VII. Perturbatio animi

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La mattina seguente, Claudia fu svegliata da una mano che le accarezzava il viso.

«Claudia, svegliati» una voce roca le solleticava l'orecchio.

Aprì gli occhi a fatica: la notte aveva dormito poco ed era riuscita a prendere sonno solo durante le prime ore dell'alba. Cetego incombeva sulla sua figura, le sopracciglia contrite, occhiaie violacee sotto gli occhi.

«Vai via» gli rispose, girandosi dal lato opposto.

L'uomo sospirò.
«Lepido deve visitarti, Claudia».

Inorridì al pensiero che qualcun altro potesse nuovamente guardare e invadere la sua intimità.
«No!» urlò, rizzandosi seduta «Nessuno mi toccherà di nuovo o giuro su Giove che gli stacco la mano a morsi».

Doveva assomigliare a Medusa, i capelli scompigliati, gli occhi strabuzzati, condannata a una vita infelice dopo aver giaciuto con l'uomo sbagliato, proprio come la donna del mito.

Suo marito si sedette sul letto, avendo cura di porsi distante da dove era posizionata; si passò poi una mano sul viso, cercando di ricomporsi dalla frustrazione che, evidente, gli corrucciava le sopracciglia, irrigidiva i lineamenti. Quando abbassò la mano, parve solo un uomo stanco, angustiato, e non il mostro che Claudia sapeva che fosse.

«Non ti toccherò più fino a che non sarai tu a desiderarlo» le disse, cogliendola di sorpresa «Non mi è piaciuto costringerti: giacere con te questa notte è stato un obbligo, divino e morale, ma giuro sullo Stige che, ora che non è più indispensabile, non accadrà più fino a che non sarai tu a volerlo».

«Quindi, mai» abbaiò lei di rimando.

Se le sue parole l'avevano colpita, non credendo di potersi aspettare del rimorso dopo il modo in cui l'aveva trattata, la promessa sullo Stige l'aveva completamente sbigottita. Nonostante ciò, la rabbia era troppo grande per poterlo perdonare.

Cetego scosse la testa, chiaramente esausto.
«Lepido deve comunque visitarti: il rapporto non è stato...delicato, so che ti ho fatto male. Lascia che controlli, è il suo lavoro».

«Ho detto no!».

«Se ti potesse visitare, potrebbe anche darti delle pomate per alleviare il dolore».

«Può darmele anche senza toccarmi».

Non ci fu verso di farle cambiare idea e Cetego fu costretto a cedere. Esasperato, se ne andò dalla stanza.

Il risveglio era stato abbastanza brusco, non dandole tempo di elaborare tutto quello che provava. Fu così che, sola dopo l'incontro con l'uomo che l'aveva rovinata, Claudia sentì una nuova ansia montarle in corpo. Le pareva di soffocare, il panico padrone del suo corpo: in un istante era nuovamente piccola, impotente, sotto il corpo dello schifoso. Un nuovo impulso la colse, il desiderio di togliersi di dosso i resti dell'amplesso, di sentirsi meno sporca – anche se nulla sarebbe stato in grado di eliminare il senso di impurità che provava dentro di lei. Si lavò rabbiosamente, strofinando con forza la pelle fino a farla diventar rossa, quasi scorticata.
Quando finalmente si decise a tornare in camera, trovò il letto rifatto, privo di ogni traccia degli eventi orrifici che aveva visto la notte scorsa; una sola cosa stonava in quel rinnovato dipinto: la presenza del marito e del medico seduti al di sopra di esso.

«Lepido è qua per controllarti. Non si discute».

Serrò i pugni così forte che le mani iniziarono a tremarle. Perché non voleva ascoltarla? Perché doveva darle continuamente tormento? Non era abbastanza quello che le aveva già fatto?

«Sei sordo? O solo stupido? Non mi voglio far toccare!» urlò.

Cetego si alzò dal letto e l'approccio lento, cauto, le mani alzate davanti a sé, come avrebbe fatto con una cerbiatta impaurita in una battuta di caccia.
«Voglio solo prendermi cura di te» le disse, il tono calmo e controllato «Devo accettarmi che tu stia bene».

Amor amara datDove le storie prendono vita. Scoprilo ora