XXV. Nec spe nec metu

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Curzia aveva un talento naturale: sapeva scavarsi la fossa da sola, sempre e comunque. Dire che re Romolo non avesse gradito quella sceneggiata – completa di insulti a Roma e alla sua persona – era un eufemismo. I presenti avrebbero in seguito giurato di aver visto la dea Pax fisicamente fermarlo dall'uccidere Curzia, mentre Rufo era inginocchiato davanti a lui, supplicandolo di prendere la sua vita al posto di quella della moglie. Alla fine, Curzia era stata condannata solo a una reclusione totale per tutta la durata della gravidanza, che ormai era uscita allo scoperto; era inoltre stato deciso che la loro prima figlia femmina sarebbe diventata una Vestale, in modo da onorare Roma ed espiare i peccati della madre contro la città.
La punizione di Romolo era stata pianificata talmente bene da sembrare quasi una benedizione, quando in realtà era intrisa di crudeltà. Essere costretta a cedere la propria figlia al sacerdozio delle Vestali era sì un grande onore, ma anche una grande sofferenza: non avrebbe mai vissuto una vita da bambina e Curzia non le avrebbe fatto da madre. Sarebbe stata separata da lei tra i sei e i dieci anni, abbastanza grande per poter comprendere cosa stesse succedendo, ma troppo piccola per ricordare pienamente il calore della propria famiglia; sarebbe rimasta vergine per trent'anni, segregata nel tempio di Vesta per controllare che il fuoco sacro della dea, simbolo di Roma, non si spegnesse, e per custodire i pignora civitatis - il Palladio, i Lari e i Penati di Enea - attraverso cui gli dei garantivano la protezione alla città. Non sarebbe mai uscita da Roma, pena la caduta della città.

Cetego non le aveva mai permesso di andare a visitare Curzia, non una singola volta. Era stato inamovibile, nonostante le suppliche, le promesse e le preghiere. I fatti accaduti erano semplicemente troppo gravi per poter essere condonati e Rufo stesso le aveva negato ogni visita. Aveva paura per Curzia: come avrebbe fatto a resistere sola per mesi, incinta di una gravidanza che non aveva voluto, a contatto solo con un uomo che disprezzava? Che cercava di incatenare il suo animo selvaggio, rendendola il guscio di se stessa? Forse la amava, ma non la meritava. Non così, schiava di una condizione che la voleva dolce e remissiva, quando lei era focosa e arrogante.

Dopo quell'incontro con i Curensi, tutto era stato insolitamente calmo: c'era stata qualche ribellione all'interno dell'agro, ma nulla che non potesse essere arginato con facilità. Tutti - e soprattutto re Romolo - si sarebbero aspettati una ritorsione da parte di Cures, che però non avvenne. La cosa non fece altro che aumentare la tensione tra la popolazione, le persone continuavano a chiedersi quando il loro attacco sarebbe avvenuto. La costruzione della rocca subì un'accelerazione e il perimetro della città fu armato a tutte le ore del giorno. Le protezioni furono allentate solo ad estate inoltrata, quando fu chiaro che i Sabini non stavano progettando alcun attacco a sorpresa. L'ordine del re sollevò quel velo soffocante che aveva permeato la città, permettendo a tutti di ritornare a respirare.

Claudia non aveva smesso di pensare alla reazione di suo fratello. Tutti avevano provato a convincerla che non intendesse veramente ciò che aveva detto, che le sue parole erano state dettate dalla paura e dalla confusione, ma lei era sicura che quello non fosse il caso. Suo fratello la odiava. La sua famiglia la odiava. Erano troppo radicati nelle tradizioni e nella superbia che derivava dal lignaggio per retrocedere dalle loro convinzioni, per accettare un legame di qualsiasi tipo con i Romani. Eliminarla dalla gens era più semplice che fare i conti con il fatto che fosse romana.

All'inizio ci fu dolore. Sentiva che se la sua identità da sabina le era stata strappata e senza quella, non era nessuno. Il dolore era atroce: nessun male fisico che aveva provato in vita sua poteva competere. Era come se fosse stata gettata in un calderone di olio bollente e non solo le venisse chiesto di non morire, ma addirittura di galleggiare. Il dolore si trasformò presto in rabbia. Perché l'onore doveva essere più importante di lei? Chi aveva stabilito quella stupida regola? Era stata rapita, non aveva avuto novità di lei per mesi e suo fratello non era riuscito a far altro che insultarla. Riusciva a immaginare quelle ruote insignificanti che aveva nel cervello girare e schiantarsi contro a un muro di fronte al segnale "empatia". La rabbia non la abbandonò per mesi. Era ancora lì nel pieno dell'estate, quando Veturia partorì un figlio maschio.

Amor amara datDove le storie prendono vita. Scoprilo ora