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(Omega)










Come sarebbe potuta essere la sua domenica, se quella mattina TaeHyung non si fosse messo in testa di chiarire con JungKook?

Invece di svegliarsi alle sette, avrebbe potuto aprire gli occhi alle nove – o forse, complice la sbronza della sera prima, non si sarebbe alzato affatto.

Invece di ritrovarsi scomposto sul divano, immerso in un malessere ostinato, si sarebbe stiracchiato tra le lenzuola di seta scura del proprio letto, godendosi ancora qualche istante di torpore.

Invece di saltare quasi del tutto la colazione per via della nausea, si sarebbe potuto sedere comodamente al tavolo della cucina e consumare il pasto lentamente, riflettendo su come impiegare al meglio la sua tanto agognata giornata di riposo.

Invece di infilarsi alla meglio dei vestiti comodi e lanciarsi nel traffico caotico di Seul, avrebbe potuto trascorrere la mattinata sdraiato sul divano, sgranocchiando patatine davanti a una serie destinata a essere dimenticata entro la settimana.

Eppure, alle dieci in punto, si ritrovò a oltrepassare il cancello principale dell'università, diretto al centro sportivo Posco, l'edificio che ospitava la piscina dove JungKook si stava allenando con la squadra.

Trovare la strada era stato semplice, nonostante ai tempi dell'università avesse raramente, forse mai, messo piede in quella zona del campus – e di certo non per restarci a lungo.

Sì, perché anche TaeHyung aveva frequentato lo stesso ateneo del più giovane, la Korea University, eppure, pur avendo condiviso un anno accademico, non si erano mai incrociati. Le loro abitudini erano troppo distanti. Uno sempre rintanato in biblioteca o impegnato negli allenamenti, pronto a schivare la folla; l'altro troppo preso dal divertimento e dalla compagnia, dedicandosi allo studio solo quando, rientrato nel dormitorio, si chiudeva nella sua stanza.

Nonostante fosse l'erede designato della Kim Corporation, TaeHyung non si era mai sentito davvero al sicuro nella sua posizione. Suo padre, Kim YongJoon, era un uomo severo e orgoglioso, e non avrebbe mai accettato che a guidare l'azienda fosse un figlio mediocre. Per questo, fin da bambino, TaeHyung aveva trascorso gli anni più formativi della sua vita chino sui libri, isolato dal mondo, con Park JiMin come unico amico.

Sua madre lo aveva cresciuto come un Alfa rispettoso e gentile, mai incline alla prevaricazione o alla violenza, mentre suo padre, sempre assorbito dal lavoro, da lui pretendeva solo silenzio e buoni voti. E quelli non erano mai mancati. Kim TaeHyung era sempre stato il migliore, ogni semestre, ogni anno.

Anche se tutti quei sacrifici non erano serviti a molto. Suo padre, alla fine, lo voleva comunque fuori dalla linea di successione, in favore del fratellastro. Il figlio della donna che aveva amato. E che, in fondo, amava ancora.

Trovare JungKook era stato facile. Il suo Omega spiccava tra tutti quegli uomini come un papavero rosso in mezzo al grano biondo d'estate. Così simile agli altri, eppure così diverso. E che Jeon JungKook non fosse speciale solo agli occhi del suo Alfa era evidente dal modo in cui, non appena se ne presentava l'occasione, ogni ragazzo nei paraggi si sentiva legittimato a toccarlo. Non proprio tutti, certo, ma il primo a farlo con una disinvoltura irritante era il suo allenatore. E poi, come se quel gesto fosse un segnale di via libera, tre ragazzi che TaeHyung aveva riconosciuto fin troppo bene gli si accodavano, posandogli le mani addosso con una familiarità che lo faceva ribollire.

Come se ne fossero i padroni.

L'idea gli strinse le viscere in una morsa tanto feroce che restare fermo al suo posto gli parve la prova più difficile che avesse mai dovuto affrontare, ma non poteva permettersi di fare lo stesso errore che aveva commesso la sera precedente, così, per evitare di assistere ancora a quello spettacolo indecente, si alzò di scatto. L'allenatore aveva appena annunciato l'ultima serie di vasche prima della pausa.

Addicted IDove le storie prendono vita. Scoprilo ora