XVIII. Amoris vulnus idem sanat qui facit

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Non fu sorpresa quando, poco dopo, Cetego le chiese di andare a casa. Era tesa come la corda di una cetra, agitata all'inverosimile mentre si faceva trascinare lontano dal Foro. Sapeva cosa aveva promesso agli dei e cosa suo marito si aspettava da lei: il momento non si poteva più rimandare e ne era consapevole, nonostante l'ansia crescente minacciasse di bloccarla lì sul posto.

La festa era ancora nel pieno del suo svolgimento, tutti i servi ancora in piazza a festeggiare; trovarono dunque la casa gelida e buia, non c'era nessuno, ovviamente, che si stesse occupando del focolare.

Non appena entrarono, Cetego colse l'occasione al volo: adducendo come scusa il freddo, la invitò nella sua camera, dove, secondo lui, potevano accendere il focolare e scaldarsi molto più in fretta che nelle altre stanze.

Claudia si ricordò di quella sera di quasi quattro mesi fa quando, subito dopo il matrimonio, il marito le aveva ugualmente proposto di andare in camera da letto; all'epoca, però, la reazione era stata ben diversa. Questa volta, seppur timorosa, accettò il suo braccio e si fece guidare lì. Il cuore batteva sempre più forte e a ogni passo, il rumore rimbombava nei suoi timpani e sovrastava qualsiasi altro suono.

La camera di Cetego era molto più grande della sua, ma non per questo più decorata. Al centro della stanza si trovava un letto matrimoniale semplice, su cui era posto solo una coperta di lana e due cuscini; a lato del letto, un comodino. La parte destra della stanza era occupata un armadio e uno sgabello, mentre la sinistra era completamente spoglia. Suo marito era un uomo frugale ed era chiaro dalla semplicità con cui la camera era stata arredata.

La prima cosa che il romano fece fu gettarsi di peso sul materasso. Claudia, ancora in piedi vicino alla porta, la richiuse dietro di sé e iniziò a ridacchiare.

«Non puoi capire la sensazione. Dopo aver dormito per un mese e mezzo per terra, non c'è nulla di più bello del proprio letto» commentò lui, gli occhi chiusi.

Claudia si avvicinò. Un po' titubante, si sedette sull'angolo del materasso, rabbrividendo sia per il freddo sia per l'agitazione che le correva sottopelle. Il marito se ne accorse subito: sollevò la testa, aprì un occhio per osservarla.

«Ora accendo il focolare. Dammi il tempo di riprendermi».

In poco tempo, il fuoco aveva iniziato a scaldare non solo la stanza ma anche il suo animo. Claudia si scoprì leggermente più serena: non del tutto a proprio agio, ma nemmeno più assalita da quel bisogno di scappare ogni volta che Cetego le sfiorava un braccio o una gamba.

Non c'era altra luce fatta a eccezione per quella proveniente dal focolare, il crepitio del legno in fiamme l'unico suono presente. Cetego si avvicinò pian piano a Claudia, fino ad arrivare a stringerla fra le proprie braccia; stava cercando di non metterle fretta, ma il tocco lascivo delle sue mani sulla coscia candida palesava le sue intenzioni.

Accoccolata al petto del marito, la sabina sentiva una lieve trepidazione montarle in corpo. Sollevò leggermente il mento, incontrò il suo sguardo avido; Cetego colmò delicatamente la distanza che separava le loro bocche e timidamente, Claudia dischiuse le labbra sottili. Tremava un po', agitata e timorosa, il braccio del marito l'unica cosa a tenerla salda.

«Stai tranquilla. Non c'è nulla di cui avere paura. Sei mia moglie e il tuo posto è esattamente questo: tra le mie braccia» le sussurrò quando si staccarono, lo sguardo fisso su di lei.

Si svestì rapidamente e l'aiutò a togliere le vesti, fino a quando entrambi non rimasero nudi. Lei, seduta sul letto; lui, in piedi. La sabina riusciva a vedere solo una nuvola di imbarazzo tutto intorno a loro, mentre lottava contro l'istinto di coprirsi. Negli occhi di Cetego, invece, brillava altro: lussuria, bramosia; sicuramente non c'era traccia di vergogna o di timidezza.

Amor amara datLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora