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24 - Sincronismo

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L'oscurità che precedentemente era protagonista delle visioni fu sostituita da una luce ardente che illuminava un paesaggio verde e azzurro. Sembrava che il prato si fondesse con il cielo all'orizzonte, come un mare di foglie e fiori. Era strano, il laboratorio non aveva un giardino come quello, ed ovunque si posasse l'occhio era impossibile distinguere un punto da un altro. Era tutto uguale. Una grande distesa di verde e un cielo azzurro e spento. Nient'altro.
Tammy si guardò intorno, non riusciva a capire dove si trovasse. Pochi minuti prima era in quella stanza del laboratorio gremita di personale medico intento a studiarla, eppure in quel momento si trovava da tutt'altra parte, da sola. Prese un respiro profondo e socchiuse gli occhi, per poi riaprirli subito dopo. Tutto uguale.
«Sei stata tu» un sussurro proveniente da dietro di lei la fece sussultare. Poteva giurare di non aver visto niente e nessuno pochi secondi prima, eppure in quel momento c'era un grande melo e Peter appoggiato al suo tronco. Manteneva lo sguardo basso e le braccia incrociate. Non era da lui.
«Sono stata io a fare cosa?» chiese, riluttante. Era infastidita dalla sua presenza, ma in un certo senso anche rassicurata. Nonostante avesse capito bene una volta per tutte che Peter era tutt'altro che dalla parte dei buoni una piccola porzione di sé si sentiva ancora affezionata a quella figura. Era tossico, ma non poteva farci niente.
Peter si spinse in avanti con il piede che era appoggiato all'albero, passandosi le mani sulla camicia in modo da sistemarla. Quando alzò lo sguardo i suoi occhi la squadrarono dall'alto al basso. Sbuffò, accennano un sorriso beffardo, per poi avvicinarsi lentamente verso di lei.
«Spedirci qui dentro» i suoi occhi erano iniettati di sangue e il suo sguardo pullulava di odio e disprezzo. Tammy ricambiò lo sguardo, infastidita. Dopo tutto quello che le aveva fatto non aveva il diritto di guardarla come se fosse lei ad avere un problema.
Prese un respiro profondo, cercando di rilassarsi, e parlò.
«Basta con i giochetti. Cos'è questo posto?» Tremò, si sentiva ancora intimidita da lui, ma cercò di non darlo a vedere. Riusciva a capire quanto lo soddisfacesse.
Peter ghignò, avvicinandosi ancora di più a lei fino a ridurre quasi al minimo la distanza tra i loro corpi.
«È il collegamento tra le nostre menti. Hai creato una stanza di sincronismo. Sei più forte di quanto credevo» ghignò, allungando una mano verso i capelli di lei. Fece per arricciare una ciocca tra le sue dita, ma la giovane la spinse via con uno schiaffo. Peter inclinò leggermente il viso verso destra, afferrandole il polso. Era terrificante. «Sei anche cambiata» i suoi occhi erano dilatati, fissi dentro quelli di lei.
«Sei stato tu a cambiarmi» gemette lei stringendo i denti. Anche i suoi occhi erano fissi in quelli di lui, e nessuno dei due osava distogliere lo sguardo. Fuoco e fiamme ardevano nei petti di entrambi, pronte ad uscire e a distruggere tutto ciò che avrebbe ostacolato il loro cammino.
«Guarda un po'» strinse ancora di più la presa, soffiandole sulle labbra «E pensare che volevi cambiarmi tu» una risata crudele echeggiò nell'ambiente, quasi come se si trovassero in un luogo chiuso. «Come si dice? Ah, sì, volevi aggiustarmi» la sua voce era roca e il suo respiro caldo e pesante sul viso di lei. La giovane sussultò sentendo il veleno di lui accoltellarla. Bastava un solo sguardo, un solo sguardo e la prendeva, ed era sua.
«Non si possono aggiustare le persone» i suoi occhi si riempirono di lacrime, ma non ne versò nemmeno una, lui non se le meritava. Deglutì, sentendo il corpo di lui schiacciato contro il suo. Il giovane avvicinò le labbra a quelle di lei, pressandole dolcemente mentre continuava a tenere salda la presa al polso arrossato e dolorante. Ormai stava addirittura iniziando a sopportarlo. Non gli avrebbe lasciato il piacere di nutrirsi del suo dolore. Era questo quello che faceva, no? Lasciò una scia di baci sulla sua guancia, fino ad arrivare al suo orecchio. Tammy rabbrividì sentendo il suo respiro sul suo collo. Delle strane sensazioni la invasero, era completamente sotto il suo controllo.
«Mmh... Lo hai capito troppo tardi, vero?» sussurrò, facendole venire i brividi. Centinaia di emozioni scossero la sua mente e il suo corpo, facendola sussultare. «Nessuno può aiutarmi, nemmeno tu» fece scivolare la mano libera lungo la schiena di lei, sfiorandola con le dita. Più scendeva, più il suo tocco veniva accompagnato da fremiti e il respiro diventava instabile. Quando arrivò sulla parte bassa della schiena si fermò, avvolgendola dolcemente,  per poi afferrarle con forza un fianco. La giovane gemette al contatto, sentendosi spinta ancora di più contro il suo corpo anelante. Deglutì, provando difficoltà a mantenere il contatto visivo con quegli occhi di ghiaccio. Più li guardava, più si sentiva sciupata.
«Non sei l'unico a non poter essere aiutato» cercò di spingerlo via, dimenandosi.
Peter lasciò andare il suo polso, afferrandola per il collo. Non era una presa forte, ma dolce. Con il pollice e il medio posizionati alle estremità della sua mandibola le spinse il viso in sù, stringendo il collo con il palmo della mano in modo che continuasse a guardarlo. I suoi occhi scrutavano lentamente ogni dettaglio del viso di lei, scendendo dalle iridi scure alle labbra gonfie e arrossate.
«Temo che le persone come noi siano fatte per morire sole» il suo sguardo bruciava in tutta la sua freddezza e apatia.
Tammy scosse leggermente la testa a destra e a sinistra, per quanto le venisse possibile, per poi curvare le sopracciglia.
«Oh, no, Peter, ti sbagli. Tu morirai solo. Io non sono come te» si morse un labbro. Non sapeva cosa le avrebbe fatto, ma non le importava. Il giovane sorrise, per poi lasciarla andare. Non disse una parola, ma continuava a fissarla impassibile.
I suoi lineamenti erano messi in risalto dall'espressione cupa che si era formata sul suo volto, accentuata dalle vene gonfie e pulsanti sul collo e gli occhi intrisi di sangue.
Le accarezzò la guancia con le nocche, scendendo lentamente verso il petto. Sfiorò la pelle scoperta appena sopra lo scollo della tuta, per poi ritrarre la mano e allontanarsi. Indietreggiò senza distogliere per un solo secondo lo sguardo da lei.
Non riusciva a capire per quale motivo si sentisse così contrariato, perché si sentisse arrabbiato con se stesso per averla trattata in quel modo. Non doveva importargliene nulla, eppure in quel momento era lì a parlare con lei, a preoccuparsi di cosa pensasse di lui ora che era così vicina a vedere com'era realmente.
Tammy si sentì mancare l'aria, un nodo alla gola che si faceva sempre più stretto e un peso al petto che diventava sempre più insopportabile le impedivano di vederci chiaramente. Ancora una volta sentì quelle campanelle d'allarme che avrebbe dovuto assecondare dal primo momento. Deglutì, chiudendo gli occhi. Le catene che li legavano si facevano sempre più pesanti; li avrebbero portati a fondo, lo sapeva bene.
Inspirò, cercando di rilassarsi, per poi aprire gli occhi. I capelli biondi di lui erano sparsi sul suo viso, tutto ad un tratto c'era vento. Lo sentiva sulla sua pelle come carezze.
«Ho bisogno che tu mi dica la verità» tutta la rabbia che aveva provato fino a quel momento era stata sostituita da un irrevocabile senso si tristezza. Si sentiva completamente smarrita, come se un cratere si fosse aperto sotto ai suoi piedi e l'avesse fatta crollare. Stava ancora precipitando, e nonostante sapesse molto bene che avrebbe presto toccato dolorosamente il fondo, non era pronta.
Peter alzò lo sopracciglia, sbuffando con aria irrisoria.
«È lunga» infilò le mani nelle tasche dei pantaloni, portando il bacino in avanti. La sua testa era inclinata verso sinistra ed aveva assunto un aspetto più inquietante del solito. Nonostante ciò era impossibile non trovarlo bello.
«Abbiamo tempo, no?» chiese lei. Alla fine non sapevano quanto sarebbero rimasti in quel posto, né ovviamente come ci fossero arrivati. Per quanto Tammy necessitasse delle risposte anche su quello, aveva bisogno di sapere la verità, di conoscere la storia che si celava dietro il bel viso di Peter. Una parte di sé sperava ancora che non si fosse preso gioco di lei, che avesse interpretato male le sue parole e avesse frainteso le sue intenzioni, che fosse dalla sua parte. Un'altra parte invece lo aveva sempre saputo, ma era aveva recitato talmente tanto la parte del burattino che non era stata più in grado di pensare con la sua stessa mente. Dopotutto, non si riconosceva più neanche lei. Era tutto frutto di Peter, e lei non era altro che la sua piccola creazione.
«La verità è che non sapresti mai se ti sto mentendo o meno. La vita è così, fattene una ragione. Cosa ti dice che ti dirò la verità questa volta? Cosa ti dice che io non stia mentendo adesso e ti stia solo assecondando con questa farsa?» fece un passo avanti verso di lei, per poi fermarsi. Era stanco, era stanco di combattere con se stesso. Odiava che lei ne fosse la causa.
La giovane deglutì, sentendo il nodo alla gola farsi sempre più stretto. Aveva ragione, non avrebbe mai avuto le certezze di cui aveva bisogno, e la sua ansia stava aumentando più del solito. Si trovava nella peggiore delle situazioni, ma cosa poteva farci? Era completamente fottuta, e ormai non era altro che una ragazza morta, prima dentro, e presto anche fuori.
«Lo hai detto tu stesso, è la vita» una lacrima le bagnò la guancia, scivolando sul suo collo. «È una tua decisione, io non posso farci niente» si asciugò gli occhi con i polsini, tirando su il naso. Odiava sentirsi così debole, ma non poteva impedirlo. Peter era tutto ciò che aveva, e tutto ciò che non avrebbe mai potuto avere.
Lui prese un respiro profondo, per poi avvicinarsi a lei. Le afferrò il mento con il pollice e l'indice, alzandole il viso verso l'alto in modo che i loro occhi si incontrassero e fondessero in un vortice di colori. Un sorriso si fece largo sul suo volto, e i suoi occhi vitrei si illuminarono. Avvicinò le labbra alla sua fronte, lasciandole un bacio umido, per poi alzare la mano sulle sua guancia bagnata dandole una carezza paterna. Sembrava completamente un'altra persona.
«Ti dirò tutto ciò che vuoi sentire» le strinse dolcemente la guancia e le sorrise.

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