Percy poggiò una mano sul bordo fresco della fontana al centro della sua casa. Il gorgogliare rassicurante dell'acqua alleggerì la tensione dei muscoli mentre respirava il profumo del mare. Vi immerse poi le dita, sfiorando le dracme che,sul fondo, disegnavano delle ombre dorate sulla superficie.
Quella fontana era stata un regalo di suo padre per le volte in cui il mare gli sarebbe sembrato troppo lontano. Per quanto dal balcone del suo alloggio avesse una vista migliore, quella fontana profumava di casa ed era per quello che sfiorarla riusciva sempre a calmarlo. Era un regalo di suo padre.Tutte le volte che si sarebbe sentito solo, gli sarebbe bastato avvicinarsi per ricordarsi lui sarebbe per sempre stato lì.
Quella notte aveva dormito persino peggio della precedente. Non che, comunque, il suo sonno costellato da incubi fosse poi una novità.
Era un semidio.
Era un semidio figlio di Poseidone.
Era già tanto non essere nato Minotauro.
O per metà pesce.
Rabbrividì al pensiero.
Gli piaceva avere due gambe e vivere sulla terra. Per quanto poi l'umanità riuscisse a dimostrarsi deplorevole la maggior parte delle volte, non era completamente da buttare.
E lui, comunque, di quella stessa umanità vi faceva parte. Meglio cercare di pulirne l'onore che buttarla inutilmente giù negli abissi del Tartaro.
Aveva sognato la civetta dagli occhi grigi anche quella notte. Sbatteva le ali all'impazzata dentro la gabbia, gridando al punto da trapanargli i timpani. Non c'era un avvoltoio ad attaccarlo quella volta, il che aveva reso quella scena, per Percy, ancora più straziante.
La civetta era in terribile agonia pur senza che nessuno lo stesse attaccando. Era chiuso in una gabbia dalla quale tentava disperatamente ed inutilmente di uscire.
Si era svegliato osservando il soffitto buio della sua stanza col petto che premeva per il dolore del gufo e si era deciso ad alzarsi prima dell'alba.
Era inutile riprendere sonno a quel punto e, comunque, sarebbe dovuto andare da Annabeth.
Era stato Chirone a dirgli, il giorno prima, che avrebbe dovuto allenarla e lui si era dovuto sforzare per non fare i salti di gioia. Era doloroso vedere tutto quel talento sprecato ed era più doloroso non tenere d'occhio come avrebbe meritato un nemico della sua portata.
Annabeth era forte e scaltra, persino troppo. Ed una parte di lui era tremendamente curiosa di vedere fino a che punto si potesse spingere prima di tirare fuori la sua vera natura o farle estrarre quel coltello che tanto attentamente teneva contro lo stomaco. Quando l'aveva notato per la prima volta sull'Acropoli di Atene, il suo istinto da soldato gli aveva detto la cosa migliore sarebbe stata strapparglielo via di dosso ma poi, una curiosità del tutto diversa l'aveva invece fatto desistere fino ache lo stesso Chirone non aveva inconsapevolmente preso la sua stessa decisione.
Mentre usciva dalla sua casa, corrugò la fronte.
Annabeth andava studiata, non fermata.
L'aria fuori dall'alloggio era fresca ma Percy sapeva fosse solo questione di tempo prima che Apollo si svegliasse ed iniziasse a scaldare l'intero Peloponneso.
Solo la casa di Ade, illuminata dal fuoco eterno, quella di Efesto e di Artemide brillavano sotto le stelle ed i raggi della luna.
Viveva dentro quei confini da quando aveva dodici anni. Il Campo era stato la sua casa da più a lungo di quanto gli piacesse ammettere. Ne conosceva centimetro per centimetro e persino la foresta non aveva segreti per lui, né lei né i mostri che vi vivevano all'interno eppure gli era facile concedersi sempre qualche secondo per poterne apprezzare la bellezza.
STAI LEGGENDO
Sapienza
FanfictionIl marmo della Sala dell'Olimpo tremò per l'impatto e quando scagliò la lancia verso Ares, il dio non fu veloce abbastanza da impedire che gli si potesse conficcare nella spalla. Rovinò a terra tra i sussulti degli dei attorno a loro ma non fece in...
