QUATTRO

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Kim Seokjin, da ragazzo, era sempre stato il secchione della classe che tutti evitavano senza sapere quanta bellezza nascondesse dietro quella frangetta troppo lunga. Nessuno gli si avvicinava e a lui andava bene così, pensava di non essere all'altezza di nessuno. I suoi unici amici erano quelli che incontrava la domenica in chiesa. Ancora una volta, non ci dava troppo peso, preferiva concentrarsi su se stesso e sui suoi hobby piuttosto che sulle relazioni interpersonali.
Seokjin si era rivelato un genio dei computer quando a sei anni aveva recuperato, con qualche trucchetto, un file importante eliminato accidentalmente da suo padre. Quando entrò all'università e potè finalmente studiare quello che più gli piaceva, incontrò il paradiso: lì si sentì davvero accettato e parte di un gruppo. Ovviamente i professori bastardi e gli esami difficili e stremanti c'erano lo stesso, così come lo stress, Seokjin non aveva mai romanzato la scuola. Finalmente, comunque, nessuno lo giudicava più quando parlava di programmare computer o cose così. Ma per qualcun altro non andava in quel modo.
Una ragazza un anno più grande di lui, che ricordava frequentasse la sua stessa scuola superiore, veniva spesso fermata e presa in giro dai dei bulli per il semplice fatto di essere una ragazza che studiava informatica, una delle poche in quel plesso. Lei aveva un caschetto nero e la frangetta, pelle chiara e occhi azzurri, ancora oggi non aveva cambiato aspetto. Era anche forte, molto spesso aveva tirato calci nelle palle a quei ragazzi.
Un giorno Seokjin la vide più in difficoltà del solito mentre un ragazzo biondo molto alto le premeva la mano contro la fronte tenendola bloccata con le spalle al muro.
«Choi, lasciala andare, non ti ha fatto niente, su.» Seokjin si avvicinò lentamente con le mani nelle tasche dei jeans chiari, aveva tutte le buone intenzioni del mondo.
«Non ti intromettere, Jin.» Nel momento in cui gli rispose e si distrasse, la ragazza tirò un morso al polso del biondo in modo che ritirasse il braccio. «Ma che cazzo?» Urlò. Seokjin non fece in tempo a realizzare che la ragazza gli prese la mano e cominciarono a correre verso l'uscita. Una volta fuori in cortile, si fermarono, affannati. Erano le due di un pomeriggio di maggio e il sole era cocente.
«Ho lasciato il mio zaino dentro.» Disse a fatica Seokjin.
«Anch'io.» Scoppiarono a ridere. «Piacere, mi chiamo Yoojin.»
Compiuti i venticinque anni e ottenuto subito un lavoro come insegnate, Seokjin e Yoojin si sposarono. Due anni dopo anche Yoojin trovò lavoro temporaneamente come segretaria, e l'anno seguente una bellissima bambina mora di nome Yieren nacque. Sin dai primi mesi la bambina mostrò difese immunitarie bassissime, si ammalò di mononucleosi a neanche un anno compiuto, poi di bronchite e persino due volte di varicella — più unico che raro. La coppia decise insieme di portarla in ospedale per poi scoprire della sua immunodeficienza che la rendeva soggetta ad infezioni soprattutto alle vie respiratorie e gastriche. Non era affatto facile per due genitori tenere chiusa in casa una bambina di due anni, adesso. Se la facevano uscire la coprivano con due sciarpe anche in estate. Ogni settimana i dottori le iniettavano anticorpi in più sperando potessero aiutare e ogni settimana Yieren piangeva per il dolore della puntura.

«Seokjin hyung, finisci alle dodici, oggi?»Chiese Jungkook. Era l'ultimo del mese e nella scuola iniziava ad aleggiare aria di stress e ansia a causa dei compiti in classe sempre più vicini.
«Sì, oggi è giorno di puntura per Yieren.» Sospirò leggermente.
«Capisco, buona fortuna.» Jungkook alzò un pollice in su all'amico. Seokjin uscì dall'aula insegnanti lasciando il più piccolo da solo.

Jungkook poggiò il gomito sul tavolo e la testa sulla mano e proseguì a programmare la verifica per la sua unica quinta, gli occhi gli bruciavano per essere stato troppo tempo davanti al computer.
La campanella suonò, il che voleva dire che aveva un'altra ora libera prima della sua ultima lezione, ma decise comunque di chiudere il computer.
Nel frattempo, Jimin era entrato per prendersi un caffè — quella era anche la sua ora di buca.
«Ciao, Jimin hyung.»
«Ciao Jungkook.» Il biondo si portò i capelli all'indietro, stanco. Il suo caffè era finalmente pronto e si accomodò di fronte a Jungkook.
«Oggi niente calcoli?» Effettivamente era strano vedere Jimin senza fogli e penne tra le mani. Scosse la testa. «Sono sfinito. Mi hanno fatto incazzare queste ultime due ore nelle terze. È assurdo che non ricordino neanche i principi fondamentali delle equazioni.»
Jungkook non rispose perché non li sapeva neanche lui.
«Jimin hyung, penso che ti servirebbe una bella scopata antistress.» Disse, invece.
Jimin quasi si strozzò mentre ingoiava l'ultimo sorso di caffè. Okay, aveva acconsentito a quella nuova amicizia da qualche settimana, ormai, e sapeva quanto sfacciato fosse il più piccolo, ma non pensava fossero entrati già in quel tipo di intimità.
Jungkook continuava a guardarlo mezzo divertito con i suoi occhi da cerbiatto. E che cazzo.
«Huh, forse hai ragione. Tu ne hai già abbastanza, visto che sei l'unico non stressato in questi giorni.» Jimin giocava col bordo del bicchierino di plastica ormai vuoto, mordendolo, per perdere tempo.
«Di che, di scopate? Non dire stronzate.» Rise di gusto. «E guarda che mi cadono i capelli dallo stress, la settimana prossima ho già un esame e non so come organizzarmi tra studio e lavoro.» Incrociò le braccia sul tavolo e ci poggiò la testa sopra.
«Cioè... tu e Taehyung non state insieme?»
«Hyung, spari stronzate dopo stronzate, oggi.» Jungkook non riusciva davvero a smettere di ridere, i capelli gli svolazzavano davanti agli occhi per quanto muoveva la testa e Jimin lo trovò carino.
«Siamo solo migliori amici.» Lo guardava dal basso all'alto, ancora steso.
«Oh.» Adesso si spiegava tutto. «Scusami, sembrate una coppia.»
«No, sembriamo solo due amici bisessuali.»
Jimin strinse le labbra, poi non resistette e rise coprendosi la bocca con la mano, seguito da Jungkook.
«Hai comunque bisogno di una scopata, allora.» Gli disse il biondo mentre si alzava per buttare il bicchiere nel cestino, poi rimase in piedi poggiato sullo schienale della sedia sulla quale prima era seduto.
«Già, suppongo.» I due si guardarono negli occhi per un bel po' di tempo. Quello che era sulla punta della lingua di entrambi tremava, ma nessuno dei due aveva il coraggio di dirlo ad alta voce.
«Nel senso, funziona davvero?» Chiese Jungkook, mordendosi il labbro inferiore.
«Non so, non sono Google.»
«Dovremmo provare?»
«Dovremmo.»
«Noi due?»
Jimin incrociò le braccia al petto a quella domanda. Ci stava davvero pensando. Come erano arrivati fino a quel punto, comunque?
«Insomma, non saremmo né i primi né gli ultimi a farlo.» Continuò Jungkook, alzandosi. Anche lui era in vena di stronzate, oggi.
«Hai ragione. Possiamo sempre provare e dimenticare tutto nel caso non ci vada bene, ecco.» Jimin non si sentiva tanto a disagio, stranamente, si sentiva piuttosto un diciassettenne che stava per scoprire il mondo degli adulti, e questo l'avrebbe sicuramente aiutato a cacciare lo stress, giusto?
«Okay.» Jungkook lo fronteggiò.
«Ho sempre casa libera. Anch'io finisco alle due.» Disse Jimin. Il cuore gli batteva forte come se stessero per fare qualcosa di illegale. Per lo stress, si disse, lo faccio solo per cacciare lo stress.
«Perfetto, ce ne andiamo insieme.»
Il momento di imbarazzo sembrava essere andato via nel momento in cui la porta si aprì improvvisamente rivelando Taehyung e Hoseok ridacchiare tra di loro. Il primo cambiò espressione alla vista del suo migliore amico con Jimin. Quei due non si erano accorti che era passata un'altra ora. Era l'ultima per tutti, per cui diversi professori entrarono a recuperare le proprie borse.
«Jungkookie, vado a casa, ti aspetto per mangiare insieme?»
«Oh, ecco, in realtà no, puoi mangiare da solo, tornerò più tardi delle due, credo, devo andare a comprare una cosa.»
Taehyung alzò un sopracciglio — lui non ci cascava. «Quello che vuoi. Quando tornerai a casa mi dirai la verità. Ciao.»
E insieme a lui, Hoseok e altri vecchi professori uscirono.

Jungkook pensò ad un'altra scusa plausibile da rifilare a Taehyung. Ci pensò durante la sua ultima lezione, durante il viaggio a piedi verso casa di Jimin e persino salendo le scale verso il terzo piano. Ci pensò così intensamente che non si accorse che Jimin si stava torturando le mani a causa del nervosismo.
«Uhm, mi dispiace per questo.» Disse Jimin, imbarazzato, aprendo la porta di casa.
«Questo cosa?» Jungkook entrò e si guardò intorno: un cucinino e un piccolo tavolo con due sedie di fronte ad un televisore malandato poggiato accanto al lavandino poco distante da un letto matrimoniale sulla destra che finiva proprio quando una porta iniziava — Jungkook pensò fosse il bagno.
«Non vivo nel palazzo più lussuoso di Seoul, questo.» Jimin non sapeva cosa gli era passato per la mente quando aveva invitato Jungkook a casa sua sapendo fosse un vergognoso porcile — non che si potesse permettere di più.
«Hyung, non me ne frega niente, davvero. Mi piace molto la carta da parati marrone.» Jungkook provò a mettere l'altro a suo agio, si tolse la giacca e la cravatta poggiandole sulla sua tracolla appesa a una sedia.
«Oh, io la odio.»
«Vivi da solo?»
«Adesso sì.»
«È molto carino.» Jungkook gli sorrise sinceramente.
Seguirono minuti di pausa in cui il più grande si chiedeva come cominciare e il più piccolo pensava ancora a come stesse praticamente mentendo a Taehyung.
«Uhm, vuoi qualcosa?»
«Pensi dovremmo baciarci?»
Pronunciarono le domande nello stesso momento ma quella di Jungkook spiccò più dell'altra, definitivamente.
Vista da una persona esterna, quella situazione era davvero imbarazzante: due ragazzi che aspettavano cosa? per andare a letto e invece erano in piedi nel bel mezzo del monolocale.
«Oh, se a te non da fastidio...» Jimin lasciò la frase in sospeso. Andiamo, Jimin, hai ventisette anni, non diciassette!
«Se mi avesse dato fastidio non avrei proposto tutto questo.» Disse Jungkook, sfrontato, poi mandò tutto a fanculo: afferrò Jimin per il collo e lo portò più vicino a sé per baciarlo rudemente. Jimin fu preso un po' alla sprovvista ma ricambiò subito iniziando a sbottonare la camicia del più piccolo.
In men che non si dica erano stesi sul letto in soli boxer, Jungkook stringeva i fianchi dell'altro sotto di lui ammirando il tatuaggio never mind proprio sulle costole, le guance e le labbra rosse e la fronte imperlata di sudore.
Jungkook pensava fosse davvero davvero divertente come Jimin non avesse avuto neanche bisogno di fare coming out esplicito prima di trovarsi adesso completamente nudo davanti ai suoi occhi, affannato ed eccitato. Oh, il castano l'aveva già intuito.
Mentre Jungkook spingeva sempre più a fondo e sempre più forte una volta che Jimin si abituò alla sua presenza, entrambi i ragazzi si dimenticarono di qualsiasi cosa li avesse turbati fino a quel momento, non avevano più né ventisette né diciassette anni.
Funzionava davvero.
«Sto per venire.»
Con la mano libera, il biondo attirò Jungkook a sé per i capelli dando vita a un bacio bagnato che portò entrambi a riversare il proprio seme, stremati.
«Mi dispiace, avrà fatto male.» Sussurrò il corvino, stendendosi al suo fianco e guardando il soffitto.
«Non importa.»
«Lo rifaremo, vero?»
Oh, sì che l'avrebbero rifatto.

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NOTA: volevo sottolineare che, come scritto nel capitolo, nella storia sono passate diverse settimane dall'inizio della scuola dunque è già la fine del mese di Marzo. Ci tenevo a portare la vostra attenzione su questi time skips frequenti seppur relativamente brevi, cosicché possiate seguire bene il susseguirsi degli eventi.
Spero vi stia piacendo <3

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