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Pov Pierre

La casa dei miei genitori è pervasa dal profumo del foie gras e del camino acceso, un calore che solitamente amo, ma che stasera mi fa sentire quasi un estraneo. Anche durante questo soggiorno a casa mia, dove sono cresciuto, ho pensato gran parte del tempo a Erika e a quanto le sarebbe piaciuta questo posto immerso nella natura.

«Pierre, mon fils, va tutto bene? Non hai toccato il tuo vino,» dice mia madre posandomi una mano sulla spalla. 

«Sì, maman. Tutto bene, sono solo un po' stanco dalla giornata» mento con un sorriso che non arriva agli occhi.

I miei fratelli ridono, parlano della stagione appena conclusa, dei piani per il futuro. Io cerco di partecipare, ma la mia mente è bloccata sull'orologio della cucina. A Pechino è passata la mezzanotte. Lei ha già iniziato il suo 2022. Chissà se ha brindato con Rita, chissà se qualcuno le ha stretto la mano come facevo io.

Sento il peso del cellulare nella tasca dei pantaloni. È una tentazione costante. Vorrei scriverle, vorrei solo sapere se sta bene, ma le ho promesso che avrei rispettato il suo spazio. Eppure, l'idea che lei possa passare il primo secondo dell'anno senza nemmeno un mio pensiero mi uccide.

Dopo cena, mi scuso con la famiglia e vado in camera mia, quella dove sono cresciuto. Mi siedo sul letto e apro il cassetto del comodino. La scatoletta con l'anello dalla pietra azzurra è lì. Non sono riuscito a separarmene, nemmeno dopo il rifiuto a Milano. La luce della lampada riflette sulla pietra, dello stesso colore del mare, dello stesso colore dei momenti più belli che abbiamo vissuto.

«Ti aspetterò, Erika. Anche se questo silenzio fa più male di qualsiasi incidente,» sussurro nel vuoto della stanza.

Prendo il telefono. Vedo le foto della festa di Max pubblicate da Daniel e dagli altri. Poi, vedo una storia di Daniel: è a Pechino. Sono tutti lì con lei. Un misto di gelosia e sollievo mi attraversa: gelosia perché loro possono abbracciarla e io no, sollievo perché so che non è sola.

Sblocco lo schermo e apro la nostra chat. L'ultimo messaggio è il mio "Buon viaggio" di quattro mesi fa. Scrivo: "Buon anno, Erika. Spero che le luci di Pechino stasera siano belle almeno la metà di quanto lo sei tu" . Tengo il pollice sospeso sul tasto invia. Se lo mando, rompo il patto. Se non lo mando, muoio dentro. Ho deciso poi di non inviarlo e di cancellare tutto. Non era il caso di essere così patetico, dovevo decidermi ad andare oltre. Presa questa consapevolezza scesi di nuovo dai miei parenti e rimasi lì con loro a festeggiare l'anno nuovo.

Qualche mese dopo

Il caldo secco del Bahrain mi colpisce il viso non appena scendo dall'auto, ma è un calore diverso da quello della Normandia o di Milano. È il calore della pista, quello che mi ha sempre salvato quando tutto il resto andava a rotoli.

Sono passati mesi. Marzo è arrivato e con lui la consapevolezza che la vita va avanti, anche se il cuore zoppica. La vacanza in America con Charles è stata la mia ancora di salvezza: tra i paesaggi infiniti e le serate a non pensare a nulla, io e lui ci siamo fatti forza a vicenda. Vedere anche la sua storia con Charlotte finire mi ha fatto capire che questo mondo, la Formula 1, non fa sconti a nessuno. Ti dà la gloria, ma si prende i tuoi affetti. Poi guardo Max e Anna e provo un briciolo di sana invidia: loro sono l'eccezione che conferma la crudele regola.

Dico a me stesso di aver superato Erika. Ci sono state altre ragazze, altri sorrisi, altre notti che sono servite solo a riempire un silenzio troppo rumoroso. Mi sono divertito, sì, ma so mentire a tutti tranne che allo specchio: lei resta il mio punto debole, quella variabile che nessun simulatore potrà mai calcolare.

Qui per caso ||Pierre GaslyDove le storie prendono vita. Scoprilo ora