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Pov Erika

Il rumore dei compressori e il viavai dei meccanici nel box della McLaren dovrebbero distrarmi, ma la mia mente è rimasta incastrata in quel viale del paddock, ferma allo sguardo di Pierre. Mi sento scossa, come se quella breve interazione avesse riaperto una ferita che pensavo fosse ormai solo una cicatrice.

Daniel si sta infilando la tuta, concentrato, ma mi conosce troppo bene. Si ferma, mi guarda per un istante e capisce tutto. «Ehi, tutto bene? Ti vedo strana,» mi chiede, abbassando la voce nonostante il caos circostante.

Cerco di mantenere un tono distaccato, quasi gelido, come per convincere prima di tutto me stessa. «Ho incontrato Gasly.»

Daniel sgrana gli occhi, interrompendo il gesto di allacciarsi la tuta. La curiosità brilla nel suo sguardo. «E?» incalza, aspettandosi chissà quale rivelazione.

«E niente, me ne sono andata,» rispondo secca, incrociando le braccia al petto. «Per me è chiusa, Dan... lo sai. Non c'è altro da dire.»

Daniel si ferma del tutto. Mi fissa con quel suo sorriso un po' saggio e un po' impertinente, scuotendo leggermente la testa. «Non ci credi nemmeno te nel dirlo, scricciolo,» dice con una dolcezza che mi spiazza. «Voi vi amate. Gli occhi non mentono mai, cara, e nemmeno il tuo cuore. Il punto è che non ve lo direte mai perché siete due teste dure, siete troppo orgogliosi. Vi conosco entrambi fin troppo bene.»

Rimango in silenzio, colpita dalla precisione delle sue parole. Sento il bruciore divampare di nuovo nel petto, quella fiamma che pensavo di aver spento in Cina e che invece Pierre ha riacceso con un solo "ciao".

Daniel mi fa un occhiolino veloce, dandomi una pacca affettuosa sulla spalla prima di mettersi il casco. «Ora vado, scricciolo. Goditi la gara e non pensarci troppo, okay?» Mi stringe in un abbraccio rapido ma intenso. «Ci provo, Danny... buona fortuna,» gli sussurro, mentre lo guardo salire sulla sua monoposto.

La gara è un successo. Daniel è incredibile, sale sul terzo gradino del podio e la sua gioia è contagiosa. Lo abbraccio sotto il podio, lo festeggio, ma mentre lui viene trascinato via dal team per le foto di rito, mi ritrovo di nuovo sola.

Giro lo sguardo verso il monitor dei tempi. Pierre ha lottato, ha chiuso una gara faticosa, ma non è tra i premiati. Il pensiero di lui, solo nel suo box, a rimuginare sulla prestazione e magari su quel nostro incontro fugace, mi tormenta.

Mentre mi incammino verso l'area hospitality, sbadata come sono vado contro una persona e mi cade la borsetta bianca che avevo portato oggi. Il ragazzo mi afferra al volo prima che potessi cadere rovinosamente lì davanti a tutti. La presa mi è sembrata però molto familiare.

Pov Pierre

Il ronzio dei motori si sta spegnendo, sostituito dal rumore dei camion che caricano le attrezzature, ma nella mia testa c'è un frastuono che non accenna a placarsi. Ho chiuso in ottava posizione, un risultato solido, eppure non sento nulla. Il mio sguardo è rimasto incollato ai monitor durante tutta la gara, cercando di scorgere una sagoma familiare nel box McLaren. Sapere che Erika è qui, a pochi metri da me, ma che non è venuta a cercarmi, mi distrugge più di qualsiasi sconfitta in pista.

Ho finito le interviste e le analisi tecniche. Mi sono cambiato, ho messo addosso vestiti civili e mi sto incamminando verso il parcheggio, con la borsa in spalla e la testa altrove, diretto verso l'hotel. Il paddock è più tranquillo ora, le luci artificiali del Bahrain tagliano il buio della sera.

All'improvviso, sento un impatto. Una ragazza mi viene addosso, distratta, facendomi quasi perdere l'equilibrio.

«Ooh, attenta!» dico istintivamente, allungando le braccia per evitare che cada. 

«Oh... ehm, scusami,» mormora lei, chinandosi velocemente a raccogliere la sua borsa bianca che le è scivolata a terra. 

«Niente, tranquilla. Stai attenta la prossima volta,» rispondo accennando un sorriso stanco, senza ancora aver guardato bene chi ho davanti.

Poi, lei alza lo sguardo. Il tempo si ferma di nuovo. «Scusa, Pierre,» dice, e il mio nome pronunciato dalla sua voce ha un peso che mi toglie il fiato. 

«Tranquilla, Erika,» rispondo io, cercando di mantenere un tono neutro, quasi distaccato, per proteggermi. Faccio per andarmene, convinto che sia meglio troncare subito prima di crollare.

Ma non faccio in tempo a fare un passo che sento le sue dita stringersi attorno al mio polso. Mi costringe a girarmi verso di lei. Il contatto della sua pelle sulla mia scaccia via mesi di freddo in un istante. «Complimenti per oggi. Bella gara,» dice guardandomi dritto negli occhi.

In quel momento, nel mio cuore esplodono mille emozioni contrastanti. Avrei voluto urlarle quanto mi è mancata, quanto l'ho sognata in Cina, ma il mio orgoglio fa scudo. Mi limito a un freddo e secco: «Grazie.»

Lei sembra incassare il colpo. Lascia la presa, sciogliendo quel contatto che mi teneva in vita, e riprende a camminare nella direzione opposta alla mia, verso Daniel, verso la sua vita senza di me.

La vedo allontanarsi e sento che se non faccio nulla ora, la perderò di nuovo tra la folla e i chilometri. La razionalità mi urla di lasciar perdere, ma il cuore è più veloce.

«Ti va di venire a cena con me?» le urlo quasi, mentre la distanza tra noi aumenta.

Erika si ferma. Si gira lentamente e mi lancia uno di quei sorrisi di sfida che mi hanno sempre fatto impazzire. Quegli occhi biondicci brillano sotto le luci del circuito. «Vedremo, Gasly,» risponde con una semplicità disarmante, prima di voltarsi di nuovo e continuare a camminare.

Resto lì, immobile, a guardarla sparire. Mi fa impazzire: così semplice, così misteriosa, a volte indecifrabile. So che è mia, lo sento in ogni fibra del mio essere, e so che in qualche modo troverà la strada per tornare. La amo, e quel "vedremo" mi dà più speranza di quanto dovrebbe. Maledetto orgoglio, il nostro e il suo... ma stasera, per la prima volta da mesi, sento che la partita non è ancora finita.

Qui per caso ||Pierre GaslyDove le storie prendono vita. Scoprilo ora