18. Il prezzo della gentilezza

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Now it's three in the mornin' and I'm tryin' to change your mind

Left you multiple missed calls and to my message you reply

"Why'd you only call me when you're high?"

Why'd You Only Call Me When You're High? – Arctic Monkeys



10 ottobre 2001


Il suo caffelatte ormai è quasi finito.

Il bicchiere è mezzo vuoto e ha divorato da un pezzo la fetta di torta di carote che la cameriera le ha offerto.

Riley sospira, seccata.

È seduta in fondo, vicino a una finestra appannata. La giacca di jeans è appoggiata allo schienale, la macchina fotografica pende al suo collo.

Come al solito.

Per il momento è una dei pochi clienti, ma sono quasi le sei del pomeriggio e a breve quella tavola calda di passaggio poco fuori Cornfield inizierà a riempirsi per la cena.

L'idea non le piace.

Detesta le scenate, ma è certa che dovrà utilizzare le maniere forti per farsi ascoltare e non le va di mettere su uno spettacolo in un posto così vicino a Redwood.

È tornata in città da pochi giorni e vorrebbe continuare a mantenere un profilo basso, per quanto possibile.

Resterà lì solo il tempo necessario per trovare gli scatti giusti da inviare a Eleonor per l'IIP.

Non un secondo di più.

Tutto il resto non le interessa.

Compreso Julian Atkins.

Riley guarda l'orologio.

Di nuovo.

Quaranta minuti di ritardo.

La cameriera si avvicina e fa scivolare sotto il suo naso una tazza di caffè bollente.

Non chiede nulla. Si limita a rivolgerle un sorriso carico di compassione e torna dietro il bancone. Di sicuro penserà di essere corsa in soccorso di una povera ragazza a cui il fidanzato ha dato buca.

Riley sente il fastidio dentro di sé crescere.

Non le piace il caffè lungo.

Non le piace essere guardata in quel modo.

E non le piace quella situazione.

Non dovevo venire, pensa.

Ma sa che non aveva altra scelta. Quel problema va risolto. Adesso.

Fuori, il parcheggio è una distesa di asfalto bagnato cosparso di crepe. I fari delle poche auto di passaggio attraversano la pioggia come fantasmi.

Se soltanto non mi fossi fermata in quello stupido bar...

Finalmente, la porta si apre.

Julian entra con calma. In faccia ha stampato il sorriso tipico di chi crede che il mondo gli appartenga.

Nell'istante in cui i suoi occhi si posano su di lei, Riley sente la rabbia fremerle nelle mani.

Conosce bene quello sguardo. È lo stesso che le hanno rivolto tanti uomini nel corso della sua vita. Professori, colleghi di corso, collezionisti, sedicenti filantropi che organizzano raccolte fondi solo per guardare nella scollatura di qualche ragazza.

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