TRENTACINQUE

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Era difficile per Hoseok sopportare tutto quel silenzio. Anzi, poteva quasi ascoltarlo, il silenzio. Poteva quasi uscirne pazzo. Lui non era fatto per stare da solo. Il suo nuovo appartamento non era poi così grande, ma a lui sembrava così immenso da poter sentire l'eco del rumore di una pentola ogniqualvolta cadesse. Poi andava in palestra ad allenare la sua squadra e tutti quei palloni da basket che rimbalzavano sul campo sembravano essere il triplo nel suo cervello. Non si sentiva più lui, quello che usava più aria per parlare che per respirare. Insomma, si trovava davvero bene con la squadra e avevano ottime probabilità di vincere la prima partita del campionato nazionale quel mese, per carità, nazionale. Gli avevano detto che si sarebbe abituato e lui come uno sciocco aveva pensato che due settimane e qualche giorno sarebbero bastate.

Odiava da morire le voci provenienti dalla tv quindi la spense ma ecco di nuovo il silenzio. Doveva fare i conti con se stesso.
Chiamò prima sua sorella e poi Namjoon ma nessuno dei due gli rispose, il che gli sembrò strano, quindi compose il numero di Yoongi. Ma il piccolo sorriso che gli si formò sulle labbra svanì quasi subito.
«Hobi, non posso parlare adesso, ti richiamo io.» E riattaccò.
«Stronzo.» Sussurrò a fior di labbra Hoseok.

Yoongi glielo diceva sempre, che era occupato e non poteva parlare al telefono, ma questa volta era più importante del solito. Si ripromise di spiegargli tutto più tardi per non farlo sentire messo da parte — sapeva che stava passando un periodo difficile.
Appena rinfilò il telefono in tasca, vide Jimin correre verso di sé attraversando tutto il corridoio fino a stringerlo in un forte abbraccio.
«L'intervento è andato bene. Sta bene. Sono così felice.»
Felice era una parola che Yoongi non aveva mai sentito pronunciare dalla bocca del suo fidanzato.
Ricambiò la stretta e gli baciò i capelli.
«Dopodomani può già uscire.» Jimin non riusciva a smettere di sorridere, gli zigomi gli facevano male.
Sua madre era sopravvissuta, cos'altro poteva chiedere di più?
Di certo questo non voleva dire che non avrebbe più lavorato duramente, anzi, adesso avrebbe dovuto guadagnare per più cibo, più bollette, più medicine, magari una casa nuova, ma il solo fatto di poter avere sua madre con sé lo tranquillizzava. Aveva una gran voglia di mandare a fanculo il mondo intero perché loro due ce l'avevano fatta.
«Sono davvero contento. E sono fiero di te.» Disse Yoongi.
«Grazie.» Rispose imbarazzato Jimin — che aveva imparato a non rispondere male al suo ragazzo quando gli diceva qualcosa di dolce, convivenza la chiamavano.

Si separarono quando Jimin fu chiamato da un'infermiera e dovette allontanarsi per un attimo.
Yoongi ne approfittò per occupare una sedia nel corridoio deserto dell'ospedale e richiamare Hoseok — rispose dopo un solo squillo.
«Avrei dovuto chiuderti la chiamata in faccia.»
«Ma non l'hai fatto. Scusami, sono con Jiminie in ospedale.» Non entrò nei dettagli e l'altro non chiese di più, poteva immaginare.
«Vi sono già state assegnate le classi?» Chiese Hoseok e ne seguì un tonfo di sottofondo — si era probabilmente gettato a peso morto sul letto.
«Sì. Ho una prima.» Disse Yoongi, sorridendo. «Oh, hanno venduto il locale della tua ex palestra, a quanto pare si aprirà una gelateria.»
Hoseok sospirò. «Se non altro è per una buona causa. I gelati sono sempre una buona causa. Qui c'è il gelato alla nocciola più buono che io abbia mai mangiato, volevo portarvici— a proposito, sai perché Namjoon non mi risponde? L'ho chiamato venti volte, non è tipo da non rispondermi. E neanche mia sorella.»
Yoongi poteva immaginare il cipiglio sul volto del suo amico ed entrò in panico perché non sapeva come mentire. «Oh, ehm... uhm...»
Nel frattempo Jimin era tornato e se ne stava lì a braccia conserte in piedi di fronte a lui — sembrava minaccioso col giubbotto di jeans che gli fasciava i muscoli.
«Ecco, no, non lo so, ora devo andare!» E chiuse in fretta la telefonata.
«Chi era?» Domandò il biondo.
«Soltanto Hobi.»
Jimin serrò le labbra e contò nella sua testa fino a tre. Così gli aveva insegnato Yoongi durante una vera e propria seduta psicologica in cui gli aveva spiegato che non era geloso o possessivo, aveva semplicemente paura di essere abbandonato, totalmente normale visti i suoi traumi.
Sospirò. «Mia madre vuole vederti.»

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