f i f t e e n

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"Bels? Tesoro..."- la voce di mia madre attirò la mia attenzione, incitandomi a voltarmi. Lasciai stare quel che stavo facendo, appoggiando lo straccio sul bancone della cucina. Mi portai una ciocca di capelli dietro l'orecchio e la guardai, restando in silenzio. Restò sulla porta, un po' titubante. Giocò con le sue stesse mani, cercando le parole giuste mentre fissava il parquet sotto di lei. "Ascolta - si avvicinò a me, appoggiando i palmi aperti sul marmo del bancone - Se c'è qualcosa che non va, ti prego di dirmelo. È da troppo tempo che non parli con me, sono preoccupata.."- sussurrò l'ultima frase, fissandomi negli occhi. Solo allora ricordai la nostra somiglianza, avevo la stessa forma dei suoi occhi, la stessa bocca e lo stesso naso all'insù. Sorrisi di cuore, abbassando solo per un attimo lo sguardo. Apprezzai quel suo gesto, ma non avrei comunque potuto dirle nulla. "Va tutto bene, mamma."- tornai a guardarla negli occhi, sembrava delusa, probabilmente si aspettava una risposta diversa e avrei davvero voluto parlargliene, ma non potevo, non in quel momento almeno. Pressai le labbra assieme, distogliendo lo sguardo da lei. "Vado da John."- dissi soltanto, scattando verso il mio zainetto, che afferrai distrattamente prima di raggiungere la porta d'ingresso. Mi guardai per un attimo indietro, provando dispiacere verso di lei. Avrei sistemato tutto, prima o poi. [...]

"Dunque, mi stai dicendo che si è presentata a casa tua per scusarsi?"- mi guardò, ripetendo lentamente le mie stesse parole. Alzò le sopracciglia, sospirando, prima di distogliere lo sguardo da me che, nel frattempo, me ne stavo seduta sulla poltrona davanti al suo letto ancora disfatto. "Non lo so, Bels. Non mi fido di lei.."- borbottò, alzandosi dal materasso. Prese a giocare con il cubo dalle facce colorate, camminando intorno alla poltrona sulla quale ero seduta in modo scomposto. Non poteva sedersi e parlare come le persone normali? La sua presenza mi metteva ansia, messa così. Mi mossi a disagio sul cuscino, schiarendomi la voce. "Io voglio fidarmi, invece."- innaspai, abbassando lo sguardo sulle mie mani ricoperte di anelli strani e d'acciaio. Lui si fermò, voltandosi verso di me, sembrava divertito dalla mia risposta. "Davvero, Bella? - scosse la testa, avvicinandosi velocemente a me. Si abbassò al mio livello, appoggiando le mani sulle mie ginocchia - Come puoi fidarti di una persona che non ha fatto altro che lasciarti da sola? Ti ha usata!"- dal suo tono di voce captai la sua agitazione, e questo mi infastidiva parecchio. Sembrava che la situazione riguardasse più lui, che me. Avrebbe dovuto appoggiarmi, darmi dei consigli. Invece no, cercava in tutti i modi di imporre i suoi pensieri strettamente personali. Difatti corrugai la fronte, spostando sgarbatamente le sue mani dal mio corpo. "Quando ti arrenderai?"- mi alzai di scatto, facendolo cadere all'indietro. Mi guardò dal basso, leggermente confuso e colto alla sprovvista. Cosa diavolo si aspettava, da me? Che cedessi, o che seguissi come un cagnolino qualsiasi cosa?   "Dove stai andando?"- si rialzò, strofinando le mani sul tessuto dei jeans. Nel frattempo avevo recuperato il mio zaino e la giacca, già diretta verso la porta. "Bella? Aspetta!"- mi seguí, appoggiando una mano sulla porta, per tenerla chiusa. Cercai comunque di muovere la maniglia, imperterrita. Alzai lo sguardo su di lui, serrando le labbra - speravo capisse dal mio sguardo che si sarebbe dovuto spostare all'istante. "Cazzo. Spostati!"- alzai la voce, forse esagerai, ma anche lui lo stava facendo e non ne aveva il diritto. Riuscii ad uscire dalla sua maledetta stanza, percorrendo velocemente le scale per raggiungere il piano terra, seguita da lui - ovviamente. "No! Bella!"- alzò la voce, in preda al panico, quando arrivai alla porta principale. Afferrai la maniglia, voltandomi verso di lui. Lo guardai quasi con aria di sfida, aprendo la porta. Lui si precipitò verso di me, ma io ero già fuori, sul vialetto. Ma la scena che mi si presentò davanti fu' struggente, per quanto mi riguarda. C'era un viavai di gente a me sconosciuta, riuscii a riconoscere Marcus, con le mani tra i capelli, così come il suo amico. I loro sguardi non premettevano nulla di buono, soprattutto perché si trovavano davanti al cancello di Rosie, ma lei non c'era. "Cazzo."- sentii la voce di John alle mie spalle, che mi affiancò subito dopo. Non dissi nulla, restai semplicemente ad osservare la scena davanti ai miei occhi. Un poliziotto continuava a parlare al cellulare, lanciando delle occhiate ai due amici di Rosie che, nel frattempo, continuavano ad imprecare ad alta voce. Un senso di paura di impossessò di me, e grazie alle mie paranoie, entrai in panico. Lasciai cadere il mio zaino sull'erba curata del giardino del mio migliore amico, e inizia a correre verso Marcus, come se fossi inseguita da qualcuno - dalla paura, sicuramente. "Marcus!"- urlai, attirando l'attenzione di quella gentaglia che non conoscevo, ma si girò anche lui, spalancando gli occhi alla mia vista. Si passò una mano tra i capelli, e bastò per confermare i pensieri : era successo qualcosa a Rosie. Rallentai, fermandosi a pochi metri da lui. Non parlai, mi aspettavo lo facesse lui, ma restò con la bocca chiusa. "Mi volete dire che cazzo sta succedendo?"- strillai, guardandomi intorno, terrorizzata. Lo sguardo del poliziotto si fermò su di me, seguito da una giovane donna dal viso rigato dalle lacrime evidenziate dal trucco. Tornai a guardare Marcus che, un po' sconcertato, si avvicinò a me, appoggiando una mano sul mio braccio. Ma lo scostai immediatamente, indietreggiando. "Non stare lì impalato! Dov'è Rosie?"- sentii il mento tremare, così come le gambe. Il loro silenzio mi stava uccidendo, così come l'assenza della persona che contava di più.

DANGEROUSDove le storie prendono vita. Scoprilo ora