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Alyson POV

Mi risvegliai dopo quelle che sembrarvano ore. Il siero mi era stato iniettato e sentivo ogni fibra del mio corpo vibrare di un'energia nuova, estranea. Avevo un mal di testa lancinante e la vista era così annebbiata che faticavo a distinguere i contorni della stanza. «Ti avevo avvisata» disse una voce familiare alle mie spalle. «Avere lo stesso sangue non ti rende automaticamente parte di una famiglia.» 

«Mikael...» espirai, cercando di mettere a fuoco la sua figura. «Ciao, piccola Alyson» mi salutò con una nota di malinconia. «Non puoi essere qui, devi andare via o ti scopriranno» lo avvertii, tentando di mettermi a sedere, ma lui scosse la testa. «Non vado da nessuna parte. Ora il siero scorre nelle tue vene, Alyson... sei tu che devi sparire. Scappa, o non potrai più tornare indietro.» «Di che diavolo stai parlando?» chiesi, stringendomi le tempie. «La simulazione è opera mia. Avrebbero potuto iniettarti il siero subito, ma non l'ho permesso. Ho cercato di darti tempo, di farti capire...» «Dovrei ringraziarti per avermi torturato l'anima?» ribattei acida. L'uomo ignorò il mio sarcasmo e, con un gesto fluido, aprì un portale che squarciò l'aria della cella. «Dove porta?» «Dove il tuo cuore desidera davvero essere.» Senza aggiungere altro, lo ringraziai con un cenno e attraversai la soglia di luce.

Un chiarore abbagliante mi accecò per qualche istante. Quando la vista tornò normale, mi ritrovai in un posto che non avrei mai immaginato di rivedere. «Ma che diavolo...» sussurrai tra me e me. Ero al Compound degli Avengers. Se avessero scoperto che avevo mentito loro per tutto quel tempo... scossi la testa. Perché mi stavo ancora preoccupando della loro reazione? Dovevo andarmene prima di essere intercettata. Iniziai a camminare furtiva verso il garage, l'obiettivo era semplice: rubare una macchina e sparire.

«Ehi, tu!» mi richiamò una voce femminile. Una voce che avrei riconosciuto tra mille. Mi immobilizzai. Avevo il cappuccio della felpa alzato, ma dallo specchietto retrovisore della vettura accanto a me riuscii a scorgere la sua figura. Natasha. Non so cosa mi prese, forse la stanchezza o il bisogno di un contatto vero, ma abbassai il cappuccio e mi voltai lentamente. «Bello il nuovo taglio, Nat. Ti fa risaltare gli occhi» mi complimentai, notando il suo caschetto biondo. A primo impatto non mi riconobbe. Forse il siero aveva cambiato qualcosa nei miei lineamenti, o forse per lei ero davvero solo un fantasma. «Non è possibile...» iniziò a borbottare, facendo un passo indietro. «So che è difficile da accettare, ma devi lasciarmi andare» dissi con voce ferma.

 «No... tu...» delle lacrime iniziarono a rigarle il viso. Non riuscii a restare indifferente. Mi fiondai tra le sue braccia e la strinsi forte. «Sono qui, sto bene» provai a rassicurarla. «Tu eri m-morta... io ti ho vista...» balbettò tra i singhiozzi, nascondendo il viso contro la mia spalla. «Shh, calma. Sono qui.» 

Si staccò bruscamente, tirando su col naso e cercando di ricomporsi. «Vengo con te.» «No, Nat.» «Me lo devi, Alyson.» Roteai gli occhi, sentendo la vecchia dinamica tra noi riaffiorare. «Dannazione, Romanoff. Entra in macchina.»

Mentre guidavo fuori dal compound, il silenzio nell'abitacolo era opprimente. Natasha fu la prima a romperlo. «Cosa ti è successo, Alyson? Sei... diversa. Sei cambiata.» «Beh, sono successe parecchie cose» risposi, tenendo lo sguardo fisso sulla strada. «Raccontami.» Non riuscii a dire una parola. Il tradimento di mia madre e il dolore della simulazione erano ferite ancora troppo aperte. Deviai il suo sguardo, stringendo il volante fino a farmi sbiancare le nocche. «Alyson... dimmi solo una cosa» continuò lei, con dolcezza. «Stai bene?» No. Non stavo bene per niente. «Natasha... non mi va di parlare di quello che mi è successo.» «Appena vorrai parlarne, sai dove trovarmi.» 

«Perché?» le domandai d'un tratto. 

«Cosa?» «Perché ci tieni così tanto a me? Perché continui a voler farti carico dei miei problemi?» «Perché sei mia amica. Mi sei mancata terribilmente» rispose lei con semplicità. «La tua amica è morta, Nat. È morta nello stesso momento in cui ha scoperto che le persone di cui si fidava l'avevano tradita.» 

Lei rimase in silenzio per un secondo. «Tradita?» ripeté. «Sì. Tu lo sapevi, vero? Sapevi che Elia era mio padre?» 

«Alyson...» provò a cambiare discorso, la voce incrinata. Inchiodai bruscamente, accostando sul ciglio della strada. 

«Rispondimi!» le urlai contro. Natasha mi guardò e vidi qualcosa che non avrei mai voluto vedere nei suoi occhi: il terrore.

 Aveva paura di me. 

«Sì... lo sapevo» ammise infine, abbassando lo sguardo. «Hai paura di me ora?» le domandai, sentendo il siero pompare rabbia nelle mie vene. 

«No... mi hai solo spaventata» sussurrò. 

«Scusa...» mormorai, ripartendo nel silenzio più assoluto.

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Angels could be bad // Bucky BarnesLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora