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Arrivai alle coordinate prestabilite: Sokovia. Ma degli altri, nessuna traccia. Solo il vento gelido e il cielo plumbeo sopra una terra martoriata. Di fronte a me si ergeva la fortezza dell'HYDRA, l'ultima e la più impenetrabile. Un colosso di pietra incastonato tra la neve e la roccia, cupo e minaccioso, dove il barone Strucker portava avanti esperimenti su esseri umani usando lo scettro di Loki.
Mi avvicinai con cautela, il rumore della neve sotto gli stivali coperto dal sibilo del vento. L'ingresso principale era sorvegliato da due guardie armate. Le sorpresi alle spalle, silenziosa come un'ombra. Le mie mani si mossero rapide, letali. Nessun rumore. Solo due corpi che cadevano senza vita. Presi l'uniforme di una delle sentinelle e la indossai, nascondendo il viso sotto il casco.
Entrai nella fortezza passando attraverso corridoi deserti e pareti umide che trasudavano freddo. Aprii la porta di una sala apparentemente vuota. Ma dentro, al centro, in un piedistallo di vetro rinforzato, c'era lui: lo scettro. La sua energia vibrava nell'aria, come un ronzio appena percettibile.
Stavo per avvicinarmi, quando sentii una presenza alle spalle. Il respiro si fece più freddo. Quando fu abbastanza vicina, mi voltai di scatto, afferrandola con forza e bloccandole i polsi.
«Chiedi aiuto e sei morta.»
Lei non si scompose. Mi fissò con occhi ardenti e rispose con tono di sfida:
«Fallo, andiamo! Non avrai mai il coraggio.»
Serrando i denti, sibilai: «I tuoi colleghi che erano all'entrata non direbbero lo stesso...»
«Non li conoscevo.»
Strinse i denti e cercò di divincolarsi. Dalle sue mani si sprigionò una scia cremisi che mi investì in pieno petto, scaraventandomi all'indietro. Ruzzolai sul pavimento, ma mi rialzai rapidamente.
«È tutto quello che hai?» dissi con un ghigno. «Ho combattuto contro un dio. Una ragazzina impaurita non mi intimorisce.»
Lei sollevò appena il mento. «Dovrebbe.»
Sputai un po' di sangue a terra e le lanciai un'occhiata sprezzante. «Va bene, ragazzina. Come desideri. Fammi vedere di cosa sei capace.»
All'improvviso, un lampo bianco attraversò la sala. Un ragazzo dai capelli d'argento mi si parò davanti con una velocità impossibile, ma fu la stessa ragazza a fermarlo, alzando una mano. Lo fissai, sorpresa: mi aspettavo uno scontro fisico, ma non arrivò mai.
Poi... tutto cambiò.
La visione mi si offuscò. Il respiro divenne affannoso, la pelle inumidita dal sudore freddo. Una pressione intensa mi avvolse la testa. Provai a resistere, ma la realtà si distorse. L'ambiente cambiò.
Mi ritrovai altrove. A casa.
Casa mia. Il posto che avevo giurato di non rivedere mai più nei miei ricordi. C'erano i miei genitori... e una me bambina. Erano inginocchiati davanti a lei, ognuno con una mano sulla sua. Ricordai quella notte.
La notte in cui morirono.
Le lacrime iniziarono a scivolarmi sul viso. Le loro voci, deboli e ovattate, erano come un sussurro lontano, finché i loro sguardi non si fecero gelidi. Puntarono il dito verso di me. «È solo colpa tua», scandivano le labbra.
Chiusi gli occhi con forza. Quando li riaprii, ero davanti alle loro bare. Da sola. Il cielo grigio. Il silenzio assordante. Poi... una mano emerse dal terreno, pallida, fredda, con l'anello di mia madre. Urlai. Caddi.
Quando mi svegliai da quell'illusione, ero distesa sul pavimento di pietra della base. Il viso della ragazza – Wanda – era chino su di me.
«Scusa...» mormorò, sinceramente turbata.
Ma non poté aiutarmi. Degli stivali corsero verso di noi. Gli Avengers erano arrivati.
«Prendete... lo scettro...» riuscii a sibilare con un filo di voce.
Stark lo afferrò. Clint mi prese per le braccia e mi aiutò a sollevarmi.
«Ti ho presa...» disse a bassa voce.
Sul jet, Natasha mi strinse in un abbraccio protettivo. Mi sentii crollare.
«Cosa le è successo?» chiese preoccupata.
«Non lo so... ma lo scoprirò. Abbi cura di lei.»
«Sempre.»
Mi sedette e mi appoggiai a lei, chiudendo gli occhi.
Quando li riaprii, ero in un letto che non riconoscevo. La testa mi pulsava. Flash. Immagini. Wanda. Pietro. Clint. Ma non volevo ricordare... quell'incubo. Provai ad alzarmi, ma la stanza girò. Una mano forte mi bloccò e mi rimise giù con delicatezza.
«Devi riposare.»
«Chi sei tu per darmi ordini?» ringhiai.
«È un consiglio. Non voglio che ti faccia male.»
Aprii gli occhi e vidi Steve.
«Ora ti interessi di me? Dove sei stato quando ero nei momenti più bui?»
«Alyson, ascolta...»
Lo interruppi: «Il problema più grande della mia vita sei stato tu. Mi fidavo. Io c'ero per te, sempre. Ma tu? Quella volta in palestra avevo bisogno di Steve, del mio migliore amico. Ma tu eri solo un muro. Mi hai gridato contro che ero egoista. E forse lo sono, ma almeno io non mi sono tirata indietro. Tu invece sei sparito. Quindi risparmiami i tuoi discorsi da eroe. Lascia luglio essere luglio. E agosto essere agosto.»
Steve abbassò lo sguardo. «Mi dispiace... non lo rifarei mai.»
«Sono solo parole...» sussurrai.
Lui uscì dalla stanza. Una lacrima scivolò silenziosa sulla mia guancia. La asciugai. Mi alzai. Le gambe tremavano, ma scesi le scale.
Seduti attorno al tavolo c'erano Natasha, Clint, Tony, Steve, Bruce e Nick Fury. Tutti si voltarono verso di me. Un piccolo sorriso.
«Dove siamo?» chiesi con voce roca.
«A casa mia» rispose Clint.
«Ah... e i ragazzi della base?»
Fury rispose: «Wanda e Pietro Maximoff.»
«Fratelli?»
«Gemelli» aggiunse Natasha.
«Uhm... buono a sapersi.»
Mi avvicinai al tavolo. C'erano fascicoli aperti. Ne presi uno, con la foto di Wanda.
«Cosa sapete su di loro?»
Tacchi. Una voce familiare.
«Orfani a dieci anni. Una granata ha distrutto il loro palazzo. Sokovia è... complicata. Non bella, ma vicino a cose belle» disse Maria Hill, comparendo alla mia sinistra.
«E le loro abilità?»
«Lui ha un metabolismo accelerato, mantiene l'equilibrio termico ad alte velocità. Lei... telecinesi, manipolazione mentale, comunicazione neurale avanzata.»
Alzai un sopracciglio. «In altre parole?»
Maria guardò Steve e spiegò: «Lui è veloce...»
«E lei inquietante. Chiaro. Li rivedremo.»
Fury annuì. «Concordo.»
«Si sono offerti volontari per gli esperimenti di Strucker. Da pazzi» commentò Maria.
Steve incrociò le braccia. «Già. Da pazzi farsi usare da uno scienziato tedesco per proteggere il proprio paese.»
Maria: «Non siamo in guerra, Capitano.»
Alyson: «Loro sì.»
Steve mi guardò e annuì. «Mi hai tolto le parole di bocca.»
Maria mi sorrise: «È bello vederti, Black!» E mi abbracciò.
«Sarebbe stato meglio in un'altra situazione... ma è sempre un piacere abbracciarti.»
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Angels could be bad // Bucky Barnes
FanfictionAlyson Black agente dello S.H.I.E.L.D e Avengers, dopo aver cercato la verità che tutti le nascondevano e aver commesso errori decide di allontanarsi da chi ama per capire chi è veramente. "Sono il cattivo nella tua storia?"-Alyson (oc) [completata]
