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Una settimana. Senza Avengers, senza Natasha, senza Steve, senza i miei zii o chiunque altro. Solo io ed Elia. Il caro, vecchio Elia che voleva «recuperare il tempo perso», come diceva lui.
Vista da fuori, poteva sembrare una normale vacanza di famiglia. Ma vi assicuro che non lo era affatto.
Mi addestrava duramente ogni giorno, senza sconti. E, finito l'allenamento, parlavamo. Di tutto. Di niente. Di noi.
Eravamo isolati in una piccola casa in legno affacciata su un lago, invisibili al mondo. Nessuno poteva raggiungerci. Nessuno poteva localizzarci.
I primi tre giorni il mio telefono esplose di chiamate da parte di Nat e... Steve. Avevo inventato una scusa: ero in vacanza, volevo tempo per me.
Chi mi conosce davvero dovrebbe sapere che non metto mai il passato alle spalle. Ma a nessuno concedo l'onore di conoscermi veramente. Nessuno, tranne Elia. Con lui ero un libro aperto. E questo mi stava cambiando. Troppo in fretta.
Ma non mi dispiaceva. Non volevo essere vista come debole. Volevo essere forte. Potente.
Ogni notte da quando eravamo arrivati, gli incubi erano tornati. Dopo anni. Sempre lo stesso sogno, identico. Non era un semplice incubo. Era un ricordo. E io non ne parlai con nessuno. Nessuno di cui mi fidassi abbastanza.
Mi svegliavo nel cuore della notte, mi preparavo una tisana e uscivo a prendere aria. Poi rientravo e, lentamente, tornavo a dormire.
Alle cinque del mattino la sveglia suonava, e il ciclo ricominciava.
Primo Giorno
Avevo fatto le valigie in silenzio. Solo Natasha riuscì a incrociare il mio sguardo. L'unica che ebbi il coraggio di salutare, nonostante quello che era successo.
Salii in macchina e guidai fino al cimitero, dove Elia mi stava aspettando. Quando entrò, fece un lungo sospiro.
«Sei sicura?» mi chiese.
Gli sorrisi appena, accesi il motore e partimmo. Un'ora di silenzio e pensieri. La casa che ci accolse era piccola, in legno grezzo, ma calda. Sembrava fuori dal tempo. Non c'erano molti mobili: Elia non si era mai fermato abbastanza a lungo in un posto da poterli portare con sé.
Ripensai alle parole che mi aveva detto la sera prima:
«Qualche anno prima della tua nascita... l'HYDRA rapì tua madre. Volevano arruolarla. Così, io presi il suo posto.»
La mia stanza era semplice, ma mia. Sistemai i miei effetti personali, poi cenammo insieme.
Parlammo dei miei genitori. Elia li definì «un trio di idioti». A quanto pare, era così che si chiamavano tra loro. Ridere con lui mi fece sentire meno sola. Per un attimo, fu come averli accanto a me. Anche se non c'erano.
Una lacrima mi rigò la guancia sinistra. Continuai a sorridere.
Elia si inginocchiò davanti a me, mi prese la mano e disse:
«Non ti succederà nulla finché io sarò in vita.»
Lo guardai e annuii. Non riuscivo a fare altro. Se avessi parlato, avrei pianto.
-Secondo e Terzo Giorno-
Il giorno dopo, alle prime luci, mi svegliai. Elia era già fuori.
Mi fece fare venti giri intorno alla casa come riscaldamento, poi posizionò delle bottiglie su un tronco e mi porse una pistola.
«Sul serio?» dissi, alzando un sopracciglio. «Lo sanno fare anche i bambini.»
«Okay, bambina. Allora fallo.»
Le colpii tutte con facilità, dandogli un sorrisetto compiaciuto.
Ma poi cambiò le regole.
«Ora rifallo. Ma bendata.»
«Come scusa?»
«Posizionerò le bottiglie attorno a te. Avrai cinque secondi per memorizzarle, poi ti benderai e sparerai.»
«Okay...»
Ne mise due dietro, due ai lati a distanze diverse, una più in alto. Ne sbagliai tre. Non ero pronta per quel tipo di addestramento. Non ancora.
Il terzo giorno accesi il telefono. Decine di chiamate perse da Nat e Steve. Nessun messaggio. Spensi di nuovo il cellulare, senza rispondere.
-Quarto Giorno-
Erano giorni duri. Di allenamento fisico. Di introspezione.
Elia cominciava a sembrare più un padre che uno zio. E io... io stavo crollando.
Mi mancava la mia vecchia vita. I miei amici. Le battute sarcastiche di Tony. Le missioni con Nat. Le liti con Steve.
Ma una voce dentro di me continuava a ripetermi che la normalità non esiste. Per nessuno.
Tutto questo, alla fine, era iniziato da un cuore infranto. Il mio.
Quel giorno, di nuovo, allenamento bendata. Per la quarta volta.
Non protestai. Mi preparai. Sparai. Sbagliai. Ma continuavo a provare.
-Quinto e Sesto Giorno-
Una notte, un rumore mi svegliò di colpo.
Scivolai giù per le scale in vestaglia. In cucina, Elia si teneva il petto, ansimante.
Pillole sparse a terra. Una bottiglia d'acqua rovesciata.
«Elia?!»
«Sto bene, Alyson. Vai a dormire.»
«Cosa ti succede?!»
«Alyson, vai di sopra.»
Mi avvicinai e gli porsi un bicchiere. Il suo sguardo era lontano.
Quella sera non spiegò nulla. E nemmeno il giorno dopo. Cambiò discorso come al solito.
Mi allenai da sola. Lui restò in camera. A riposare, suppongo.
-Settimo Giorno-
168 ore. Una settimana intera.
Ero migliorata tantissimo. Elia me lo confermò proponendomi un combattimento vero. Lui contro me.
Accettai. Vinsi.
Il suono della vittoria era meraviglioso.
Mentre giaceva a terra, mi guardò e scoppiò a ridere.
«Davvero in gamba, ragazzina.»
Mi aiutò a rialzarlo, poi aggiunse:
«I tuoi genitori sarebbero orgogliosi di te. Come lo sono io. Sei una ragazza prodigio. Impari in fretta. Non lasciare che nessuno ti ostacoli, Alyson.»
Gli sorrisi.
Quando tornai in camera, il telefono vibrava. Display rosso. Simbolo degli Avengers. Un messaggio.
«Alyson, non voglio sapere perché non rispondi. Abbiamo bisogno di te. C'è una missione. Ti mando le coordinate. Spero che tu venga. Ci manchi... a me manchi.»
– Natalia
«Merda!» sibilai.
Lanciai il telefono sul letto e corsi da Elia.
Gli spiegai tutto. Lui mi guardò serio. Non disse nulla.
Mi diede carta bianca.
E io decisi. Era ora di mettere alla prova il mio addestramento.
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Durante il prossimo capitolo incontreremo dei personaggi che tutti adoriamo. Spero che vi stia piacendo questa storia.
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Angels could be bad // Bucky Barnes
FanficAlyson Black agente dello S.H.I.E.L.D e Avengers, dopo aver cercato la verità che tutti le nascondevano e aver commesso errori decide di allontanarsi da chi ama per capire chi è veramente. "Sono il cattivo nella tua storia?"-Alyson (oc) [completata]
