⚠️TW: citazione violenza domestica.⚠️
Eterna trappola.
Pioveva.
Pioveva dalla mattina presto, come il cielo stesse versando le sue più fluenti ed emozionali lacrime, spettatore di una realtà devastante.
Dalla finestra socchiusa entrava un filo d'aria gelido, insinuantesi sotto quelle vesti neutre e leggere a cui il ragazzo era costretto. Rabbrividiva, gioendo in quei miseri tratti di umanità.
Giaceva immobile su quel triste lettino, ammirando la corsa senza fiato delle gocce sul vetro, le braccia stabili ai suoi fianchi. Su una di esse, una corona di fiori letali e bellicosi correva elegantemente mortale, facendo sfoggio egoisticamente della propria bellezza come edera che, arrampicandosi, oscura a morte le altre piante.
Era solo: sua madre si era allontanata dalla stanza dopo un'intera giornata al fianco del riccio, quasi costretta dai medici. Sarebbe tornata a breve.
Ogni tanto questa o quell'infermiera entrava per assicurarsi le flebo non si fossero spostate, o svuotate.
I vestiti da ospedale che il corvino indossava erano larghi ed ampiamente lunghi, facendo sembrare lui ancora più sottile e fine, e sbracciati sul lato destro, in modo da non toccare i fiori spuntanti dalla sua pelle.
Un tuono interruppe brutalmente il silenzio galleggiante nell'aria, gelidamente tesa. Una scarica di brividi ed una morsa allo stomaco furono percepiti da Keiji.
Qualcuno bussò alla porta, aprendola subito dopo. Un'infermiera dall'espressione pacata fece il suo ingresso, non spingendo il riccio da spostare i suoi occhi dal vetro della finestra.
Dietro di lei, ulteriori passi si sentirono.
«Akaashi-kun, hai una visita.» annunciò, facendo quindi voltare lentamente il capo del riccio.
Quando gli occhi dei due si incontrarono, entrambi persero un battito.
Tutte quelle informazioni, brutalmente insinuatasi nella mente del ragazzo dagli occhi dorati troppo velocemente, parevano martellargli sulle tempie, generando un'emicrania non irrilevante. Non era riuscito a darsi pace, costretto a giacere al suolo come se appesantito dal vastissimo peso delle parole che gli erano state rivolte nell'arco di quella troppo repentina settimana.
Akaashi stava male, tanto male. Il "ragazzo strambo con l'Hanahaki" si era rivelato essere lui. Secondo i ragionamenti di Kenma, che purtroppo raramente andavano fuori strada, la causa della malattia era proprio il maggiore, che a sua volta aveva preso ad allontanarsi dal riccio, lasciandolo isolarsi nel momento del bisogno.
Se prima usava gioire quando immerso nelle emozioni, che lo sostenevano e cullavano al loro interno, adesso se ne sentiva sopraffatto, sbattuto da una parte all'altra in modo irruento e brutale, così improvvisamente da non lasciargli il tempo di comprendere cosa stesse accadendo.
Si sentiva improvvisamente riportato nel passato, quand'era troppo piccolo per capire, per reagire. E rivedeva quella scena, risentiva quella confusione e tristezza che gli attanava l'animo, ricadeva sulle proprie ginocchia. Ritornava debole.
I suoi genitori, Katsue Bokuto, sua madre, e Ryota Fuiji, suo padre, erano una coppia appena sposata, unita da un indistruttibile amore, quando il piccolo Kōtarō fece il suo ingresso in una mattina afosa ed umida.
I due giovani, entusiasti del loro dolce pargoletto, presero immediatamente la sua nascita come un segno fortuito dalle divinità, creando una bolla felice in cui ignorare il restante mondo.
Così, quella tanto allegra famigliola proseguì la propria vita in modo inesperto, forse eccessivamente, per altri quattro, cinque anni.
Poi, la realtà, stufa d'esser stata ignorata così sfacciatamente, s'abbatté sulla quiete della bolla, facendola scoppiare sotto il peso di sempre crescenti tasse ed ore lavorative, comportanti una sempre maggiore tensione. Le schiene dei giovani genitori s'iniziarono a piegare.
Il piccolo Kōtarō non capiva, dalla sua misera altezza: vedeva la sua mamma e papà discutere sempre di più, sempre più animatamente, sempre con un tono di voce più alto.
Erano innumerevoli le sere in cui l'uomo tronava a casa stressato e stremato, pronto a sfogare i propri nervi sulla donna che l'aspettava, giocando con il piccino.
Lui entrava sempre sbattendo la porta, ricordava.
I suoi occhi, che sapeva essere particolarmente simili ai propri, venivano oscurati da un velo di rabbia e tensione, mentre la fronte si corrugava ed il passo si appesantiva. Non era difficile sentirlo arrivare lungo il vialetto di casa.
In quel momento, solitamente, la madre mandava il bambino in un'altra stanza, tentando di evitare che assistesse in prima persona a quelle liti così caotiche e spaventose. Chiaramente, i bambini non sempre ascoltano alla lettera le parole dei genitori.
Ulteriori urla, strilli, parole veloci e complicate che spaventavano il più piccolo, nascosto tremante dietro la porta della cucina. Non muoveva un muscolo, nemmeno tremava, tale il terrore di essere notato.
I due adulti, tuttavia, parevano sempre eccessivamente coinvolti in quelle loro liti per fare caso a quelle ginocchia che si indebolivano, a quell'animo che veniva pressato al suolo, confuso.
Cosa accadeva? Perché quelle urla, quegli schiamazzi? I suoi genitori erano sposati, perché sembravano ora non volersi più bene?
La situazione si calmava unicamente con l'uscita di scena di uno dei due, con un insulto pesante o un oggetto lanciato. L'uomo era solito ricoprire tale ruolo.
A quel punto, la giovane madre sospirava, si stringeva le braccia al petto e si raccoglieva in se stessa, tornando poi a dare attenzioni al bambino. Quando si trovava nelle braccia di lei, gli era impossibile non scoppiare a piangere, stringendo in due miseri pugnetti il tessuto del suo vestito.
La donna gli accarezzava il capo fino a farlo addormentare, calmandolo.
La sera dopo, il copione si ripeteva. Kōtarō provava a piangere un po' meno.
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Sweet death. /BokuAka/
Hayran Kurgu"Cosa si scrive, quando non si ha più tempo per farlo? Cosa si dice, sapendo che quelle saranno le ultime parole che potrai mai pronunciare? Cosa si pensa dell'amore, quando questo diviene la causa della tua fine?„ Il giovane liceale Akaashi Keiji...
