastiera del computer.

Il corvino si sedette su una sedia, le dita premute sulle tempie, mentre per la prima volta nella sua vita cominciava ad assalirlo il panico, insieme al senso di colpa.
Se lui non fosse tornato, ora il suo migliore amico non si sarebbe trovato in pericolo.
E se quel bastardo lo avesse già rapito?
E se avesse deciso di ucciderlo direttamente, invece di usarlo come ostaggio?
Forse l'aveva già...
Scosse la testa: non poteva permettersi di pensare una cosa del genere.
-Sherlock...
Si voltò di scatto, alla voce del fratello.
-L'hai localizzato?? Dov'è??-Fece subito, precipitandosi davanti allo schermo del computer: ma si accigliò, non appena vide l'immagine.
-...È qui. A Scotland Yard-mormorò Lestrade, anche lui incredulo.
Prima che Sherlock potesse dire qualcosa, uno degli Auror che Lestrade aveva messo a guardia del suo ufficio, bussò.
I tre uomini si guardarono un momento, incerti sul da farsi; poi
Sherlock si coprì col mantello, ridiventando invisibile: meno gente sapeva del suo ritorno, meglio era. Soprattutto ora che la vita di John poteva essere in pericolo.
-...Chiedo scusa, signori, ma... c'è una ragazzo, qui fuori, che chiede di parlare espressamente con lei-disse, entrando, rivolgendosi direttamente all'ispettore.
-Prendi tu qualsiasi denuncia-ribattè lui, distrattamente.-Ora non...
Ma L'Auror lo interruppe.
-Signore, c'è qualcos'altro... -aggiunse, la voce ora dubbiosa.-Ha detto che riguarda John Watson. E che è questione di vita o di morte.

Lestrade sbiancò, mentre Sherlock si sentì gelare.
-Lo faccia entrare-acconsentì subito l'ispettore.
Dopo pochi istanti, un ragazzo alto e magro dai capelli rossi varcò timidamente la soglia dell'ufficio, come se lo innervosisse anche la sola idea di trovarsi lì.
Sherlock, con suo immenso stupore, lo riconobbe: era Ron Weasley, uno degli studenti di Hogwarts.
Con la memoria, ritornò all'indagine che aveva svolto insieme a John, e fu suo malgrado attraversato dal rimpianto. Ma le prime parole pronunciate dal ragazzo lo distrassero immediatamente da quel ricordo.
-Ehm... salve...-esordì Ron, con voce incerta.-Lo so che vi sembrerà assurdo, ma... sapete dove posso trovare Sherlock Holmes? Ho provato a bussare al 221B, ma non rispondeva nessuno... cosí ho pensato di provare qui.

Un silenzio profondo seguì quella frase, mentre i tre uomini si scambiavano sguardi attoniti, Sherlock ancora celato sotto il mantello.
-...Scusate... non volevo scioccarvi o chissà che...-aggiunse  Ron immediatamente, fraintendendo la loro reazione.-Ma ho incontrato quest'uomo, John Watson, e lui mi ha...
Il detective, a quel punto, non ci vide più, e uscì allo scoperto.
-Che cosa ti ha detto?? E perché sarebbe una questione di vita o di morte?? Cosa hai visto?? PARLA!-gli intimò, alla fine, dopo avergli sparato quel fuoco di fila di domande senza nemmeno riprendere fiato.
Ron, sorpreso da quell'improvvisa apparizione, trattenne a stento un urlo e indietreggiò, gli occhi sgranati.
-Wow... allora era tutto vero...-esalò, fissando il consulente a bocca aperta: ma poi, sembrò riprendersi, e assunse un espressione mortalmente seria.-Credo che il tuo amico sia nei guai. E grossi, anche...

Ron sedette e di fronte ai tre uomini, e gli raccontò tutto: dopo la conversazione con John, si era reso conto di aver perso il Deluminatore; era quindi tornato nel locale, e lo aveva visto  parlare con un uomo dei capelli rossi più o meno simili ai suoi.
Lestrade, a quel punto,gli mostrò la foto di Ted Harper.
-Sì, era lui!-Ron annuì energicamente.-Non potevo prendere subito il Deluminatore sotto al tavolo: di John mi fidavo, ma non sapevo se potevo fidarmi del suo amico. Fortunatamente, ero ancora invisibile, grazie all'incantesimo di Disillusione.
Interruppe un momento il racconto, fissando Sherlock negli occhi.
-Lui era... a pezzi, quando l'ho incontrato. Ma abbiamo fatto una chiacchierata e... mi ha dato una mano a fare chiarezza in certe mie... questioni. Anche se si vedeva, che aveva il morale a terra.
Sherlock, per l'ennesima volta, dovette trattenere il senso di colpa che quelle parole gli procurarono: avrebbe dovuto preparare meglio John al suo ritorno.
Ma non avrebbe mai pensato di averlo fatto soffrire sino a quel punto.
Anche se aveva sentito perfettamente le sue parole di fronte alla sua tomba.
Semplicemente, non aveva voluto rendersene conto, e ammetterlo.
Essere importante per qualcuno era, per lui, una sensazione completamente nuova.
Eppure, nemmeno questo era vero.
Bastava pensare a quello che aveva fatto suo fratello per lui.
E alla reazione di Lestrade al suo ritorno.
Tutte quelle persone-John compreso-tenevano a lui: avevano sofferto per la sua "morte", e sentito la sua mancanza.
E lui non si era accorto, sino a quel momento, del loro affetto.
Per una volta, era lui che aveva guardato ma non osservato.
Trattenne un sospiro.

-Comunque...-Ron proseguì, distogliendolo da quelle riflessioni.-Sono rimasto lì Disilluso, aspettando che andassero via. E ho sentito tutto. Ho visto John crollare sul tavolo. Lui ha detto di avergli messo dentro la birra una pozione soporifera. Poi si sono Smaterializzati. Ma prima ha lasciato questi sul tavolino...
Tirò fuori dallo zaino una bacchetta e un cellulare, che Sherlock riconobbe immediatamente: appartenevano entrambi a John.
Ecco spiegato il motivo del segnale localizzato pochi istanti prima da Mycroft.
-...Quell'uomo ha detto di chiamarsi... Sebastian Moran-aggiunse Ron, tetro.-Ha fatto pure una foto a John, prima di andarsene...
Sherlock afferrò il cellulare, e lo sbloccò: ciò che vide gli fece ribollire il sangue.
Il suo migliore amico era riverso sul tavolino del locale, e chiaramente privo di sensi.
-L'ha solo narcotizzato-ripetè Ron, tentando di rassicurarlo: Sherlock, infatti, stava stringendo il cellulare a tal punto da aver le nocche sbiancate, in volto un'espressione granitica.-Poi, gli ha sussurrato qualcosa... credo che fosse un indirizzo...
E lo pronunciò: quando lo sentì, Lestrade aggrottò le sopracciglia, confuso.
-Ma... quell'indirizzo non...
Sherlock lo interruppe all'istante, sollevando una mano: un piano aveva preso forma nella sua mente, non appena l'aveva udito.
Questo spiegava anche perché, nonostante le ricerche continue, non l'avesse mai trovato.
Moran non aveva mai voluto uccidere John: avrebbe potuto farlo da molto tempo, ma non l'aveva fatto.
Probabilmente l'avrebbe attirato in una trappola quella sera stessa: ma ciò che il ragazzo aveva sentito giocava a loro vantaggio.
Alzò lo sguardo che fino a quel momento aveva tenuto fisso sulla scrivania, e la sua espressione era pari a quella di un predatore in caccia della sua preda.
-Dovrai rimanere qui ancora un po', ragazzo. Abbiamo ancora bisogno del tuo aiuto-disse, mentre Ron lo guardava sorpreso, non capendo cosa intendesse, al pari di Lestrade. Però annuì.
-Nasconditi pure quanto vuoi, Moran. Ma ora hai chiuso. La caccia è aperta-sibilò ancora il detective, lo sguardo rivolto fuori dalla finestra dell'ufficio, la voce ridotta ad un sussurro gelido.

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