XV. Lupercal

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Se qualche mese fa qualcuno le avesse detto che avrebbe iniziato la giornata scusandosi con un romano, gli avrebbe chiesto cosa avesse bevuto; eppure, quel freddo mattino autunnale andò proprio così. Si era svegliata con il senso di colpa, consapevole di aver trattato male Marzio il giorno precedente. A mente lucida, le toccava anche ammettere che si era comportato in maniera molto più matura di lei: non aveva risposto alle sue provocazioni e non era stato crudele nell'imporle la realtà. Aveva gestito bene la sua frustrazione, gliene doveva atto. Strano ma vero, si comportò da gentiluomo anche quando Claudia gli porse le proprie scuse. Certo, continuò a fissarla con un ghigno sardonico fino a pomeriggio inoltrato, ma almeno non infierì ulteriormente sul suo orgoglio.
Ora che si era tolta questo peso dal petto, poteva finalmente concentrarsi sul problema più importante: come aumentare le possibilità che suo marito tornasse vivo e vegeto a casa. Aveva avuto tutta la notte per piangere la sua amata Cures, ma ora che una nuova alba era sorta, era finalmente giunta l'ora di accettare il suo destino, per quanto doloroso fosse: sarebbe rimasta a Roma, ma al fianco di Cetego. Questa era l'unica condizione che poneva: non avrebbe sposato un altro sudicio barbaro dalle mani lunghe e dai modi rozzi. Doveva dunque favorire il rientro del marito in patria e per fare ciò, doveva pregare. Il larario non bastava più: voleva fare un aggiornamento di struttura, trincerata nella credenza che in un posto più strutturato la forza della propria preghiera sarebbe aumentata. Forse, le divinità l'avrebbero ascoltata maggiormente in quel modo.

Era sdraiata su un triclinium, la guardia spaparanzata su uno vicino.
«Nei prossimi giorni vorrei andare in un tempio» le disse, mentre addentava un pezzo di mela rossa, probabilmente una delle ultime che avrebbe visto quell'anno.

Marzio, che fino a quel momento aveva osservato il soffitto sonnecchiando, le mani poste dietro la nuca, si girò su un fianco. Appoggiò il gomito allo schienale e il viso al palmo della propria mano, in modo da poterla guardare meglio.

«Allora ti conviene iniziare a costruirne uno oggi, perché non ci sono templi pubblici a Roma».

Claudia strabuzzò gli occhi, il frutto dimentico tra le sue dita. «Cosa vuol dire che non ci sono templi pubblici? Stai scherzando?».

«Non sto scherzando. Ci sono il tempio di Vesta e il santuario per Marte e Ops, ma solo le vestali, il re e la regina possono accedervi. Non è ancora stato edificato un edificio pubblico».

Scosse la testa, sconsolata e incredula. Solo una città di barbari come Roma poteva essere priva di un luogo dove poter pregare le divinità. D'altronde, un tempio rappresentava la base della civiltà: non doveva essere sorpresa che a Roma manco sapessero il significato della parola.

«E l'altare del dio Vulcano? Non si può usare per un sacrificio?» tentò.

«Bah, non credo. È usato solo per sacrifici a nome della comunità».

Claudia accavallò le gambe, si rizzò a sedere in un gesto nervoso. «Solleverò il problema al più presto. Non è possibile che non ci sia un santuario pubblico! Non chiedo un tempio strutturato, ma almeno...una capanna, un qualcosa in legno, non so. È oltraggioso, davvero! Non so come gli dei possano favorirvi così tanto quando non siete neanche in grado di adorarli in modo opportuno».

La guardia si alzò in piedi e si avvicinò al tavolino centrale per afferrare una mela. Prima di addentarla, fece finta di lanciargliela; Claudia lanciò un gridolino poco affascinante mentre si copriva il volto, per poi rabbuiarsi giocosamente quando lui scoppiò a ridere fragorosamente.

«Ci favoriscono perché siamo simpatici» le rispose, sedendosi con un tonfo al proprio posto.

«Lo vedo» borbottò ironica «Tra te e Cetego formate una cricca proprio divertente».

Amor amara datDove le storie prendono vita. Scoprilo ora