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Sulla finestra che proiettava verso un grande parco picchiettava l'incessante pioggia, accompagnata dal vento che scorreva in ogni minimo spazio e sembrava raggiungere le cosce seminude del ragazzo, il quale, mezzo addormentato sul divano e troppo stanco per alzarsi alle due del mattino, riposava con una singola coperta lasciata da Jimin e una maglietta a maniche lunghe che velava clamorosamente il suo prorompente corpo, addolcito da lievi curve della più bell'arte esistente. Le ciocche corvine sparse sul cuscino e tra un sogno e l'altro, il campanello della casa risuonò più e più volte, facendo innervosire non poco il proprietario dell'appartamento, il quale fu costretto ad alzarsi per qualche visita che non avrebbe proprio apprezzato. «Giuro che se é Jimin alle due del mattino, gli do un calcio in culo che neanche l'ascensore gli servirà per scendere dal ventesimo piano.» intanto che aggiustava l'orlo dei suoi pantaloncini e portava una mano tra i capelli, con gli occhi mezzi chiusi e tanto sonno in volto, Taehyung controllò chi fosse alla porta grazie alla telecamera messa e spuntò, non proprio calmo, il volto del figlio del suo capo, che poggiava il braccio alla porta, stanco di dover aspettare. Aperta la porta, un Jeongguk con un cappotto cammello e un completo al di sotto completamente nero, giocava con le chiavi della sua Mercedes, sorridendo alla vista del suo gioiellino così scoperto in pieno inverno, che riscaldava il suo animo e il suo corpo più di quanto non fosse già caldo. «Ciao, Taehyungie, sempre così bello sei a casa?» Jeongguk, che non fece neanche rispondere al ragazzo, entrò, si tolse i mocassini e chiuse la porta, camminando con fare elegante fino ad arrivare al salotto, il quale colpì subito la sua attenzione. «Proprio un bell'appartamento, Tae. Anche il grattacielo non é niente male. Potrei pensare di acquistarlo.» il castano si sedette sul divano, notando una copertina ammassata e un Taehyung ancora sconvolto nell'angolo della stanza, che probabilmente tratteneva rabbia, agitazione e passione in un corpo solo, che aveva raggiunto il suo ospite, non sapendo ben cosa fare se non urlargli contro e far svegliare l'intero edificio. «Non parli, tesoro mio? Devo farla muovere io quella boccuccia?» Jeongguk, alzatosi dal divano dopo aver notato il cruccio irritato dell'altro, si avvicinò non proprio cautamente al corvino che, uscito finalmente da quel tale stato di trance, rispose in modo sempre tranquillo e raffinato. «Ma che cazzo ci fai a casa mia alle due di notte, Jeongguk? Sei impazzito? Credi di poter fare quello che cazzo vuoi soltanto perché sei il figlio del mio capo? Sposta questo tuo culo ricco e muovi le tue gambe di nuovo per andare fuori da casa mia.» Taehyung, che tentava di non alzare troppo il tono della voce dato l'orario, spinse il ragazzo che tentava di avvicinarsi e, afferrata la coperta dal divano, ben si avvolse, diventando un fagotto insonnolito dalle guance rosse che, agli occhi di Jeongguk, era la cosa più dolce al mondo.
«Avresti potuto rispondermi, Taehyungie, e non sarei venuto fin quì a controllare che fossi ancora un minimo interessato a me. Credi che io abbia dimenticato, vero? Io non dimentico proprio un cazzo, e se credi di poter giocare con me soltanto perché mi hai maledettamente in pugno, sappi che sono un gran bastardo e non ti lascerò andare così.» il castano spostò il ragazzo, il quale indietreggiava alla visione degli occhi del minore, pieni di lacrime e tristezza, e sentì il cuore un po' frantumarsi, e forse aveva anche ben paura che il suo Ggukie potesse farsi male, e allora lo raccoglieva e riposizionava ogni coccio al suo posto. «Kookie, avevo il cellulare scarico, non era mia intenzione farti sentire così.» Taehyung, ormai con le spalle al muro, posizionò istintivamente una mano sul volto del ragazzo e potè sentire a quella distanza la puzza di soju nel respiro del ragazzo. «Gguk, hai bevuto?» insicuro sul da farsi e con tanta malinconia in petto, iniziò ad accarezzare il volto del giovane e la sua pelle liscia bruciava come zucchero filato sotto immenso calore, era impossibile staccarsene ed era così bello da rimanerne intrappolato. «Forse.» Jeongguk mugolò e afferrò la mano del ragazzo, guardandolo con occhi con i quali non aveva mai guardato nessuno, perché forse aveva paura di perdere un qualcuno che non poteva possedere, perché le persone non sono oggetti, e allora si sentiva tremendamente frustrato nel dipendere così tanto dal sorriso un po' rettangolare di quel ragazzo, mezzo sconosciuto ma che gli sembrava di conoscere da una vita. «Potresti essere mio, Kim Taehyung, sebbene sia un grande stronzo nei tuoi confronti?» Jeongguk ricercava comprensione nel volto del ragazzo e, quando le labbra di costui sfiorarono le proprie, tutti i fiori di loto appassirono e iniziò a nascere lussuria da ogni fronte dell'Inferno che loro stessi stavano creando in Paradiso. Le labbra di Jeongguk assaporavano con passione quelle del ragazzo, e piccoli mugoli docili arrivavano come reclami nella bocca del corvino, che gli mordeva le labbra per sentire il suo nome in ogni attimo di pura seduzione nel semplice volersi. Le gambe nude del maggiore si ancorarono alla vita del ragazzo, sfiorando la sua dopo che il cappotto stesso e la coperta erano già al pavimento, e le mani percorrevano ogni sentiero possibile nelle sue ciocche morbide come loro solito apparire. Jeongguk gli baciava il collo, lo marchiava in ogni modo possibile solo per sentirsi forte su quella pelle di porcallana, che voleva pitturarla con le sue labbra, e Taehyung gemeva in quella stretta così forte, intanto che camminavano verso il divano e vi ci sbatterono contro. «Sei bellissimo, Kim Taehyung. Non ringrazierò mai abbastanza colui che mi permesso di conoscerti.» Jeongguk baciava ogni tratto del viso del ragazzo e non credeva mai ai suoi occhi, offuscati dall'alcol e da un qualcosa che neanche lui sapeva spiegarsi. «E tu sei davvero un coglione, che bevi soltanto perché non ti ho risposto per qualche ora.» Taehyung sorrideva mentre la mano di Jeongguk accarezzava il suo torso al di sotto della maglietta e, slacciata la cintura in pelle e oro del pantalone, all'apice della lussuria, il corvino si staccò da quelle labbra così belle, accarezzandole con le dita, per poi dire: «Stiamo insieme, Gguk. Non m'importa più di nulla.» E Jeongguk sorrise, baciò per l'ultima volta quelle labbra, sbottonò la sua camicia, afferrò un'altra coperta e, stendendosi accanto al ragazzo, coprì entrambi con quella stessa coperta che magari non avrebbe mai potuto riscaldarli singolarmente, mentre adesso avvolgeva entrambi in un loro abbraccio. Ed entrambi, un po' instabili da quel momento così forte, erano tremendamente felici, mentre respiravano il profumo dell'altro e si sentivano finalmente a casa, in quell'appartamento che urlava i loro nomi stessi.