8.

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Non appena varchiamo la soglia, Filippo ci accoglie immediatamente. «Guarda chi c'è! La bellissima Erika e il suo fidanzatino famoso.»

Mi volto di scatto, la rabbia che divampa. «Filippo, cosa vuoi ancora? Puoi lasciarmi in pace una volta per tutte? Sei tu il bastardo che mi ha fatta licenziare, è solo colpa tua e lo sai benissimo. E io e Pierre siamo solo amici, quindi smettila di rompere e sparisci!»

Pierre resta fermo, impassibile, ma i suoi occhi seguono ogni movimento di Filippo con una freddezza glaciale. «Oh, che paura che mi fai, bella mia,» sibila Filippo avvicinandosi troppo, fino a schiacciarmi contro la scrivania. Il suo viso è a un millimetro dal mio, il suo respiro fastidioso sulla pelle. Vedo Pierre irrigidirsi. Il suo sguardo è una miscela di nervoso e puro fastidio, ma aspetta, cercando di trattenersi.

«Lasciami... ti ho detto di lasciarmi!» mormoro, sentendo le lacrime pungere gli occhi per la frustrazione. 

«Sennò cosa mi fai, eh? Non ho paura di te, stupida ragazzina che non sa tenere la bocca chiusa,» ribatte lui, afferrandomi il viso con forza.

Non ha nemmeno il tempo di finire la frase. «Di me dovresti aver paura, invece, brutto figlio di puttana,» interviene Pierre. Con uno scatto felino lo spinge via, scaraventandolo a terra. 

«Lasciala in pace e vattene prima che sia troppo tardi. Giuro che se non te ne vai con le tue gambe, ti butto fuori a calci in culo»

Pierre ignora Filippo a terra e si precipita da me. «Stai bene?» mi chiede, prendendo delicatamente il mio viso tra le mani, con una dolcezza che contrasta violentemente con la furia di un attimo prima. 

«Sì... sì,» riesco a dire, scoppiando finalmente in un pianto liberatorio. Lui mi stringe forte a sé, avvolgendomi in un abbraccio che sa di protezione e casa.

«Che succede qui?» La voce della signora Rita, la mia segretaria, rompe il momento. 

«Il signorino qui non sembra intenzionato ad andarsene,» risponde Pierre senza mollare la presa su di me. 

«Oh, beh. Lui ora viene con me e ne sentirà quattro dal capo,» dichiara Rita, fulminando Filippo con lo sguardo. «Non lavorerò più qui per molto, ma le mancanze di rispetto non le tollero.»

Mi stacco leggermente da Pierre, colpita dalle sue parole. «Come, Rita? Non lavorerai più qui? Dove andrai?» 

«Signorina Erika, io la seguirei ovunque! Lei è la migliore e sarei onorata di farle da braccio destro in qualsiasi nuova avventura intraprenderà.» 

«Oh, Rita! Certo che ti voglio con me! E ti prego, dammi del tu,» rispondo commossa. 

«Ora però devo portare il qui presente Signor Finucci dal direttore. Dalla sua faccia sconvolta immagino cosa sia successo... non preoccupatevi, ci penso io,» conclude Rita, afferrando Filippo per un braccio e trascinandolo fuori dallo studio.

Resto sola con Pierre e lo stringo di nuovo. «Grazie per prima.» 

«Non ringraziarmi. Con me sarai sempre al sicuro,» sussurra lui, posandomi un bacio tra i capelli. Un gesto così naturale che mi fa mancare il respiro. 

«Ora però muoviamoci: finiamo di sistemare tutto e portiamo le tue cose a casa.»

«Bene, abbiamo finito,» dico sospirando, mentre un'espressione preoccupata mi ombra il volto. Vedere la mia scrivania vuota mi fa uno strano effetto. Pierre se ne accorge subito. Mi prende il viso tra le mani, costringendomi a guardarlo. 

«Ehi, stai tranquilla. Sono sicuro che troverai un posto migliore di questo, te lo meriti.» Mi rivolge uno sguardo incoraggiante. «E ora sorridi, che sei molto più bella quando lo fai.»

Il mio cuore fa una capriola e non posso fare a meno di assecondarlo. «Bene, ora salta in macchina che andiamo,» conclude lui soddisfatto. Torniamo verso casa mia e, dopo aver parcheggiato, saliamo a sistemare gli scatoloni in un angolo del salotto. L'appartamento sembra improvvisamente più piccolo con i resti della mia vecchia vita lavorativa accatastati lì.

«Ti va di fermarti a pranzo da me?» propongo al ragazzo dagli occhi blu. «Se vuoi chiamo anche Mariachiara e Daniel.» 

«Solo se facciamo qualcosa di leggero, nel pomeriggio ho gli allenamenti,» risponde lui. 

«Pasta al sugo?» 

«Vada per la pasta al sugo!» esclama il francese, lanciandosi sul divano con una disinvoltura invidiabile. 

«Ma sì, fai pure come se fossi a casa tua, eh!» commento ridendo mentre mi avvio in cucina. 

«È casa mia,» ribatte lui con un sorrisetto furbo. 

«Non proprio, direi. Anche se, a dire il vero, sei qui quasi ogni giorno da quando ci conosciamo.»

Riempio la pentola e accendo i fornelli. «Guarda che brava questa ragazzina, fa anche la cuoca,» mi stuzzica lui dalla sala. 

«Non ci vuole una laurea per due spaghetti al pomodoro, Pierre!» gli grido di rimando, ridendo. Sento i suoi passi avvicinarsi. Pierre raggiunge il bancone della cucina, ma il suo tono è cambiato. Non è più scherzoso. «Erika... dovrei dirti una cosa, però,» dice, appoggiando le mani sulla superficie fredda del marmo.

Mi blocco con il mestolo in mano e mi volto verso di lui. Il suo sguardo è serio, quasi contratto. «Dimmi tutto, ma fai in fretta: mi fai preoccupare quando usi questo tono.»

Qui per caso ||Pierre GaslyDove le storie prendono vita. Scoprilo ora