Ultron

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– Tre giorni dopo, ore 17:00 –

Continuavo a sentirmi con Elia grazie a un telefono secondario, un dispositivo usato esclusivamente per parlare con lui. Non aveva nessun'altra funzione per me, se non quella di tenermi legata a un barlume di normalità. Quella sera Tony aveva organizzato una delle sue solite feste e, sebbene fossi ancora scossa da tutto ciò che avevamo passato, decisi comunque di partecipare.

Dopo venti minuti passati davanti all'armadio, scelsi un vestito nero semplice ma elegante, con spalline sottili e gonna leggermente svasata, che arrivava poco sopra le ginocchia. Non avevo voglia di farmi notare, solo di esserci.

– Ore 20:00 –

Scendendo nel salone principale della torre, venni investita dal chiasso della musica, dalle luci soffuse e dalle risate. Le persone danzavano, chiacchieravano, bevevano. Mi feci spazio tra la folla fino al bancone, dove notai Natasha che stava servendo drink con un'eleganza innata, come se fosse nel suo habitat naturale.

Mi avvicinai.

«Mi scusi, signorina!»

Le lanciai un sorriso ironico e lei alzò lo sguardo.

«Un martini, per favore.»

«Sicura di avere l'età per bere?» chiese, sollevando un sopracciglio.

«Sì. Altrimenti non te l'avrei chiesto.»

Lei sorrise con complicità. «Allora sei una brava ragazza.»

«Lo so... a parte gli scherzi, ne ho davvero bisogno. E se riesci a svignartela per un attimo, vorrei parlarti.»

Natasha posò lo shaker e mi scrutò in silenzio. Poi, con voce più bassa, disse: «Tranquilla, Alyson. So che stai passando un periodo difficile. Non voglio metterti pressione, né darti responsabilità che non sono tue. Avrei dovuto capirlo prima. Non sono stata una buona amica.»

Scossi il capo, prendendole la mano.

«Invece penso che tu sia la migliore. Non dovresti incolparti per quello che è successo. Sii onesta, Natalia: senza di te gli Avengers non sarebbero ciò che sono. Se qualcuno ti perdesse, anche solo come amica, perderebbe una parte di sé. Io... io andrei in pezzi. Ho sbagliato io a evitarti, a farti credere che fosse colpa tua.»

Il suo sguardo si addolcì. Poi tornò a sorridere.

«Allora... lo vuoi ancora il drink?»

«Se non me lo fai, ti licenzio.»

«Va bene, ragazza ricca.»

Rise, e io con lei.

Passammo il resto della serata a scherzare con Thor, che dopo un paio di bicchieri sfidò tutti a sollevare il suo martello con un'enfasi teatrale: «Chi riuscirà a sollevarlo, regnerà su Asgard!»

Ovviamente, uno dopo l'altro ci provarono tutti. Tutti tranne me e Nat. Noi ci rifiutammo categoricamente: «Non ho bisogno di umiliarmi pubblicamente» le sussurrai, facendola ridere.

Stavamo bene. Per la prima volta dopo giorni, ridevamo.

Finché non accadde.

Un rumore assordante ci fece sobbalzare. L'elettricità sfrigolò e un robot, scollegato e incompleto, pieno di fili penzolanti, fece irruzione tra i presenti. Parlava con voce disturbata, quasi onirica:

«No... nessuno di voi è degno. Siete... degli assassini.»

«Stark!» gridò Steve, pronto all'azione.

Angels could be bad // Bucky BarnesLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora