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Pov - Pierre Gasly

Il tempo a Milano sembra essersi fermato, come se le lancette dell'orologio si fossero incastrate in quel maledetto giorno di settembre. Sono passati quattro mesi, il campionato è andato in archivio e ho visto Max coronare il suo sogno. Sono felice per lui, davvero, ma ogni volta che festeggiavamo un podio o una vittoria, i miei occhi cercavano automaticamente lei tra la folla, dietro le transenne o accanto ad Anna. E lei non c'era mai.

La mia casa, che un tempo era il mio rifugio, ora è un museo di ricordi dolorosi. Ogni angolo parla di Erika. Fisso lo schermo della TV spento e rivedo noi due che urliamo per un gol subito a FIFA; guardo il bancone della cucina e sento ancora l'odore di bruciato di quella volta che abbiamo tentato di fare una cena stellata finendo per ordinare una pizza.

Con le altre era più facile. Si chiudeva un capitolo, si voltava pagina, e la pista tornava a essere l'unica cosa importante. Ma Erika... lei è diversa. Lei è quel tipo di persona che ti entra sottopelle e non se ne va nemmeno se cerchi di strapparla via. Mi ha ferito, mi ha respinto sul marciapiede mentre le offrivo tutto me stesso, ma non riesco a odiarla. Posso solo amarla in silenzio. E aspettarla, proprio come ho promesso.

Sono sdraiato sul divano, perso nel vuoto, quando un suono improvviso squarcia il silenzio dell'appartamento. Il mio telefono sta squillando sul tavolino.

Allungo la mano, sperando stupidamente per un millesimo di secondo che sia un numero cinese, ma so che non è così. Guardo lo schermo.

La voce di Yuki è l'unica cosa capace di bucare la bolla di apatia in cui mi sono rinchiuso. È assurdo come, nonostante tutto, lui riesca a trascinarmi fuori anche quando vorrei solo sparire tra i cuscini del divano.

«Grazie per avermi ricordato della festa per Max, a stasera Yuki» dico chiudendo la chiamata. Guardo il telefono per un istante di troppo, sperando ancora in una notifica che non arriva, poi lo lancio sul divano.

Ho bisogno di distrarmi. Mi metto a guardare Friends; Erika diceva sempre che Joey le ricordava Daniel e che io avevo lo stesso sarcasmo di Chandler. Sorrido amaramente. Persino una sitcom americana riesce a riportarmi a lei. "Rimedio contro i cuori infranti", lo chiamano. A me sembra solo un modo per ricordare quello che non ho più.

Alle 20:00 inizio a prepararmi. Scelgo una camicia in lino, semplice, e infilo il cappotto perché l'aria di Milano, ora che il campionato è finito, è diventata pungente. Prendo le chiavi della mia Honda, sentendo il metallo freddo tra le dita, e scendo in garage.

Il viaggio dura un'ora e mezza. La strada scorre veloce sotto i fari, e più mi avvicino alla festa, più sento quel nodo allo stomaco. Non è l'ansia dei motori che ben conosco e so gestire, è l'ansia sociale. Quel tipo di ansia di dover sorridere, rispondere a chi mi chiederà come sto, fingere che il vuoto sul sedile del passeggero non mi faccia male ogni volta che curvo.

Arrivo alla location. È una villa imponente, le luci colorate tagliano il buio della notte e i bassi della musica si sentono già dal parcheggio. Faccio un respiro profondo, mi sistemo il colletto della camicia e scendo dall'auto.

«Ragazzi ciao» dico salutando i miei amici

«Pierre! pensavo non venissi» mi dice Charles abbracciandomi

«Yuki mi ha convinto» dico guardando il ragazzo bassino davanti a me

«Doti magiche» dice Yuki facendo l'occhiolino verso Charles

«Max? non è ancora arrivato» chiedo al gruppo

«Non ancora tra poco arriva, Anna ha detto che sono quasi arrivati» mi risponde Heidi, la fidanzata di Daniel

Qui per caso ||Pierre GaslyDove le storie prendono vita. Scoprilo ora