Insomnia

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Un mese dopo

Di Loki non avevamo più notizie, e sembrava che fosse stato solo un falso allarme. Fortunatamente, non avevamo dovuto affrontarlo sul campo, e questo ci aveva permesso di concentrarci su altro. Io e Jason continuavamo a vederci ogni giorno. Ormai era ufficiale: ero la sua ragazza. La nostra routine era diventata quasi perfetta. Lavorava e studiava, ma questo non gli impediva mai di trovarmi ogni giorno, di incontrarci nel bar dopo il lavoro, di fare due chiacchiere durante le pause e, quando aveva finito, uscivamo insieme. A volte andavamo a cena fuori, altre ci perdevamo in lunghe passeggiate nel parco vicino a casa sua, e quando la notte ci avvolgeva, finivamo a casa sua, improvvisando sempre qualcosa da fare.

Con Steve ero riuscita a recuperare i rapporti, ma non erano perfetti. Mi sentivo ancora un po' distante, come se qualcosa fosse cambiato tra di noi, ma almeno non ci ignoravamo più. Natasha ed io eravamo come sempre, le classiche migliori amiche che non potevano fare a meno l'una dell'altra. Ogni sera, dopo essere stata con Jason, le raccontavo ogni dettaglio. Lei ascoltava, rispondeva, e spesso mi faceva da spalla nelle risate, come se fosse ancora l'unico modo per andare avanti.

Fury, invece, sembrava essere diventato più presente. Ogni giorno mi contattava per sapere come stavo, un piccolo gesto che non riuscivo a non notare. Non era da lui. Non riuscivo a capire se fosse solo il suo modo di essere più protettivo, ma c'era qualcosa di strano in tutto questo. Non era come al solito, e forse, mi stavo facendo delle paranoie, ma sentivo che c'era qualcosa che non andava.

May era partita con Coulson per una missione, ormai era lì da più di una settimana. Avevo sempre avuto il sospetto che tra loro ci fosse una speciale intesa, una sorta di legame che May cercava di definire in modo più elegante, ma che a me sembrava semplicemente ovvio. Mi mancava, mi mancava vederla ridere, ascoltarla raccontare le sue storie, prendermi sotto la sua ala protettrice. Lei mi aveva cresciuta, almeno in parte, e nonostante le distanze, non avrei mai potuto farne a meno. Thor era tornato su Asgard, e Tony... Tony continuava a lamentarsi di come il suo ruolo all'interno degli Avengers fosse paragonabile a quello di un gestore di un B&B per motociclisti. Mi faceva ridere sentire quelle parole uscire dalla sua bocca, mentre era ovviamente arrabbiatissimo.

Ogni fine settimana, tornavo dagli zii. Anche solo per un pranzo o una cena, ma passavo sempre del tempo con loro. Era bello sentire quel legame familiare che, seppur allentato, non era mai veramente svanito. Era come tornare a casa. Mi ricordava quei vecchi tempi, quando, a cena, dopo una lunga giornata, i miei genitori si sedevano a tavola e mi chiedevano come fosse andata la giornata. E questo, ogni volta, faceva male. Molto.

Mi dicevo che non dovevo pensare al passato. Eppure, non riuscivo a scacciarlo via. Avevo tutto quello che desideravo: amici, una famiglia, un ragazzo, un lavoro stabile, una vita tranquilla. Ma non era abbastanza. Volevo la verità, quella che mi era stata sottratta quando ero bambina. Volevo sapere chi avesse ucciso i miei genitori, come erano morti, e soprattutto, perché.

Le domande mi tormentavano ogni notte. Ogni notte, prima di addormentarmi, pensavo a quella notte, quella notte in cui Fury mi aveva detto che non erano morti in missione. Ma cosa era successo davvero quella sera? Che cosa avevo perso? Quella notte non mi dava pace.

Decisi di indagare da sola, senza parlarne con nessuno. Non potevo sopportare di non sapere. Nella mia stanza, sistemai una lavagna trasparente, quella che si scrive con i pennarelli, e ci scrissi tutti gli indizi che avevo sui miei genitori. Ogni missione che avevano svolto, ogni nemico che avevano affrontato, ogni pista che avevo raccolto. C'era anche un nome che mi faceva rabbrividire: mio zio. Durante le cene con gli zii, cercavo sempre di farmi dire qualcosa su di lui. Non molto, ma qualcosa. Era una specie di fratello per mia zia, condividevano anche lo stesso cognome d'altronde. Prima che tradisse lo SHIELD, prima che io nascessi. Io ero convinta che fosse stato lui, ma non avevo prove. Solo un brutto presentimento che mi corrodeva.

Una sera, mentre esaminavo la lavagna, mi resi conto che la lista dei sospetti si stava restringendo sempre di più. Alla fine, rimanevano solo tre nomi.

Grayson Anderson.

Walter Jones.

Elia Clarke.

Presi il mio computer e iniziai a cercare informazioni su Grayson. Aprii i file dello SHIELD e scorsi ogni documento che avevano su di lui.

Grayson Anderson: Mercenario di armi, ex capo di un'agenzia di prodotti agricoli in Sokovia. Un metro e ottanta, capelli castani, occhi verdi. Deceduto nel 1997.

Era morto tre anni prima della mia nascita. Quindi lo eliminai dalla lista.

Passai a Walter Jones. Socio in affari con l'Hydra, spia nello SHIELD, assassino di 60 uomini, capelli neri, occhi marroni, attualmente in una prigione per "dotati".

«Cosa sono i dotati?» mi chiesi, confusa. Non avevo mai sentito quel termine prima. Ero stanca, la mente mi stava annebbiando. Dalla descrizione, sembrava che i "dotati" fossero persone con abilità speciali, con poteri. Minacce di origine superumana. Stavo per scavare ancora più a fondo, quando un pop-up apparve sul mio schermo: la classica notifica che avvisa un agente dello SHIELD che non può accedere a determinati file senza il grado richiesto. Una politica che detestavo, ma che dovevo rispettare, almeno finché non avrei trovato un modo per aggirarla.

La mia testa era pesante, stavo per cedere alla stanchezza. Non riuscivo più a concentrarmi. Le parole danzavano sulla pagina e prima che potessi far altro, mi addormentai sulla scrivania. Non potevo credere che mi fossi addormentata, ma d'altronde, erano le tre di notte.

Il mistero rimaneva irrisolto.

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Angels could be bad // Bucky BarnesLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora