VIII. Clientes et veritas

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Dopo settimane di riflessione, aveva finalmente trovato la nota ironica della sua vita, quella conclusione dolce amara che ispirava sia pianto che risate: si era preparata per anni al matrimonio e ora che era sposata, avrebbe preferito essere stata consacrata alla dea Vesta.
Doveva ammettere, però, che la vita coniugale sarebbe potuta procedere peggio: almeno, lei e Cetego non si parlavano, non si guardavano e non interagivano. Dopo che l'aveva lasciata al larario a pregare, grazie agli Dei non aveva più insistito nell'imporle la sua presenza. L'aveva incontrato di sfuggita una sola volta, un giorno in cui aveva deciso di mangiare fichi in giardino, ma anche lì, non appena aveva incrociato il suo sguardo, si era voltato e se ne era andato.
Era difficile tentare di evitare in ogni modo una persona in una casa così piccola, ma in qualche modo ce la stavano facendo.

Fu circa sette giorni dopo il suo arrivo che il Fato decise di farle un regalo e quasi pianse dalla gioia. Una cosa, almeno, era andata per il verso giusto: non era incinta. Un pensiero pesante quanto un macigno si sollevò dal suo cuore.
La strada le sembrò tutta in discesa da quel momento, l'ottimismo difficile da scalfire dopo che era risalita dal baratro più nero; riuscì anche ad apprezzare maggiormente la sua quotidianità, sperimentando con la miriade di tessuti pregiati che aveva a disposizione. Incominciò a realizzare una toga per il fratello, sicura della superiorità del suo popolo, di Re Tito Tazio, e del fatto che presto Cures l'avrebbe salvata. Se lo sentiva nelle ossa.

Erano due i dettagli che più turbavano la sua pretesa di felicità. Il più fastidioso era il fatto che non potesse uscire di casa, o meglio: non poteva girovagare per le strade di Roma senza il marito. Non avendo alcuna intenzione di passare del tempo insieme a lui, per Claudia ciò significava un divieto assoluto nel mettere piede fuori dalla dimora.
Il secondo, invece, portava il nome di Marzio, la guardia rognosa che l'aveva rapita, spalla destra – o meglio, ombra nera – di Cetego. La seguiva ovunque andasse, stava appostato dietro a ogni porta, e la odiava davvero tanto, anzi, tantissimo: l'aveva offesa più volte, dapprima borbottando a bassa voce, poi aveva iniziato a non curarsi del fatto che potesse sentirlo. Chiamava i Sabini maiali traditori e lei una larva. A volte, spinta dalle provocazioni, rispondeva a tono, ma vedendo quanto godeva nel vedere l'effetto che le sue parole le causavano, spesso si mordeva la lingua e fingeva di non udirlo, lasciandolo così parlare a vanvera. Ecco il genere di uomini che suo marito aveva cari: sadici e ignobili.

Non tutta la servitù era meschina come l'uomo, ovviamente: Alba era una donna gentile e sensibile. L'aveva presa sotto la propria ala: passava molto tempo con lei e con il suo fare da dolce nonna che tutti amavano, qualche volta era riuscita persino a convincere Marzio a non stare appostato nelle loro vicinanze come un corvo. A volte tessevano assieme: era impallidita quando le aveva proposto di usufruire della sua strumentatura, farneticando che il dominus l'avesse comprata per la propria sposa. Claudia aveva allora ribattuto che la sposa era lei e poteva farne ciò che voleva, e che al momento, ciò che desiderava era poter tessere in sua compagnia, per poter così affinare la propria tecnica imparando da una persona esperta. Era un'insegnante molto paziente, abile nella creazione dei dettagli più fini e delicati: la sua vista non era più ottima, ma sapeva spiegarle con dovizia di particolari ciò che doveva fare. Era anche empatica, Claudia sapeva che riusciva a comprendere il suo stato d'animo, nonostante non potesse esternare a parole ciò che pensava: quando aveva scoperto che la toga che attualmente stava creando era per il fratello, le aveva rivolto un sorriso amorevole, seguito da un complimento per la precisione del lavoro. Non lo aveva riferito a Marzio, o peggio, a Cetego, guadagnando così tutta la sua stima.

Fu in un giorno in cui le foglie gialle avevano iniziato a cadere dagli alberi che Marzio spalancò con forza la porta del gineceo, senza alcun rispetto o remora nei suoi confronti.

«Devi venire, adesso» le ordinò, il tono perentorio.

Claudia era seduta davanti al telaio. La concentrazione vacillò per un attimo e si infastidì per quell'interruzione, ma non smise di lavorare. Stava realizzando un intreccio complicato.

Amor amara datDove le storie prendono vita. Scoprilo ora