Una Carezza

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~ Episodio 3 ~

Una Carezza









Quando TaeHyung uscì dal bagno, si ritrovò davanti JungKook, ancora fermo nello stesso punto in cui lo aveva lasciato. L'Omega non si era mosso di un millimetro, come se quella soglia fosse diventata una linea invalicabile. Lo sguardo di JungKook cadde immediatamente sul colletto della camicia di TaeHyung, dove una traccia evidente di rossetto rosso sembrava gridare la propria presenza.

«Non puoi andare in riunione così», disse sottovoce, il tono volutamente neutro, anche se gli occhi tradivano una tensione malcelata. Entrambi sapevano cosa significava quel segno. Non si trattava solo di una macchia sulla camicia, ma di qualcosa che avrebbe potuto scatenare dei pettegolezzi all'interno dell'azienda. Peggio ancora, sarebbe stato un messaggio diretto a suo padre: il rossetto, con tutta la sua implicita promessa di "normalità", avrebbe potuto convincerlo che TaeHyung fosse finalmente all'altezza delle sue aspettative. Oppure lo avrebbe trasformato in un'arma perfetta per i suoi giochi di potere.

Gli occhi di TaeHyung si posarono su JungKook, fissandolo con intensità, quasi a voler scrutare ogni pensiero che si celava dietro quello sguardo. Era certo che JungKook avesse intuito cosa fosse accaduto, forse aveva persino sentito. Per un istante infinitesimale, un senso di vulnerabilità lo attraversò, un'emozione tagliente che lo lasciò spiazzato. Si sentiva esposto, come se ogni angolo oscuro della sua anima fosse visibile a quell'Omega che gli era sempre sembrato così distante e inarrivabile.

«Non dire niente!», gli ringhiò, la voce dura e carica di una rabbia che tradiva più vergogna che reale ostilità. Il tono rauco tentava di mascherare il tumulto interiore, ma la ferita era troppo fresca, troppo profonda. Si sentiva sporco, tradito dal proprio corpo, dal suo essere Alfa, e l'idea di essere giudicato lo soffocava. Non da JungKook, almeno. Non da lui, l'unico di fronte al quale non avrebbe mai voluto mostrare quel lato di sé.

Senza aspettare una risposta, TaeHyung si diresse verso la cabina armadio. Aprì le ante con un gesto nervoso, le mani che scostavano in fretta le camicie appese, una dopo l'altra. Scelse una camicia nera, l'unico indumento che in quel momento gli sembrava appropriato, in sintonia con il suo stato d'animo. Si slacciò rapidamente quella macchiata, quasi volesse liberarsi non solo di quel segno di rossetto, ma anche del ricordo dell'umiliazione che lo tormentava.

Mentre si cambiava, un senso di sconforto crescente lo avvolgeva, stringendolo come una morsa. Come aveva potuto provare piacere con una donna? Quel pensiero lo sconvolgeva, lo lasciava incapace di comprendere una reazione fisica che sembrava tradire ogni parte di sé. Si sentiva sbagliato, come se il suo stesso corpo fosse un estraneo. Non era solo il ricordo delle labbra di ShinHye, ma l'intera esperienza: quel momento di vulnerabilità involontaria lo faceva stare male. La nausea, che ancora non lo abbandonava, era un promemoria crudele. Si fissò nello specchio della cabina per un lungo istante: la nuova camicia nera sembrava fondersi perfettamente con il suo stato d'animo, come se ne amplificasse la cupezza.

Con ogni bottone che chiudeva, TaeHyung sentiva un vuoto sempre più profondo scavarsi dentro di lui, una distanza crescente tra la sua immagine riflessa e ciò che percepiva di sé.

Avrebbe dovuto spiegarsi con JungKook? Non ne era certo. L'Omega, d'altronde, non si era mai premurato di chiarire le sue posizioni con lui, lasciandolo spesso a navigare nel mare confuso dei propri pensieri. Eppure, la questione lo tormentava. Conscio che quello non fosse il momento di perdersi in inutili ragionamenti, TaeHyung si strinse il nodo della cravatta con gesti rapidi e decisi, la stessa risolutezza con cui si era liberato della camicia bianca.

Senza indugiare, uscì dalla cabina armadio e attraversò l'ufficio con passi rapidi, la schiena dritta, come se ogni movimento fosse parte di una coreografia studiata per mascherare il tumulto interiore. Dietro di lui, JungKook lo seguiva in silenzio, attenendosi alla richiesta di non parlare. L'ascensore li attendeva con le porte aperte, un invito spoglio e freddo. Entrarono insieme, uno accanto all'altro, ma separati da una distanza che nessuno dei due sembrava intenzionato a colmare.

Addicted IDove le storie prendono vita. Scoprilo ora