XVI.

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Reyna vide altre tre figure comparire al seguito di Telefassa, due figure che, a vista d'occhio, erano identiche a Leo, Calypso e...lei. Glauce, l'aveva chiamata Eracle quando si trovavano nella Sala delle Riunioni al Campo Mezzosangue e sospettava che quella bellissima fanciulla dai capelli scuri e la pelle diafana fosse proprio lei.

Reyna ricordava ancora gli occhi sognanti è innamorati di Giasone che la osservavano, come l'aveva stretta a sé e come le aveva parlato dolcemente. Si era sentita amata, voluta, desiderata...ma da Giasone.

Nell'istante in cui si videro a Giasone mancò il fiato: corse nella sua direzione e, finalmente, strinse tra le sue braccia la sua amata Glauce, quella vera.

Reyna rimase ad osservare le loro fronti che combaciavano, i loro sguardi che si incatenavano e le labbra che si univano con una fitta allo stomaco. Era una scena che per lei non aveva alcun senso, nella logica del loro mondo le cose non andavano così eppure...quella versione di Giasone e Glauce paragonata a lei e Jason...

Passò in rassegna i volti dei suoi amici e, tra tutti questi, lo sguardo di una la colpì in particolare: Medea se ne stava in disparte, con lo sguardo basso e le spalle ricurve su sé stessa, come se volesse scomparire. Ricordava ancora le parole dure che le aveva rivolto la sera prima, quelle parole che avevano scalfito profondamente il cuore della ragazza.

"Non sai cosa significa donar il cuore a qualcosa di duro" le aveva detto "amare qualcuno di non amabile...amare qualcuno che non ti ama" e Reyna l'aveva capita, perché erano tutti sentimenti che lei stessa aveva provato sulla sua pelle.

:-avete impiegato passi lunghi per arrivar fin qui!-: sciolse il ghiaccio Agenore che, finito di sbaciucchiare la sua Telefassa (QUELLA VERA) sorrideva solare a tutti. Sembrava esser ringiovanito di vent'anni da quando era arrivata la donna, sprizzava gioia da tutti i pori e irradiava felicità.

Reyna notò che anche Grover sembrava particolarmente rilassato: aveva stretto forte Juniper, posato una mano sulla sua spalla ed era rimasta ad osservare la scena con un sorriso, visibilmente sollevato.

Dietro di loro, Reyna poté osservare le copie esatte di Leo e Calypso: i due si tenevano mano nella mano, uno di fianco all'altro, sembravano sfiniti, stanchi, ma, nonostante tutto, erano in piedi difronte a loro con un sorriso sul volto.

Emanavo una potenza estasiante, sembravano due figure avvolte da un'altra di pura solennità, due innamorati che avevano combattuto l'uno affianco all'altro, due amanti scalfiti dentro che avevano attraversato il mondo.

:-mio caro Agenore, i passi che ci separavano erano in ben più grandi di quanto una gamba possa percorrere-: intervenne l'uomo uguale a Leo. Agenore si voltò nella sua direzione e ridacchiò scuotendo la testa divertito.

:-Atalanta-: la voce chiara e tonda di Giasone si fece largo nel silenzio creatosi: l'uomo si fece avanti e mostrò un sorriso imbarazzato alla donna difronte a lui. Atalanta, la copia di Calypso, mostrò un sorriso duro e freddo, gli occhi si assottigliarono, la posa divenne rigida...

:-Giasone-: esordì fredda :-quanto tempo è passato dall'ultima volta che i miei occhi hanno incrociato i tuoi?-: Giasone ridacchiò.

:-l'ultima volta non ho fatto la conoscenza di costui-: indicò l'uomo accanto a lei. La donna assottigliò gli occhi ancora di più.

:-Ippomene-: esordì lui sollevando una mano.

:-l'ultima volta che ci siamo visti mi hai sbattuto fuori-: proseguì Atalanta ignorando Ippomene accanto a sé. I suoi occhi si scurirono all'improvviso e diventarono così duri e penetranti che Reyna fu costretta a distogliere lo sguardo. Giasone irrigidì i nervi.

𝓘𝓵 𝓯𝓪𝓽𝓸 𝓭𝓮𝓲 𝓯𝓾𝓸𝓬𝓱𝓲 𝓲𝓶𝓶𝓸𝓻𝓽𝓪𝓵𝓲 𝓭𝓲 𝓞𝓵𝓲𝓶𝓹𝓪-𝓟𝓙Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora