56 |thanksgiving day|

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L'unica cosa di cui mi interessava quella mattina era riprendermi la mia auto, così sborsai i diecimila dollari in contanti e fui accompagnato presso il garage in questione nel centro della città. La strada era isolata, sebbene fosse mezzogiorno c'eravamo solo io e... lei.

«Sicura che sia il posto giusto indicato nella posizione»?», le camminavo avanti, provavo solo disgusto nel guardarla dopo tutto questo. «Hai dubbi?» mi chiese con disprezzo. Solita.

Mi superò e tirò fuori un mazzo di chiavi della borsetta fucsia, si chinò a novanta gradi di proposito per mostrarmi che mutandine indossasse sotto la minigonna di jeans, e tirò su la serranda del garage.

«Faccio come se mi avessi ringraziato.» ironizzò, mostrandomi la sua dentatura perfetta.

Il suo viso era cambiato, era cresciuta e il filler alle labbra le dava un aspetto più mostruoso.
Alzai gli occhi al cielo, la guardai con disdegno e la superai, cercando la mia auto nel garage. La individuai in una corsia, imprecai quando notai il paraurti anteriore completamente ammaccato.

«Merda.» imprecai. Girai attorno all'auto per controllare altre eventuali botte, la porta era graffiata.
«niente che non si possa sistemare.» disse, indifferente. La fulminai con lo sguardo per zittirla, lei in risposta scrollò le spalle e si riordinò la chioma rossa e lucente dietro le spalle.
«Le chiavi.» ordinai, e lei con gesto fulmineo mi lanciò il mazzetto.

Quando entrai all'interno, inspirai il profumo dell'abitacolo e controllai che nel cruscotto fosse tutto al suo posto.
«che cazzo fai?» sbottai, quando la vidi salire sul sedile del passeggero.
«Ti ho fatto un favore, che ti costa accompagnarmi a casa?» disse.

Ma non si era resa conto del casino che aveva creato?

«È la mia cazzo di auto, non mi pare che ti abbia invitato a salire.» dissi in tono altezzoso.
«Non fare il difficile, Hacker. Portami a casa ed ognuno se ne andrà per la sua strada.» rispose.

Misi in moto, mi sentii sollevato nel guidare di nuovo la mia auto, strinsi il volante e guardai la strada. Entrambi rimanemmo in silenzio, con la coda dell'occhio la vidi guardarmi con un sorriso soddisfatto, così mi accesi una sigaretta e scaricai tutta la rabbia che mi tenevo dentro.

«Quindi ora dove vivi?» domandai per il semplice fatto che avrei dovuto darle uno strappo, seppure non mi andasse minimamente di passare del tempo con lei. «Nel comune di Pasadena.» disse; si specchiò nella fotocamera del cellulare ripassandosi il rossetto rosso.
«Vivi con lui? Siete una cazzo di coppia o ti fai scopare solamente?», soffiai fuori il fumo e spostai lo sguardo da lei alla strada.

«Si, sei geloso?» mi stuzzicò, «Ti confido un segreto, tu sei molto più bravo a letto.» era malata.

Mi toccò la coscia ed io mi ritrassi disgustato. «Toglimi le mani di dosso, mi fai schifo.» le dissi acidamente.
Rise di me, diede uno sguardo nell'auto, non capivo cosa stesse cercando fin quando la vidi con in mano una boccetta di profumo con l'intenzione di spruzzarsela sul collo. «Mhm che buon profumo.» annusò la fragranza.

Il nervosismo mi invase, le strappai la boccetta di vetro dalle mani e la guardai in cagnesco.
«È di Chloe questo profumo, non toccare niente!» l'avvertii.
«Sai, non me l'aspettavo che ti saresti innamorato di una verginella come lei.» disse stupita.

Odiavo me stesso perché mi ero innamorato davvero, mi ero fidato e mi ero fatto calpestare dall'amore.

«Non ti azzardare a nominarla.» la minacciai. Ci tenevo, nonostante tutto.

Arrivammo nel comune in cui si era trasferita, un posto tranquillo dove sarebbero passati inosservati, nessuno avrebbe sospettato di niente di ciò che stavano architettando.

Il mio angelo oscuroLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora