XXIV.

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Quella mattina Frank si svegliò con i raggi del sole che gli illuminavano il volto addormentato; l'albero sotto il quale si erano riparati, molto probabilmente, non aveva rami abbastanza lunghi per coprire i loro volti. Il ragazzo si stiracchiò sbadigliando, poi passò una mano sui ricci scuri di Hazel che stava dormendo sul suo petto.

La ragazza sembrava così tranquilla e rilassata, aveva un sorriso sul volto che sembrava essere in estasi. Frank non l'aveva vista così calma da quando erano partiti per la missione, non c'era notte in cui non si agitasse, era stata ferita varie volte e doveva essere sfinita, ma lei era sempre in piedi con un sorriso sul volto.

Voleva darle un po' di pace, voleva darle il giusto riposo che si meritava, ma non poteva, neanche quella mattina, e lo seppe quando Eracle passò accanto a lui, già sveglio, preparato di tutto punto, con l'armatura scintillante addosso e la spada che penzolava da un fianco.

Aveva osservato i due teneramente, poi aveva rivolto un sorriso sghembo a Frank e infine era andato oltre superandolo. Allora Frank si era deciso e aveva svegliato la sua ragazza.

Con sua sorpresa si era reso conto che la maggior parte di loro erano già svegli: Perseo si stava occupando dei pegasi che, fino a quel momento, erano rimasti insieme a loro a brucare un po' d'erba o a nitrire svogliatamente; erano stanchi tanto quanto i ragazzi, ma lì il loro lavoro era finito, potevano andar via. Così l'uomo li aveva congedati con un :-grazie dei vostri umili e cavallereschi servigi-: e un inchino, poi li avevano visti sollevarsi in cielo e volar via.

Will stava sistemando le ultime cose e dando una controllata ai pazienti prima che partissero: voleva che fossero in ottima forma prima di andare e non era disposto a lasciare che qualcuno perdesse un braccio o una gamba lungo il tragitto. Reyna era quella che stava più male, la profonda ferita allo stomaco le causava molto dolore e faticava a reggersi in piedi, tremava per la fatica di stare in piedi ed era molto pallida, ma era più che disposta a partire.

Andromeda, Calypso e Piper stavano rifinendo un piano d'azione per ciò che avrebbero fatto una volta arrivato lì: Andromeda era l'unica che aveva visto il castello nelle sue visioni, o almeno uno scroscio, e per questo era l'unica che poteva dar loro una piantina del luogo. Lei parlava e Piper annotava tutto su un taccuino, mentre Calypso pensierosa difronte a loro studiava un piano.

:-probabilmente terrà Annabeth nelle segrete, la parte più difficile da raggiungere-: dedusse Piper osservando la piantina da lei disegnata e scrutando attentamente volti delle due difronte a lei per cercar conferma, ma le due scossero la testa.

:-no-: dissero all'unisono Andromeda, Calypso e Nico che si era unito alla conversazione in quel momento.

:-Mida è come ogni altro re antico: per quale motivo toglierti tutto e porre fine ai tuoi dolori quando può darti il meglio e vederti soffrire?-: intervenne il ragazzo. Calypso annuì.

:-quando ero ad Ogigia sentivo storie sul suo conto-: disse la ragazza :-e nessuna di questa era buona-:

:-è una persona spregevole-: commentò a denti stretti Andromeda :-avida, spocchiosa, boriosa...tutta la sua ingordigia è trapelata in quelle visioni insieme al suo cattivo essere-: Piper sembrò pensarci attentamente.

C'era, però, ancora un altro problema che i ragazzi avrebbero dovuto risolvere prima di partire: i fuochi fluttuavano ancora luminosi difronte al focolare dell'altare come delle torce accese in attesa di essere spente; il problema principale? Non sapevano come spegnerle.

Dalla scomparsa di Annabeth erano rimasti lì, fermi e immobili ad illuminare la notte e risplendere di giorno. Nessuno di loro aveva idea di cosa farne, di come distruggerli o come, ipoteticamente, rimetterli al loro posto.

𝓘𝓵 𝓯𝓪𝓽𝓸 𝓭𝓮𝓲 𝓯𝓾𝓸𝓬𝓱𝓲 𝓲𝓶𝓶𝓸𝓻𝓽𝓪𝓵𝓲 𝓭𝓲 𝓞𝓵𝓲𝓶𝓹𝓪-𝓟𝓙Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora