Desirée Anderson è seduta sul bordo del davanzale e guarda davanti a sé. La piccola sveglia luminosa sul comodino segna le otto e ventitré di sera. Tra poco i suoi genitori saranno a casa e non ha nessuna voglia di sentirli discutere come al solito. Per fortuna alle due deve vedersi con Cal, Dean ed Ezra, cosa che le permette di uscire di casa senza dover cenare con i suoi. Basta mentire e dire che Amy festeggia il compleanno e che ha invitato anche lei.
Il sole è ormai tramontato, per quanto lunghe siano le serate primaverili, ma continua a tingere di rosso il cielo e Desirée fissa uno dei tetti più alti di quelle squallide case, immaginando di elevarsi al di sopra di tutto. Scommette che anche i più grossi problemi debbano sembrare minuscoli da lassù.
-Gli uccelli non si rendono conto della loro fortuna- mormora tra sé e sé, stringendosi le gambe al petto
-è così brutto essere bloccata sulla terra.
Sente il rumore forte di una porta che viene sbattuta appena fuori dalla propria stanza. Eccoli, cazzo.
Salta dentro la camera scendendo dal davanzale e corre sul letto, prendendo un libro qualunque dalla sua scrivania. Pochi secondi dopo si apre la porta della stanza e la figura in controluce di sua madre le si para davanti.
-Tesoro, stai studiando?- Desirée lo nota subito, ha la voce stanca e la faccia stravolta.
Annuisce senza rispondere e senza alzare gli occhi dal libro. La verità è che lei non va a scuola da qualche giorno, ma né a sua madre né a nessun altro interessa. Nessuno ha tempo per lei.
-I bambini sono stati bravi?
-Bravissimi, ma', non li ho quasi sentiti tutto il pomeriggio. Denis ha mangiato e gli altri due hanno dormito.
-Grazie tesoro, ti chiamo per la cena.
Desirée annuisce di nuovo, per chiudere la conversazione, ma vede che sua madre indugia sulla soglia.
-Ecco... Vostro padre ha ripreso a bere.
-Lo so. Gli incontri non sono serviti a nulla.
-Non dire così, tesoro. È difficile e lui si sta impegnando.
-Quello non è mio padre, quello è tuo marito.
Riabbassa lo sguardo senza riuscire a sopportare quegli occhi rossi e tristi che la guardano e si concentra a leggere le parole senza senso scritte sulla pagina che ha aperto a caso. Non è difficile per niente, è sua madre a non essere in grado di farsi valere. Sarebbe semplicissimo smettere di dare a quell'uomo i soldi per comprarsi da bere, ma evidentemente un disoccupato con problemi di alcolismo sembra essere un marito valido.
-Ma', fammi finire di studiare.
La porta si chiude dolcemente, dalla camera accanto si sentono già le urla del neonato e le grida degli altri due fratelli. Si copre le orecchie con le mani. State zitti.
Ora l'orologio segna le nove e mezza. Desirée ha gaurdato dritto davanti a sé fino a quel momento. Ha paura di uscire, ha paura di incontrare suo padre. Si è accorta nel frattempo di tantissime crepe e macchie nel bianco dell'intonaco di cui non si era mai resa conto. Ha anche accostato la mano alla parete per stabilire quanta differenza c'è tra il colore del muro e la sua pelle scura, quasi nera. La conclusione è stata che il distacco è enorme.
È sempre stata fiera del colore della sua pelle, sia perché la rende diversa dalle persone che odia, come alcune ragazze della sua classe, sia perché sente che le stia bene, le si addice. Odia altre carattische del suo corpo, come il naso schiacciato, che le rende sgraziato il viso, o i capelli troppo difficili da pettinare per una madre bianca dai capelli lisci e sottili, che le ricordano le lacrime dell'infanzia davanti al rasoio elettrico.
Ora la casa sembra immersa nel silenzio. I bambini dormono, evidentemente. Scende dal letto e va silenziosamente in cucina, per vedere se c'è qualcosa da mangiare.
-Da quando neanche mi saluti, passandomi davanti?- La voce sctrascicata che proviene dalle sue spalle la fa sussultare e la costringe a voltarsi. L'uomo davanti a lei ora è suo padre. O quello che ne rimane.
-Da quando torni a casa ubriaco dopo essere uscito con mamma.
Gli occhi di suo padre si stringono come fessure.
-Non sei tenuta giudicare il mio comportamento.
Desirée alza le spalle in risposta.
-Non sono neanche tenuta a portarti rispetto se tu non lo porti verso nessuno in questa famiglia.
-Non parlarmi così, ragazzina.- L'uomo alza la voce e fa un passo verso di lei.
L'odore di alcool è nauseante. Desirée si allontana, ma lui la ferma prendendole un braccio.
-Stupida negra, è solo grazie a Michelle se ora sei qui. Io non ti ho mai voluta.- È un sussurro, ma abbastanza forte da farle sentire ogni singola parola.
Strattona il braccio e corre in cucina, fruga in ogni cassetto finché, sotto le stoviglie, non trova le schede da gioco che aveva nascosto e se le infila nei pantaloni.
Il tavolo è vuoto, nonostante la promessa di una cena.
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𝐀𝐏𝐎𝐋𝐎𝐆𝐈𝐀 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐂𝐀𝐔𝐒𝐄 𝐏𝐄𝐑𝐒𝐄
Teen Fiction𝑳𝑨 𝑽𝑨𝑵𝑰𝑻𝑨' 𝑫𝑬𝑳𝑳'𝑬𝑺𝑰𝑺𝑻𝑬𝑵𝒁𝑨 | 𝑪𝑶𝑴𝑷𝑳𝑬𝑻𝑨 Anno 2003, Baltimore, Stati Uniti. Dove le vite di Dean Reed, Desirée Anderson ed Ezra Meyer si incrociano, uniti dal destino. Abbandonati dalla società, lasciati a loro stessi e a vi...
