Peter socchiuse gli occhi. Un dolore atroce partiva dal suo petto e si propagava in ogni parte del suo corpo. Sentiva le sue interiora contorcersi, i suoi occhi scoppiare nelle sue orbite, il suo cervello sciogliersi come ghiaccio al sole e quel che restava del suo cuore uscirgli fuori dal petto. Sentiva un urlo in lontananza, ma non riusciva a ricondurlo a nessuno. Il dolore era straziante e ciò che lo infastidiva forse ancor di più era quel rumore tanto assordante da far scoppiare i timpani. Avrebbe tanto voluto portarsi le mani alle orecchie per smettere di ascoltare, ma c'era qualcosa che non andava. C'era qualcosa che non andava nel suo corpo. Non c'erano mani da alzare e non c'erano orecchie da coprire. Non c'era più nulla di lui, nemmeno resti. Non era altro che una massa informe nella materia.
Non aveva alcun senso, il dolore persisteva eppure non aveva alcun punto al quale collocarlo. Lo sentiva ovunque, e allo stesso tempo da nessuna parte. Avrebbe tanto voluto capire per quale motivo si trovasse in quella situazione, perché non riuscisse a ricordare nulla. Più si sforzava più si sentiva lontano dalle funzioni cognitive del suo cervello, e più una miriade di ostacoli gli impedivano di accedere alla sua memoria, ai suoi poteri. Si, lui aveva i poteri, questo lo sapeva bene. Ricordava il sangue, l'odio, la soddisfazione, la solitudine, la morte. Ricordava le urla, il rancore e il dolore. Ma nessuna di queste cose era in grado di rendere le immagini nitide, di completare il puzzle.
Peter si lasciò abbandonare a quell'oblio e smise per un istante di vivere, qualunque cosa significasse.
Un vortice di colori, un arcobaleno, un orologio a pendolo.
Una luce bianca lo accecava. Sospirò e si portò istantaneamente una mano al petto. Ora ricordava. Ricordava che Undici sarebbe dovuta morire, e invece lo aveva schiantato contro lo specchio. Eppure non c'era traccia di lei, e nemmeno dei corpi. Era diverso da come lo aveva lasciato, ma in qualche modo era anche più macabro, come se una tempesta nel tempo avesse lasciato i segnali del suo passaggio. Le luci erano più buie rispetto a come le ricordava, ed erano sul punto di fulminarsi. Non c'era alcuna traccia di sangue, ma sembrava che il posto fosse più vecchio di una decina d'anni.
Si trovava disteso per terra, ansimante e dolorante. Gemette quando si rialzò, tenendosi la testa con una mano. Quando si voltò qualcosa di strano lo colpì. Lo specchio era intatto, e il suo riflesso era perfettamente in ordine. Si guardò d'istinto le mani, imbrattate di sangue. Guardò nuovamente verso lo specchio. Nel suo riflesso non c'era alcuna traccia di sangue. L'unico dettaglio strano era un taglio sul volto, che partiva dall'orecchio sinistro al mento. Si accarezzò la guancia; niente, nessun taglio. Corrugò le sopracciglia, confuso. Era sicuro che Undici lo avesse ucciso, aveva giurato di aver sentito un vortice aprirsi nella sua schiena, eppure era lì. Ora non serviva altro che scoprire dove fosse lì.
Un orologio iniziò a suonare. Dei passi in lontananza si facevano sempre più vicini. Peter si voltò di scatto, verso la porta distrutta. Aveva ancora i suoi poteri, e qualunque posto fosse quello, lui era invincibile.
«Corri, presto!» una ragazza gli corse incontro. Era bella come la morte. Aveva dei lunghi capelli scuri e gli occhi color nocciola. Era colma di sangue e sembrava ferita gravemente.
«Che cosa significa?» chiese lui, afferrandola per la braccia evitando che cadesse per terra, sfinita. La giovane ansimò, faticando nel prendere fiato.
«Non c'è tempo per spiegare, corri» le parole le uscirono fuori come un sussurro, e svenne. Peter non seppe cosa fare, era più confuso che mai. Si chinò per terra, lasciandola cadere delicatamente sul pavimento. Era troppo curioso per restare lì ad attendere, e di certo scappare non era da lui. Scavalcò il corpo inerme della ragazza ed attraversò la stanza, tanto familiare quanto sconosciuta. Le mura color arcobaleno erano tutte graffiate, la pittura era scrostata e c'erano tante scritte sparse. La maggior parte di queste citava "Errore non confermato", ripetuto uno svariato numero di volte. Il tetto era invece pieno di muffa e ragnatele. Ora che ci faceva caso l'odore in quel luogo era pesante, sapeva di morte e di vecchio, forse peggiore di come era convinto di averlo lasciato. Attraversò la soglia della porta arrugginita, ritrovandosi nel corridoio. Quello era sempre uguale, ma questa volta sembrava molto più lungo e più stretto, con molte più direzioni, quasi come un labirinto. Udì dei passi in lontananza, qualcuno stava correndo... no, no, qualcuno stava strisciando. Continuava a camminare senza battere ciglio. Non era spaventato, ma eccitato. Voleva vedere che cosa fosse quella cosa da cui stava scappando la ragazza, voleva vedere la sua grandezza. Ogni passo che faceva i rumori si facevano più vicini. Uno strido metallico e rumori di piatti rotti. Qualcuno in fondo al corridoio stava urlando. Erano urla strazianti, di dolore. Peter ghignò; in qualunque luogo fosse finito per mano di quella bambina lui sarebbe riuscito a domarlo. Alla fine forse non sarebbe stato niente male, forse sarebbe stato finalmente libero. Ad un certo punto uno strano fumo riempì l'aria rendendo la zona ancora più buia. Senza alcuna luce o punto di riferimento sembrava di essere persi all'interno di un abisso. Alzò il colletto della camicia per coprirsi naso e bocca, cercando di respirare attraverso la stoffa. Aver vissuto tutto quel tempo in un laboratorio del genere gli aveva conferito la possibilità di saper distinguere fumi tossici da fumi normali. Lo aveva capito bene ormai, quella che stava incombendo era una nube tossica. La sentiva perforargli la pelle, penetrare in ogni fessura del suo corpo e scavargli gli occhi. Respirare attraverso il tessuto imbrattato di sangue sembrava il paradiso in confronto al cattivo odore che c'era in quel corridoio. Più avanzava più addentrava in quella nube. Sembrava quasi che frammenti di cenere fluttuassero nell'aria compromessa, e sembrava quasi che quel fumo avesse una consistenza. Tossì, era difficile camminare ora. Respirare era doloroso, ma anche tenere gli occhi aperti. Era come se qualcosa stesse bruciando, e così anche lui. L'ambiente era talmente buio che sbatté contro qualcosa di viscido. Si tirò subito indietro, inorridito, ma inciampò. Era come se per terra vi fossero delle corde molli... no, delle radici sporche, anche loro viscide. Prese a tastare il pavimento, alla ricerca di un appiglio sulle mura a cui aggrapparsi per rialzarsi. Per sua fortuna le radici continuavano anche sulle mura e sul soffitto, ricoprendo tutto il corridoio. Divennero loro i suoi punti di riferimento. Si aggrappò presto ad una delle corde sulle pareti, camminando strisciando sul muro. Ogni tanto tastava qualcosa di strano, da un fetore allucinante, ma continuava a camminare, a rigare dritto, senza esitare un solo istante. Tossì nuovamente, ma questa volta uno strano liquido uscì dalla sua bocca. Non era sangue, conosceva bene il sapore del sangue, e anche la sua consistenza. Questo invece era appiccicoso, come della gelatina congelata, e sapeva di marcio. Il sapore era terribile, e al sentirlo premere sulla sua lingua l'unica immagine che gli venne in mente fu quella di spazzatura bruciata. Un conato di vomito lo rese instabile, facendogli lasciare la presa. Cadde, ma questa volta il pavimento sotto i suoi piedi cedette; stava precipitando. La nube tossica si faceva sempre più consistente, e man mano che cadeva in quello strano abisso la sentiva toccarlo, come se avesse forma. Si dimenò nel vuoto, con affannò. Che diavolo aveva fatto quella bambina? Quello non era il laboratorio di Hawkings, o almeno non era quello che conosceva lui. Prese un gran respiro e cadde su una strana massa. La nube si era solidificata. Udì dei passi in lontananza e lo stridore di un gesso su una lavagna. Strinse gli occhi infastidito, ma subito si alzò. Cercò di concentrarsi, di affinare la sua mente. Quello era il suo momento. Si fece avanti, camminando incontro a quella strana figura che stava emergendo dall'ombra. Tutto ad un tratto delle luci rosse si illuminarono sotto la piattaforma. Il cielo era scuro, illuminato da fulmini e saette rosse e viola, e sembrava di essere su una nuvola di ferro. I suoi passi echeggiavano nel vuoti, e insieme ai suoi quelli del curioso individuo che stava procedendo verso la sua direzione.
«Benvenuto, progetto numero Uno.» una voce beffarda ed insolente sembrava risuonasse da ogni parte. Il volto dell'interlocutore era nascosto dall'ombra. Stava indossando una camicia e un pantalone bianco, proprio come Peter, ma a differenza sua non c'era alcuna traccia di sangue o di sporco. Giocherellava con le mani con qualcosa nelle tasche dei suoi pantaloni. Continuò ad avanzare fino ad un certo punto, dove il suo viso era ancora nascosto.
«Ti ringrazio» Peter avanzò a sua volta, senza battere ciglio. Era impassibile, e non temeva nulla. Secondo lui erano gli altri a doverlo temere. Si fermò a circa un metro di distanza dall'uomo dal volto coperto, e attese. Manteneva lo sguardo fisso sul punto in cui era sicuro ci fossero gli occhi pungenti dell'individuo. Quest'ultimo sussurrò qualcosa di serpentesco, e alla sua destra e presto anche alla sua sinistra apparvero due strane figure ricurve, martoriate. L'ombra le aveva scoperte, le aveva lasciate alla visibilità della luce. La figura sulla destra non aveva né occhi né bocca, sembrava sospendersi nel vuoto. Era gobba, con delle ali da pipistrello. I capelli erano lunghi fino al pavimento e non aveva le gambe, che sembravano essere state amputate all'altezza delle ginocchia. La figura sulla sinistra era più ripugnante. Non mancava di arti, ma ne aveva qualcuno in più. Quattro braccia, tre gambe. Il viso era fatto solo di occhi, tanti occhi sparsi su ogni punto del suo volto. Niente naso e niente bocca. Il suo corpo era nudo e colmo di protuberanze. Guardarla metteva ribrezzo. Peter si concentrò subito verso l'individuo, e quando questi diede l'ordine di attaccarlo lui non esitò. Staccò il collo ad entrambe. Ghignò, ma aveva cantato vittoria troppo presto. L'essere sulla sinistra aveva fatto crescere sul suo corpo altre braccia e un'altra testa, mentre quello sulla destra aveva iniziando a fluttuare oscurando la visuale con uno strano fumo verdastro. Peter reagì subito, uccidendole, ma ancora una volta si rigenerano più forti, aggredendolo ancora prima che potesse combattere.
«Basta così» gli esseri si allontanarono subito, ritraendosi nell'ombra. Peter si alzò, premendo il fianco ferito con una mano. «È arrivato il momento di iniziare, Uno» l'individuo avanzò, mostrando il viso. Capelli biondi, occhi cristallini, viso scavato, occhiaie. Ghignò. Era sé stesso.
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Under 001 - Stranger Things
FanfictionCome sarebbero le cose se nel momento in cui Undici creò il sottosopra fosse nato un distaccamento temporale parallelo? Una parte di 001 resterà intrappolata in un tempo diverso, dove nel quale riesce ad evitare la sua sorte maledetta, ritrovandosi...
