VENTISETTE

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L'entusiasmo sul volto di Hoseok sembrava essere sparito. Neanche durante gli allenamenti delle cheerleaders per l'esibizione di fine anno riusciva a svagare un po', né durante quelli della squadra di basket, eppure lo sport era la cosa che più preferiva al mondo. Quello che odiava era prendere decisioni. Era totalmente spaventato dai cambiamenti, non li reggeva.
Quando sua madre si risposò con un uomo più giovane, lui storse il naso; quando si trasferirono da un quartiere all'altro gli ci vollero mesi per abituarsi; quando decise di lasciare la facoltà di letteratura in realtà se la stava facendo sotto.
Fortunatamente aveva Namjoon come amico, fin troppo saggio per lui, che lo aiutava a buttarsi nelle occasioni che gli si presentavano davanti seguendo il cuore — fu così che aprì la sua palestra personale.
Ma adesso che gli era stata offerta la possibilità di allenare la squadra di basket nazionale coreana e quindi di trasferirsi dall'altra parte della città, era terrorizzato dalla testa ai piedi all'idea di dover cambiare la sua routine, il suo modo di lavorare, i suoi alunni, i suoi colleghi.
Namjoon gli aveva già consigliato di accettare in un battito di ciglia perché "non è la fine del mondo, anzi."

Al suono della campanella, congedò le ragazze e si diresse verso l'aula insegnanti — chiunque poteva notare il suo umore a terra da come trascinava svogliatamente i piedi.
L'aula era mezza piena, Hoseok affiancò Namjoon e Seokjin di fronte al distributore. A differenza sua, tutti a scuola erano molto entusiasti per la fine dell'anno scolastico — chi aveva gli esami lo era un po' meno.

La porta dell'aula si spalancò di nuovo, qualche anziano professore uscì, mentre Yoongi entrò. A malapena pronunciò un "ciao", camminò direttamente verso la punta del tavolo dove era seduto Jimin col capo chino su dei fogli. Yoongi gli afferrò il mento, sorprendendolo, e gli baciò le labbra. «Ciao.»
Ma Jimin non se l'era goduto, visto che non se l'aspettava, e si avvicinò ancora per un altro bacio a stampo. Poi Yoongi si sedette accanto a lui e poggiò la testa sulla sua spalla mentre guardava silenziosamente ciò che scriveva sul foglio, troppo stanco.
Hoseok sembrava l'unico perplesso. «Uhm, mi sono perso qualcosa?»
«Sì.» Disse Namjoon, sorseggiando il suo caffè. Lui lo sapeva perché gliel'aveva detto Yoongi, ovviamente, Seokjin l'aveva saputo da Taehyung e poi Jungkook.
Yoongi e Jimin ormai non volevano più nascondersi e sprecare il tempo che avevano a disposizione insieme, soprattutto non dopo l'ultimo grande litigio.

È necessario fare un passo indietro.

Solo due giorni prima, dopo una pesante settimana con Sunjin a casa, durante la quale Jimin non restava fermo un secondo e aveva più volte chiesto una mano a Yoongi, finalmente il biondo trovò la vecchia casa di Sunjin e sua madre, dove era convinto ci fosse proprio lei con suo marito. Se così non fosse stato, avrebbe dovuto ricominciare tutto da zero o forse arrendersi.
Quella notte lasciò Sunjin a casa con Yoongi mentre lui, a piedi, si diresse verso un'altro dei quartieri più malmessi di Seoul, non molto lontano da lì.
Faceva un po' caldo e Jimin sudava freddo. In realtà non sapeva cosa avrebbe fatto una volta trovatosi di fronte a quell'uomo, o per meglio dire, quella bestia. Gli sarebbe piaciuto tirargli un bel pugno in faccia, ma con gente del genere non si poteva scherzare.

Bussò alla porta di un piccolo capanno in legno e una parte di lui si sorprese quando qualcuno gli aprì. Era il padre di Sunjin, calvo, sporco, mal odorante, se l'aspettava proprio così. «Chi sei?» Tossì.
«Cerco Minjoong.» Rispose Jimin, calmo.
L'uomo lo fissò dalla testa ai piedi e socchiuse di più la porta — che per poco non cadeva giù. «Non la conosco.»
«La conosci. Dimmi dov'è.» Jimin strinse i pugni per mostrarsi minaccioso, ma in realtà stava conficcandosi le unghie nei palmi per non cedere alla paura.
Ma l'altro gli rise in faccia prima di chiudere la porta. Jimin fu più veloce e con un piede la fermò. «Dimmi dov'è.» Ripeté.
«È tornata da me, vuole stare con me. Adesso va via se non vuoi morire qui e adesso.» Gli sputò in faccia e sparì dalla sua vista.
Jimin scosse la testa, incazzato più che mai. Non sapeva più che fare, si allontanò verso il ciglio della strada, accese una sigaretta e chiamò la polizia, ritrovandosi senza nessun'altra via d'uscita.

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