Premetto che sarebbe il sequel della trilogia de "I Cullen e i Quileutes", PERÒ non è obbligatorio leggere quelle tre storie per capire questa.
I personaggi e i fatti de "I Cullen e i Quileutes" saranno reintrodotti qui ^.~
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Appostata in una zona all'ombra stavo fissando quella finestra illuminata da più di un'ora. Non sapevo che cosa fare. Ad un tratto, la porta sul retro della casa si aprì ed un fascio di luce illuminò il giardino nel quale ero seduta. Dovevo mettermi più lontana. Pensai irritata con me stessa e con tutti. Faccio schifo a nascondermi. Una figura si avvicinò lentamente a me. Sapevo già che era Andrea, anche se il suo solito odore era storpiato da altro: disinfettante, alcool, sangue vecchio. Feci una smorfia mentre, in silenzio, il ragazzo si sedeva al mio fianco, lasciandosi cadere pesantemente sull'erba. «Ehi» disse sorridendo «Come va?». «Come facevi a sapere che ero qui?» chiesi tenendo lo sguardo basso, fisso sulle mie gambe incrociate. «Tuo fratello» rispose con semplicità. Con la coda dell'occhio lo vidi stringersi nelle spalle. «Eh?» mugolai confusa. Al momento avevo tanti fratelli e sorelle, considerando che Carlisle ed Esme mi avevano adottata e consideravano tutti noi come figli. «Edward» spiegò «Mi ha telefonato per dirmi che eri uscita di casa per venire qui e mi ha chiesto se fossi venuta davvero. Ho capito immediatamente che, forse, eri qua fuori». Fece una piccola pausa e poi aggiunse: «È bastato fare un po' di attenzione per notare una figura nell'ombra». «Dovrei nascondermi meglio» bofonchiai. «Già» ridacchiò in risposta. «Perché te ne stavi qui fuori? Fa abbastanza freddo». Come per confermare le sue parole, un venticello ci raggiunse, facendolo rabbrividire. Alzai le spalle, con noncuranza. Io non ero umana, quindi non provavo freddo come loro. Mi sentivo più fragile dei licantropi e dei vampiri, ma non al punto di dover indossare una giacca solo per stare fuori casa di notte. «Andiamo dentro?» mi propose alzandosi. Abbassai lo sguardo e non risposi, mordicchiandomi intanto l'interno della guancia. Dopo quello che avevo fatto mi sentivo un mostro. «Dobbiamo parlare» disse Andrea, deciso «E, anche se è solo settembre, fuori fa freddo. Gradirei parlare senza congelare». Sospirai e mi alzai «Ok...». Forse aveva diritto ad una spiegazione o qualcosa di simile.
Entrammo nella casa e ci dirigemmo in camera sua facendo il minor rumore possibile. Sentivo che i suoi genitori stavano già dormendo, così come il suo fratellino adottivo. Andrea si tolse le scarpe, per poi sedersi sul suo letto. «C'è qualcosa che non va?» chiese a bassa voce, notando che ero rimasta vicina alla porta chiusa. «Secondo te? Avrei potuto ucciderti!» sibilai irritata. Sentivo che sarei potuta esplodere da un momento all'altro, come una bomba ad orologeria ma senza un timer preciso. «Non è così grave» rispose lasciando scivolare la giacca leggera per poi aprire la zip della felpa che indossava. Solo allora mi permisi di alzare lo sguardo per osservare la ferita che gli avevo recato. Sotto alla felpa non indossava nulla e probabilmente era perché non riusciva a muovere la spalla sinistra. Una benda ben stretta era avvolta attorno alla spalla e al torace e il braccio sinistro era sorretto da un pezzo di stoffa legato al collo. «Ho constatato con Carlisle che fa meno male se tengo il braccio così» mi spiegò continuando a sorridere. «Quindi ti fa male» dissi seria. Non capivo come potesse essere così tranquillo e felice, come se fosse appena tornato da un giro sulle giostre. «No, assolutamente» si affrettò a rispondere. «Beh, forse un po', ma non è nulla di così insopportabile». Mi avvicinai un po' a lui ed annusai l'aria. «Puzzi di antidolorifico, ecco perché non ti fa male» dissi cinicamente. «Adesso gli antidolorifici hanno anche un odore?» domandò sarcastico. «Sì, è un odore... strano. Dolce, ma con una punta amara». Adesso capivo perché era così tranquillo, probabilmente ci si era fatto una doccia dentro e stava vedendo i draghi. «Beh, comunque, antidolorifico o meno, non fa poi così male». Decretò sdraiandosi sul letto. Non mi sfuggì la smorfia che fece contraendo ogni singolo muscolo del viso. «Non devi mentire, so che mi odi» pensai a voce alta. «Non è assolutamente vero!» disse cercando immediatamente di mettersi seduto. Strinse gli occhi, mugolando di dolore, e tornò a sdraiarsi. «Giusto, niente movimenti bruschi» mormorò, forse ripetendo un monito di Carlisle. «Non ti odio. Perché dovrei?» chiese restando sdraiato. «Per averti squarciato a metà, forse?» risposi alzando le braccia al cielo. Mi intimai di tenere la voce bassa, ma avrei tanto voluto ululare la mia rabbia. «Uh, "squarciato a metà", non esageriamo, adesso» rispose ridacchiando. «Avrei potuto ucciderti!» sibilai nuovamente. «Beh, non è successo». «Per pura fortuna». Sbuffai. «E se la prossima volta dovessi ucciderti perdendo nuovamente il controllo?». «È stata solo colpa mia, tu avevi tutto il diritto di perdere il controllo. Sono stato io quello che, come un cretino, si è messo a correre per fermarti e ha continuato ad abbracciarti anche quando c'erano tutti i segnali di un imminente trasformazione. Alice ed Edward mi hanno anche urlato di allontanarmi». «Resta il fatto che ho perso il controllo». «Ma che cavolo, lo avrei fatto anch'io!» disse alzando la voce. Se ne accorse e continuò a parlare con un tono più basso ma comunque infuriato. «Contando che io stesso avevo voglia di torcere il collo al padre di Jeremy per aver sparato a Seth, non oso immaginare come ti sia sentita tu. Se fossi stato nei tuoi panni, anch'io avrei tentato di staccare la testa al responsabile». Si sedette con una certa fatica, contraendo gli addominali ed usando il braccio destro per fare leva. Prese un bel respiro e fissò il suo sguardo nel mio. «Hai capito? Non devi sentirti in colpa e non sono per niente arrabbiato con te». Annuii, poco convinta. Lui forse non era arrabbiato, ma io avrei voluto staccarmi la testa da sola. Sorrise. «Dai, vedila dal lato positivo: in estate, in spiaggia, potrò sfoggiare la cicatrice ed attirare milioni di ragazze raccontando storie super emozionanti». «Se provi a guardare un'altra ragazza, uccido sia te che lei» lo minacciai lasciandomi sfuggire un mezzo sorriso. Ridacchiò. «Ti adoro quando sei gelosa». «Non sono gelosa» risposi indignata. «Oh, certo che no» disse sarcastico. Alzai gli occhi al cielo, mordendomi l'interno del labbro inferiore per non sorridere. Ero ancora arrabbiata e così dovevo apparire. «Comunque, avrò una bella storia da raccontare a degli eventuali nipoti: "una volta, quando ero solo un ragazzo, sono sfuggito all'attacco di una lupa. Ferocissima e bellissima"» aggiunse dolcemente, cercando di mettersi in ginocchio per avvicinarsi a me. Colsi dai suoi pensieri il desiderio di baciarmi. Mi allontanai. «Toglierei il "bellissima" e ribadirei il concetto di "ferocissima", magari con un "mostruosa" o "pericolosa"». «Davvero?». Il ragazzo assunse prima un'espressione pensante e poi una corrucciata, mentre si lasciava scivolare per tornare seduto. «In realtà, ero tentato di annullare quasi totalmente, se non del tutto, il "ferocissima" e ribadire il "bellissima"». Scossi la testa, rassegnata. «Cos'hai raccontato ai tuoi genitori?» gli chiesi per cambiare argomento. «La verità». «Cosa?!» dissi alzando la voce. Bisbigliando aggiunsi «Sei impazzito?!». Ridacchiò, felice del aui scherzo riuscito. «Gli ho raccontato una mezza verità» ammise. «Cosa gli hai detto?» mormorai. Ero in preda dall'ansia, il cuore mi batteva all'impazzata. «Ehi, tranquilla. È una scusa che ho ideato con i tuoi familiari». Sospirai di sollievo. «Meglio». Loro avrebbero evitato qualsiasi argomento riguardante: vampiri, licantropi, uccisioni, perdite di controllo, possibili morti e altro, molto altro. «Sono caduto dalla moto» disse annuendo «Quando stavo tornando a casa dopo essere stato un po' da te. Sai... eri... "sconvolta" perché i cacciatori stavano dando la caccia ai lupi, che sono in via di estinzione qui nei dintorni di Forks. Comunque, un cervo mi è passato davanti, ho girato bruscamente per evitarlo, ho perso il controllo e puf: sono caduto a terra aprendomi tutto. Per fortuna, in quel momento, Carlisle stava tornando a casa da lavoro, mi ha visto e mi ha soccorso immediatamente». «Ma la moto era a scuola» ribattei «Se non sbaglio, tu mi hai raggiunto con la macchina di Emmett». «Lo so». «E allora...». «Quando sono andato a prendere la moto con Carlisle -prima di tornare a casa- abbiamo notato che non c'era nessuno a scuola, quindi nessuno può dire che la mia storia sia falsa». «Okay...» mormorai poco convinta. Andrea riprese a raccontare: «Dopo avermi soccorso, Carlisle ha chiamato Jasper, che è venuto ed ha guidato la moto fino a qui». Annuii lentamente, confusa. «Non capisci perché proprio Jasper, vero?». «Già». Praticamente chiunque dei membri della famiglia Cullen -e anche molti licantropi- sapevano guidare le moto. «Mi cadi sulle cose così semplici» mormorò scuotendo la testa. «Ovviamente, serviva lui per convincere i miei genitori, con il suo talento. Carlisle ha raccontato tutto e Jasper lo ha aiutato... esternamente». «Oh, giusto, come hanno fatto con gli Smitterson, i miei vecchi genitori adottivi, per convincerli a fare un... "passaggio di adozione"» mormorai annuendo. I piani elaborati dei miei familiari mi spaventavano sempre di più. Un giorno o l'altro avrebbero potuto rapinare una banca e gettare il mondo in un'enorme crisi economica senza farsi scoprire. No... Sono tutti troppo buoni -e già infinitamente ricchi-. Pensai scuotendo leggermente la testa. Ogni anno alcuni di loro ricevano dei soldi per la famiglia in seguito alla loro morte, tutti i soldi che gli umani spendono in cibo e beni di prima necessità non venivano spesi, Alice poteva fare qualsiasi tipo di scommessa e vincere, molti lavoravano o avevano lavorato in passato e avanti così. Andrea ridacchiò dopo un attimo per il termine che avevo usato «Neanche fosse il passaggio di proprietà di una macchina». «"Passaggio di adozione" descrive al pieno la situazione». Il ragazzo scosse la testa, sorridendo divertito, e si sdraiò, affondando nei morbido cuscini. «Dormi con me stanotte?» chiese con voce dolce. «No... Torno a casa» risposi scuotendo la testa. Sospirò. «Ok...». «Ci vediamo domani a scuola. Scommetto che in queste circostanze non potrai guidare». «Già, mi accompagneranno i miei genitori» rispose. «Ti accompagno almeno di sotto?». «No, tranquillo, so come uscire» risposi sorridendo divertita. Andrea annuì ed io me ne andai il più velocemente possibile, tornando a casa. Non sopportavo di vederlo così per colpa mia.
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Il giorno dopo andai a scuola di pessimo umore: ero preoccupata per Seth e mi sentivo ancora in colpa per aver ferito -e quasi ucciso- Andrea. Appena scesi dalla macchina di Alice, che si era gentilmente offerta di accompagnarmi, mi diressi verso la scuola senza fermarmi a salutare qualcuno. Prima entravo e prima sarebbe finita. Sapevo che, sfortunatamente, non funzionava così, ma ci speravo. L'entrata era però ostruita da un gruppetto di persone accalcate attorno ad Andrea. Mi avvicinai titubante, incuriosita e al tempo stesso confusa dalla cosa. Andrea non era mai stato un tipo così popolare. Appena il ragazzo mi vide, mi raggiunse, liberandosi dalla piccola folla che si spostò immediatamente per lasciarlo passare. «Ehi!» mi salutò sorridendo. «Come va?». «Come mai tutta questa popolarità?» gli chiesi sviando la sua domanda. Si indicò il braccio legato al collo. «Tutti vogliono sapere cos'è successo». «E tu cosa rispondi?». «La verità: sono caduto dalla moto, ma non è nulla di grave. Rimarrà solo un bel segno ed ero così scombussolato che non ho nemmeno sentito troppo dolore». Scossi la testa, sorridendo. Era riuscito ad aggiungerci anche i fattori "dolore" e "gravità" per ribadire come non fosse arrabbiato con me. «Andiamo in classe?» mi propose dolcemente. Annuii e mi diressi con lui nell'aula di scienze. Era fastidioso il suo nuovo odore, soprattutto se accompagnato dalla consapevolezza che era solo colpa mia. «Cosa c'è che non va?» mi chiese appena entrammo. Eravamo da soli. «Nulla» risposi sedendomi al mio posto, lasciando stridere la sedia contro il pavimento. Strizzai gli occhi, infastidita dal rumore. «Non è vero. Ti conosco. C'è qualcosa che non va... ma cosa?». «Nulla. Lascia stare». «Ti senti ancora in colpa per avermi ferito, vero?». Abbassai lo sguardo. Era ovvio che il motivo fosse quello e non capivo perché continuasse a tornarci sopra. «Ecco, lo sapevo». Sospirò frustrato. «Devi smetterla di sentirti in colpa, ok? Non è colpa tua». Annuii senza aggiungere altro. Non avevo voglia di parlarne. Andrea mi mise una mano sotto al mento e, delicatamente, mi fece alzare il viso per far sì che lo guardassi negli occhi. «Hai capito?» domandò sfiorandomi le labbra con il pollice. Arrossii lievemente ed annuii, anche se avrei tanto voluto ringhiargli contro. «Bene, però non è solo questo che ti turba, vero?». Sospirai. «Come hai fatto a capirlo?». «Sono il tuo ragazzo» rispose sorridendo. Alzai gli occhi al cielo, lasciandomi sfuggire un sorriso. «Allora? Cos'altro ti preoccupa?». «Seth... è stato ferito anche lui». «Carlisle mi ha assicurato che è fuori pericolo e che guarirà prestissimo. Inoltre, ieri, Seth stesso mi ha anche scritto un messaggio per chiedermi come stessi. Direi che lui sta più che bene». «Già, ma ha comunque rischiato di morire. Il sangue era tanto e il proiettile in profondità». Andrea sospirò. «Chiara, non puoi proteggere tutti». «Sì, ma...». «Niente "ma"» rispose perentorio, interrompendomi. Si avvicinò e appoggiò la fronte contro la mia. «Ci siamo chiariti?». Sentii il suo respiro caldo sul viso e annuii. Poi, captando dei passi nel corridoio, mi allontanai di scatto, voltandomi verso la finestra. Andrea mi osservò, confuso, e si sedette. Era rimasto semplicemente appoggiato al banco per tutto il tempo. Dopo pochissimi secondi il professore e alcuni nostri compagni entrarono nell'aula. «Oddio, Andre! Cosa ti è successo?!» gli chiese Alexis avvicinandosi a noi, seguita da un Brian molto confuso. «Nah, niente, sono solo caduto dalla moto». «E tu? Ti sei fatta qualcosa?» mi chiese la ragazza dai capelli rossi. Sentivo l'ansia che emanava e la cosa non mi aiutava per niente a restare calma. Scossi la testa. «Non ero con lui quando è successo». «Sicuro di essere caduto dalla moto?» chiese Jeremy avvicinandosi a noi. Fulminai con lo sguardo quel ragazzo. Lo odiavo da tempo, ma adesso stava peggiorando decisamente la situazione. «Ehm, sì, sono abbastanza sicuro di essere caduto. Perché?» domandò Andrea, fingendosi confuso. Jeremy si strinse nelle spalle. «Curiosità» disse e se ne andò. «È strano quel tipo» commentò Brian ridendo. «Già» mormorai, ma un senso di inquietudine mi stava assalendo. Soprattutto, stavo notando che sia Jeremy che il professore, ogni tanto, mi fissavano. Temevo proprio che sapessero la verità.
§§§§§§Nota dell'autrice§§§§§§ Salve a tutti! Come va? È da un po' che non faccio una "nota dell'autrice" e volevo chiedervi se, per ora, la storia vi sta piacendo. Inoltre, volevo scusarmi per il ritardo con il quale è arrivato questo capitolo (e forse anche il prossimo), ma i professori si stanno divertendo a metterci adesso qualsiasi tipo di verifica o interrogazione 😒
P.S. il disegno ad inizio capitolo dovrebbe rappresentare un graffio "animalesco", diciamo. Non so quanto si capisca senza spiegazione, soprattutto perché l'ho fatto prima velocemente tra un ripasso e l'altro delle formule di fisica 😂
P.P.S. un'informazione inutile: tra poco è Natale 😍🎄🎉🎊 (e finalmente ci sarà un po' di vacanza).
Beh, adesso vi saluto e cercherò di pubblicare il prima possibile il prossimo capitolo. 👋