Come di consuetudine in quei giorni di attesa infinita, Claudia aveva passato il tempo consegnando la sportula ai clientes – o quello che ne rimaneva, dato che la maggior parte di loro era in guerra – tessendo e pregando. Erano trascorsi sei giorni dalla partenza e dell'esercito non c'era ancora alcuna notizia. Era consapevole che le battaglie richiedessero tempo, ma non era in grado di essere paziente. Non lo era mai stata.
Aveva più volte pensato alle sue amiche ma non aveva ancora chiesto di vederle: per quanto avrebbe desiderato stare insieme a loro, aveva paura che la risentissero, che decidessero di non volere la sua compagnia. L'avrebbe ferita immensamente e non si sentiva pronta ad affrontare un nuovo dolore. Era lenta nell'elaborare le emozioni e aveva bisogno dei suoi tempi, dei suoi spazi.
Stava realizzando una decorazione realmente complessa. Come sempre, quando era concentrata, teneva la lingua fuori dalle labbra e si mordeva lievemente il labbro inferiore; Alba, che le stava spiegando come realizzare la trama, ridacchiava di lei, prendendola in giro amorevolmente, come una nonna con la propria nipote. Adorava il rapporto che stava creando con la donna; la tranquillizzava avere una figura materna al suo fianco. Era ovvio quanto amasse Cetego: gli avrebbe letteralmente baciato i piedi se glielo avesse permesso e non avrebbe mai fatto nulla che gli potesse nuocere, ma comprendeva anche lei, la sua frustrazione, il suo senso di spaesamento; era sempre pronta ad accoglierla fra le sue braccia quando aveva bisogno di parlare e di sfogarsi, o per un abbraccio.
Quel giorno, Alba era particolarmente distratta. Aveva uno sguardo vacuo e la sua chioma canuta, solitamente pettinata a dovere e raccolta sulla sommità del capo, era stata lasciata sciolta. Anche le rughe, che le coprivano il volto delicato come ragnatele, le parevano più profonde.
«Stai bene, Alba?» le chiese. Ci teneva alla donna e voleva fare qualcosa per lei, aiutarla per quanto possibile.
La serva spostò lo sguardo dal telaio e la osservò con occhi sgranati, come se fosse sorpresa che Claudia gli avesse posto una tale domanda. Alla sabina si strinse un po' il cuore, ingoiò un groppo che le era arrivato alla gola: era stata così concentrata su se stessa che non si era mai accorta – né mai aveva indagato – su come realmente si sentisse la donna?
«Non ti devi preoccupare per me, bambina».
Abbandonò completamente il proprio lavoro e si voltò nella sua direzione. «Certo che mi preoccupo. È come se fossi mia nonna. Non puoi chiedermi di non preoccuparmi».
Alba sospirò. Il sorriso le rimase sulle labbra, ma le ombre sotto gli occhi tradivano la sua stanchezza. «Sono preoccupata per il dominus. L'ultima volta che un uomo della mia famiglia è andato in guerra...non è tornato».
Claudia si morse il labbro. «Oh, mi dispiace. Non volevo portarti alla mente brutti ricordi».
«Sono ricordi bellissimi, invece. Non ne parlo mai, ma penso sempre al mio Ateio e alla mia Ateia, a quanto si troverebbero bene qui a Roma, a quanto adorerebbero te e il dominus».
«Ateia è tua figlia?».
La fissò con sguardo vacuo, come persa in quel passato che stava tentando di rievocare. «Era. È morta quando aveva tredici anni, tanto tempo fa. Apollo arciere ha scagliato molti dardi dorati quell'inverno. Mi mancano tantissimo, tutti e due».
Claudia allargò le braccia, la invitò a tuffarsi nel suo abbraccio. Voleva essere lei, per la prima volta, ad essere di conforto. Alba l'abbracciò, appoggiò il viso sulla sua spalla e sospirò lievemente.
«Grazie, Claudia. Sei una brava ragazza. Sono contenta che Cetego abbia scelto te come moglie. Un giorno, anche tu sarai felice qui. Ne sono certa».
Non trovò la voce per rispondere. Le posò appena le labbra sul capo, stringendola più forte del necessario.
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Amor amara dat
Historical FictionRomolo aveva da poco fondato Roma, i cui abitanti erano pastori sbandati, esuli dei villaggi vicini, delinquenti messi al bando dai loro popoli, e le poche femmine che vivevano lì godevano di una dubbia reputazione. In assenza di donne in grado di p...
