DUE

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Taehyung era un tipo molto calmo e silenzioso, composto e gentile nei modi di fare, perfino sua madre gli ricordava spesso che anche quando era ancora un feto nella sua pancia non si spostava di un millimetro e sembrava sempre addormentato. Non amava intromettersi nelle faccende altrui, o come li chiamava Jungkook, gossip, né tanto meno frequentava posti affollati. Aveva esattamente quello che voleva senza strafare e non chiedeva di più.
Proprio per questo, tutti si sorpresero nel vedere Taehyung perdere le staffe più volte dopo l'arrivo del nuovissimo professore di matematica.
«Park Jimin!» Urlò Taehyung. Mancavano pochi minuti alle otto e quindi all'inizio delle lezioni e il moro non trovava più il suo libro dato il disordine in aula insegnanti.
Il ragazzo nominato entrò nella stanza correndo e, senza spettare la ramanzina di Taehyung, cominciò a raccogliere i fogli sparsi su tutta la cattedra così velocemente che alcuni finirono per appallottolarsi. Alla fine si ricompose, ma con tutte quelle carte tra le mani e i capelli biondo ossigenato non era credibile — Taehyung aveva sempre pensato che i capelli scuri facessero parte della loro uniforme e invece, a quanto pare, non era così, bastava soltanto non sfoggiare un colore troppo sgargiante e lui lo sapeva bene perché il giorno della sua assunzione si presentò con una tinta rosso fuoco e per poco non fu cacciato. In poche parole, gli rodeva che il nuovo arrivato non dovette cambiare colore di capelli come invece lui stesso aveva fatto.

Taehyung afferò con prepotenza il suo libro, fino a quel momento nascosto dalle cartacce di Jimin e lanciò un'occhiata di fuoco a quest'ultimo. «Non ti ripeterò un'altra volta di non lasciare i tuoi stupidi calcoli sulla cattedra perché tanto già lo sai.»
«I miei calcoli non sono stupidi.» Come sempre, Jimin rispondeva a tono dato il suo carattere impertinente e i due finivano sempre con il battibeccare, il che non era molto opportuno.
«Quello che vuoi.» Taehyung lo incenerì con lo sguardo un'ultima volta, poi la campanella suonò e si diresse subito verso la sua classe.
Il disordine di Jimin disorientava Taehyung abituato alla tranquillità di quella scuola e lui odiava che una sola persona rovinasse la sua quiete e le sue abitudini.

Jimin, d'altra parte, scrollò le spalle e si sedette su una sedia girevole — aveva la sua prima lezione alle nove. Lui, invece, odiava che gli si dettassero regole, quello era soltanto il suo modo di fare e quando l'avevano assunto non gli avevano di certo vietato di studiare sul suo posto di lavoro. E poi la sua bocca era sempre pronta a sputare veleno, per questo non era simpatico a tutti, non solo a Taehyung.
Jimin abbassò di nuovo la testa sui fogli e proseguì con i suoi calcoli. Qualcuno bussò alla porta nonostante fosse aperta.
«Oh, ecco dov'era il mio anello.» Hoseok, allenatore della squadra di basket che rappresentava la scuola, raggiunse il centro della stanza in due grande falcate e recuperò il suo anello, evidentemente nascosto sotto le solite cartacce fino a quel momento.
«Ciao, Jimin.» Come al solito, il corvino era cortese e sorridente seppur dall'aria stanca nonostante Jimin l'avesse mandato a quel paese già un paio di volte — e la scuola era iniziata solo da una settimana.
Il biondo si costrinse a salutarlo con un cenno del capo. Ma quando qualcun altro varcò la soglia della porta, i nervi gli salirono a fior di pelle.
«Potete fare silenzio?» Sbottò.
Nessuno dei due presenti, però, fiatava, Hoseok stava inserendo i soldi nel distributore e Yoongi, appena arrivato, non aveva neanche fatto in tempo a poggiare la sua ventiquattrore su una sedia.
«Rispetto per i più grandi.» Disse soltanto.
«Ho soltanto chiesto un po' di silenzio.»
«Se volevi lavorare in pace potevi startene a casa.» Yoongi rispondeva prontamente senza degnare l'altro di uno sguardo mentre era impegnato a cercare degli appunti nella sua cartella, e questo, a Jimin, dava solo più fastidio.
«Io ci lavoro qui.» I suoi occhi, invece, erano puntati sulla figura mingherlina ma presenziale di Min Yoongi, l'insegnante di filosofia e studi sociali. Bleah, avrebbe aggiunto Jimin.
«Pensa un po', noi invece veniamo qui per giocare.» Il sarcasmo di Yoongi tagliò in due la tensione. Mentre il più grande sfogliava i suoi appunti, ancora in piedi, Jimin si alzò di scatto dalla sedia che colpì il muro alle spalle e prese a raccogliere i suoi fogli con rabbia per la seconda volta quella mattina.
Hoseok voleva provare a calmarli, ma il biondo era già uscito dalla stanza a passo veloce.
«È una conferma che gli scienziati sono tutti pazzi.» Yoongi alzò gli occhi al cielo.
«In realtà siete praticamente uguali.» Sussurrò Hoseok, ma il maggiore non lo sentì.

Jimin proseguì la sua giornata nervoso, c'era qualcosa nei modi di fare dei suoi colleghi che proprio non tollerava. O meglio, sapeva che era tutta colpa sua ma non voleva ammetterlo. E senza volerlo, vomitava la sua frustrazione sugli alunni essendo più irascibile, dunque alzava la voce se non rispondevano correttamente alle sue domande e sbatteva fuori chi non prendeva appunti. Quando era lui ad essere dietro ai banchi non sopportava che i professori mischiassero la vita privata con il lavoro ma era esattamente quello che stava facendo lui, stava diventando proprio come non sarebbe mai voluto essere.

All'una e mezza in punto la campanella suonò e senza aspettare che il professore finisse di spiegare, tutti raccattarono il loro materiale ed uscirono dall'aula. Jimin tirò un sospiro di sollievo una volta trovatosi da solo. Era una giornata no, lo era da un bel po' di anni, in realtà.
Si portò indietro i capelli biondi e mise insieme i soliti fogli di calcoli che portava con sé per poi dirigersi in aula insegnanti.
Era mercoledì, il che voleva dire che la maggior parte dei suoi colleghi aveva orario continuato, quindi la stanza era vuota e si prese tutto il tempo necessario per sistemare le sue cose nello zaino. Sfortunatamente per lui, non rimase solo per troppo tempo.
«Oh, hey, Jimin hyung.»
Jimin si era ripromesso di mantenere la calma, ma al sentirsi chiamare hyung si voltò a occhi sbarrati. Jungkook si fermò sul posto.
«Scusa, chiamo tutti hyung, qui, spero non sia un problema per te.»
Jimin capì si trattasse di Jeon, il professore più giovane dell'istituto. Avevano avuto a che fare solo una volta quando al biondo non bastavano le monete per un caffè e il minore gliele prestò gentilmente. Per il resto Jimin l'aveva sempre ignorato come tutti gli altri.
Così, scosse leggermente la testa, lasciando correre perché tanto non aveva più energie per controbattere. D'altronde, quel ragazzino non gli aveva mai fatto nulla di male.
«Sono venuto perché ti è caduto questo.» Jungkook gli si avvicinò mostrandogli un foglio scarabocchiato e Jimin subito lo afferrò senza neanche ringraziarlo.
«Uhm, cosa sono? Cose tipo matematica?» Jungkook semplicemente non poteva non parlare con chiunque.
Jimin trattenne una risatina. «Sì, tipo matematica.» Aggiunse anche quel foglio tra gli altri e chiuse la cerniera dello zaino.
«Wow, devi essere molto intelligente, ho sempre ammirato quelli bravi in matematica. Intendo, io ero una vera schiappa.» Jungkook si stava grattando la nuca mentre metteva su una smorfia leggermente imbarazzata. Ecco, lui adorava intavolare conversazioni e mostrarsi amichevole.
«Ehm, grazie, credo. È okay. Io ad esempio ero una schiappa ad inglese.» Disse Jimin, mettendosi lo zaino in spalla, ancora un po' sulle sue. Jungkook lo imitò con la sua borsa a tracolla.
«Non sai in quanti me l'hanno detto.» Rise. «Se ti interessa posso sempre farti lezioni gratis.» Alzò il pollice in su e Jimin lo trovò carino. Era la prima persona che gli si rivolgeva con tono normale. Il biondo annuì e sorrise anche, camminando verso la porta seguito dal più piccolo fino al cancello.
«Fortunatamente non ho dovuto aspettare Taehyung, oggi. Allora io giro a destra.» Disse Jungkook, quasi tra sé e sé.
Jimin storse il capo. «Kim Taehyung?»
«Huh? Sì, viviamo insieme ma i nostri orari sono molto diversi. Comunque ci vediamo domani, hyung.» Jungkook lo salutò con la mano, poi strinse la tracolla con entrambi le mani e si incamminò verso casa — a destra.

Jimin lo guardò camminare mentre aspettava il verde del semaforo. Un clacson lo risvegliò facendogli notare che era già scattato.
«Tsk.» Sorrise.
Era impossibile che qualcuno lo trovasse simpatico, non poteva essere. Infilò le mani in tasca e guardò davanti a sé la strada di quaranta minuti che percorreva ogni giorno a piedi e sospirò. Un'altra lunga giornata era soltanto appena cominciata.

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