Capitolo 34

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Una ragazza si ancorò alla sua giacca di pelle marrone, rischiando di strappargli una manica. Samuel era come un muro tra lui e le mille mani che cercavano di afferrarlo. Firmare autografi e fare foto stava diventando sempre più difficile.
Si guardò intorno quando la sua attenzione fu attirata da un urlo particolarmente assordante e dovette sforzarsi di non ridere, vedendo il piccolo Cobbra preso d'assalto da una signora tedesca molto focosa. Per fortuna Vic era tornata in camerino, quella bolgia infernale sarebbe stata troppo pericolosa per lei.
Damiano aveva appena finito di girare un video con un saluto affettuoso per una certa Laurette, quando sentì picchiettare sulla propria spalla e scorse la cuffietta nera di Leo.
"Dem, annamo..."
"Lellí, solo 'n'attimo... semo appena usciti. Mò ariviamo..."
Le voci dei fans sovrastavano quelle dei due amici, che riuscivano a stento a sentirsi. Lui non era uno che amava particolarmente il contatto diretto con i fan ma nemmeno voleva salutarli da lontano come se fosse Micheal Jackson.
"No, Damià. Hai da vení subbito!" Sembrava più un ordine a dire il vero e di sicuro non era da Leo usare certi toni, specialmente con lui. Se Damiano si fosse girato per guardarlo in faccia, avrebbe subito capito che qualcosa non andava ma era troppo preso da quel tumulto di mani tese e grida eccitate.
"... è per Vic."
Questa volta fu solo un sussurro a denti stretti nel suo orecchio, che gli fece raggelare il sangue nelle vene.
"Che cazzo dici?" Si voltò finalmente con il pennarello nero a mezz'aria. Non era certo di avere capito bene ma non appena vide l'espressione dell'amico, capì che non stava scherzando.
"Sorry..." Disse quasi trasognato mentre il bodyguard lo strappava dalle grinfie delle fan assatanate, le quali non volevano lasciarlo scappare così presto e continuavano ad urlare il suo nome con strani accenti.
Damiano fu trascinato come da una corrente invisibile lungo i corridoi pieni di cavi e addetti ai lavori, che stavano smontando le apparecchiature tutt'intorno a loro.
"Che sta a succede, dov'è?
Camminavano a passo veloce, senza degnare di uno sguardo nessuno.
"È in camerino... abbiamo già chiamato l'ambulanza..." Leo stava praticamente correndo per riuscire a stargli dietro.
"Come l'ambulanza??" Damiano per poco non si sentì mancare. Che cazzo stava succedendo? Fino a poco prima erano sul palco e Vic stava bene ed ora?
"Non lo so... l'ha trovata Gaia, credo che fosse svenuta in bagno..."
"Cazzo..."
Damiano non sapeva se stava ancora respirando. Ad ogni passo che faceva verso il camerino si rendeva conto del fermento che aumentava. Perché non era rimasto con lei? Eppure aveva capito che quel pomeriggio qualcosa non andava, nonostante Vic si sforzasse di rassicurarlo. L'aveva vista stanca dopo la traversata in aereo, per questo aveva insistito perché riposasse un po' prima del soundcheck. Avrebbero suonato in quella vecchia fabbrica dismessa alla periferia di Amburgo, un locale molto esclusivo, nel quale si sarebbe svolto quel festival con tutti i pezzi grossi dell'industria musicale europea. Non era un vero e proprio concerto, era piuttosto una specie di lussuosa marchetta commerciale, che avrebbe aperto loro le porte del mercato discografico. Quattro o cinque pezzi, niente di più, niente di meno. Aveva svegliato Vic poco prima di partire alla volta della location. La vedeva un po' taciturna ma sapeva che era sempre così quando si addormentava nel pomeriggio e doveva solo carburare.
Il dubbio vero e proprio si era insinuato in lui durante le prove, quando aveva scorto una smorfia sul suo viso pallido proprio nel bel mezzo di "IWBYS". Aveva fermato la canzone in modo non del tutto professionale, fingendo un problema tecnico. Vic gli aveva assicurato che andava tutto bene e che non aveva bisogno di nessuna pausa ma lui aveva faticato a staccarle gli occhi di dosso per tutto il resto delle prove. Poi però si erano preparati, si erano truccati e avevano fatto un'esibizione impeccabile. Vic aveva preferito rimanere in camerino perché si sentiva stanca e voleva cambiarsi il prima possibile e lui ne era stato segretamente felice perché la sapeva al sicuro, lontana da tutte quelle mani invadenti. Ora però iniziava a pensare di essersi sbagliato. Avrebbe dovuto rimanere con lei, non abbassare la guardia a quel modo.
Erano arrivati. In quel momento avvertì distintamente le voci dei paramedici tedeschi che si stavano avvicinando dal corridoio opposto. Era una fortuna che si trovassero ancora nell'area del concerto.
"Fate passare per favore?" Leo si fece strada tra i due buttafuori che aveva messo di guardia davanti alla porta perché non entrasse nessuno.
La stanza era quasi vuota. Ci mise un po' per riconoscerla così piccola, sembrava scomparire su quel divanetto di pelle bordeaux in fondo alla stanza. Corse da lei, accorgendosi che era cosciente e Gaia gli lasciò il suo posto proprio lì di fronte.
"Vic!! Victò... so' qui, so' io! Dimmi che te senti?"
Victoria era sdraiata su un fianco, tutta rannicchiata su se stessa, gli occhi chiusi e le mani strette sul ventre. Quando riconobbe la sua voce, socchiuse le palpebre ed una lacrima le sfuggì a tradimento dalle ciglia. Era pallida, Damiano era convinto di non averla mai vista così bianca in vita sua.
"Amò... È tutta colpa mia... perdoname... puoi perdonarmi?"
Faticò a capire quelle parole sconnesse tra le lacrime. Victoria era disperata e lui non riusciva nemmeno a sfiorarla per paura che si sbriciolasse tra le sue mani.
"Ma che cazzo dici? Stà tranquilla, ok? Ce stanno i dottori qui... Andrà tutto bene... vedrai..." Non sapeva nemmeno lui perché aveva dovuto dire quelle parole. La verità era che non poteva esserne sicuro, non aveva la minima idea di cosa stesse accadendo ma capiva che la vita di loro figlio era in serio pericolo e forse anche quella di Vic. Le accarezzò i capelli scostandole la frangia dal volto contratto per il dolore. "Shhh... respira dai... respira con me..." Avrebbe voluto che funzionasse come funzionava sempre con gli attacchi di panico ma lui non era un dottore e non sapeva che altro fare.
A quel punto fu letteralmente spostato di lato dai paramedici, che presero in mano la situazione, parlando una lingua che in quel momento non riusciva a capire. Non capiva nulla a dire il vero, sentiva solo il respiro affannoso di lei e i suoi gemiti soffocati. Gli fecero alcune domande in inglese, alle quali cercò di rispondere come meglio poteva, per fortuna ci pensarono Gaia e Leo a comunicare con loro. Li osservò lavorare mentre le prendevano i parametri vitali e la spostavano sulla barella. In quel momento si accorse del sangue sull'abito dorato di lei e dovette appoggiarsi alla parete per non svenire. Sperò stupidamente che Vic non si fosse accorta di nulla, forse per nasconderle la reale gravità della situazione.
Vide i bodyguard sgomberare i corridoi fino all'uscita secondaria. Dovevano fare in modo che nessuno potesse filmare la scena. Si chiese se Thomas ed Ethan fossero ancora ad intrattenere i fan e se avessero intuito qualcosa. Avevano deciso di dirglielo dopo la data di Lione ma ora lo avrebbero scoperto di sicuro e si sarebbero infuriati e a ragione.
"Daje Damià!"
Si sentì strattonare di nuovo per la manica di pelle e fu trascinato come un pupazzo verso l'uscita. Non aveva nemmeno pensato che lo avrebbero lasciato salire sull'ambulanza insieme a lei ma qualcuno doveva aver detto che era il padre o forse era stata Vic a chiedere di lui. Quando si richiuse il portellone e furono soli con i paramedici, solo allora riuscì a riprendersi e a concentrarsi su ciò che era importante. Vic sembrava aver perso tutta la sua forza d'animo ora e non riusciva a ricacciare indietro le lacrime insieme ai lamenti. Era terrorizzata, esattamente come lui. Cercò di riaversi, le afferrò la mano aggrappata alla sottile coperta termica e se la portò alle labbra.
"Resisti principé, tra poco andrà meglio... te lo prometto...."
"... ho paura..." La sentì balbettare e cercò di asciugarle le lacrime come aveva fatto pochi giorni prima in un residence a chilometri e chilometri da lì.
"Shhh... Non devi aver paura, sono qui con te..."
"Avrei dovuto darti retta... avrei dovuto fermarmi prima..." Fu costretta ad interrompersi, vinta di nuovo dal dolore. L'uomo non avrebbe saputo dire se quelle erano contrazioni, però si rendeva conto che ad ogni minuto che passava il dolore sembrava aumentare e Vic era sempre più debole. Avrebbe solo voluto svegliarsi e rendersi conto che era un cazzo di incubo, come quello che aveva fatto pochi giorni prima ma ahimè, quella era la realtà.
All'improvviso si accorse che qualcosa nelle espressioni dei presenti era cambiata. Qualcuno aveva gridato alcune parole al conducente ed una sensazione terribile si era insinuata dentro di lui. Sentì partire il boato della sirena ed ebbe un tuffo al cuore. Vic aveva smesso di lamentarsi, aveva gli occhi ancora aperti ma sembrava aver perso ogni energia. Sentì la sua mano allentare la presa e capì che stava per perdere i sensi.
"Ehi? No... no no, Victò!? Guardame... Victoria guarda me!!" Le prese il volto tra le mani per costringerla a rimanere con lui ma fu tutto vano. I soccorritori lo costrinsero di nuovo in un angolo mentre armeggiavano su di lei come se sapessero cosa fare.
Lui iniziò a piangere, un pianto disperato scosso dai singhiozzi. Perché non si sbrigavano? Quanto cazzo distava quell'ospedale di merda? E se l'avesse persa? Se l'avesse persa sul serio? Era colpa sua, solo sua: l'aveva convinta a portare avanti una gravidanza che forse lei nemmeno desiderava e l'aveva fatta viaggiare e salire su quel palco, pur sapendo che poteva essere pericoloso. Era tutta colpa sua. Solo colpa sua.

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