XXVIII. Lacus Curtius

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Il campo di battaglia era una melma fangosa intrisa di sangue. I soldati combattevano al lato del Foro e della zona circostante: l'esondazione del fiume e le piogge intense avevano reso l'area centrale del Foro un pantano pronto a risucchiare al suo interno chiunque si arrischiasse ad attraversarla. Attorno, i corpi si spingevano, cadevano, mentre le armi stridevano con un clangore assordante.

Sulla cima del Palatino, le donne guardavano lo spettacolo sottostante; l'ansia correva tra i loro corpi come un filo che le univa in modo indivisibile. Non c'era una sola donna che non stesse osservando l'accaduto, il fiato sospeso e il cuore martellante in gola.
Alcune pregavano ferventemente per la vittoria dei Sabini, altre per i Romani, ma nella maggior parte di loro regnava sovrano un sentimento di forte sdegno: non volevano vedere morti i genitori, i fratelli, i parenti, ma neanche i mariti, i padri dei loro figli. 

«Bisogna fermare questa follia» iniziò a serpeggiare questo pensiero tra di loro, sussurrato di orecchio in orecchio «Si ammazzeranno a vicenda!».

Ersilia, la loro regina, fomentava il diffondersi di tali voci. Andava di persona in persona, perorando la propria causa. «Dobbiamo intervenire per il bene delle nostre famiglie» diceva a tutte, fornendo abbracci alle donne in lacrime, una parola di conforto dove necessario.

Le armature dei soldati rilucevano al sole, la brillante luce mattutina rimbalzava sulle armi e arrivava fino all'alto della loro postazione sul colle. I Romani sembravano in svantaggio, iniziavano a cedere terreno ai nemici che li martellavano: il fianco destro iniziò a disgregarsi sotto l'assalto dei Sabini e gli uomini cadevano l'uno dopo l'altro, come spighe tranciate dalla falce durante la mietitura.

Claudia si portò entrambi le mani al collo teso, premendo le unghie contro la clavicola: era il fianco di Cetego quello che vacillava? Si trovava lì? Frustrata, strizzò gli occhi per tentare di scorgere qualcosa. Un moto di rabbia le serrò la gola: perché non si era mai curata di capire davvero quali fossero i compiti del marito in battaglia? Ora, forse, non si sarebbe sentita così impotente e sconsolata. 

C'era un soldato a cavallo che non aveva chiaramente intenzione di arrendersi: avanzava tra i caduti, il cavallo calpestava corpi e fango come se aprisse un varco nella morte. Con la spada sollevata, puntò dritto verso quello che pareva essere uno dei tribuni sabini e, fermatosi di fronte a lui, gridò parole che le donne, dall'alto, non potevano udire: sicuramente una sfida, un invito a combattere faccia a faccia. Chi era quell'uomo? Chi stava sfidando? Non erano sicuramente nessuno dei due re: Romolo e Tito Tazio si trovavano dalle parti opposte del campo di battaglia, riconoscibili dalle corazze splendenti, dagli scudi nobili e ornati da fregi che nessun altro poteva vantare.

«Credo che il romano sia Tullo Ostilio» disse Fausta, guadagnandosi un'occhiata sorpresa da parte delle amiche «Che c'è?» continuò lei, con un'alzata di spalle «Marzio parla tanto e io lo ascolto. Il comandante della cavalleria di quell'ala con il cavallo marrone chiazzato di nero è Tullo Ostilio».

«E quello che vuole sfidare è mio padre» sussurrò la voce di Curzia alla sua destra. Tutte si voltarono nella sua direzione.

«Tuo padre?» le domandò Veturia.

«Riconoscerei Vento, il suo cavallo, ovunque. Quello è mio padre, Mezio Curzio. È stato promosso di grado a quanto pare».

Il suo viso aveva assunto un colore cinereo: osservava il combattimento con gli occhi spalancati, il labbro tremante, quasi incapace di distogliere lo sguardo. I due uomini smontarono dai cavalli e il fango che ricopriva il terreno schizzò ovunque; intorno a loro, i soldati si spostarono, lasciando un ampio spazio per il duello. Le spade sguainate con la destra e lo scudo tondo nella sinistra, iniziarono a camminare in cerchio, studiandosi, finché Tullo Ostilio non scattò in avanti, caricando l'avversario. Per la prima volta dopo mesi, Curzia stava mostrando un'emozione, uscendo dal guscio di impassibilità che l'aveva rapita: era terrorizzata, la paura le avvolgeva il volto come una maschera. 

Amor amara datDove le storie prendono vita. Scoprilo ora