Passarono i giorni, e nessuno di questi differiva da quello precedente. Ogni giornata era un agglomerato di ore indistinguibili, segnate solo dal passaggio da una stanza all'altra; dalla numero 27 alla stanza degli arcobaleni. Un via vai infinito, il tempo di una singola giornata terminava solo quando arrivava il momento degli studi psicofisici in un'altra stanza di controllo, dove Tammy veniva collegata da medici e inservienti a dei dispositivi che monitoravano la sua frequenza cardiaca facendole scrivere, leggere o ascoltare esperienze "stimolanti", ma si trattava di non altro che di traumi altrui. Dal giorno in cui il progetto numero Uno l'aveva immersa nella vasca non lo aveva più rivisto se non di sfuggita o nei suoi sogni. Sapeva bene che pensare a lui era solamente la conseguenza di un trauma, un incubo, ma con il tempo iniziava a temere di non avere più il controllo della sua mente e delle sue stesse emozioni. Fu come se da quel giorno fossero nate due versioni di sé stessa, l'una in contrasto con l'altra, specialmente circa i sentimenti per quel ragazzo. Ciò che Tammy credeva di provare era risentimento accompagnato da odio, emozioni che allo stesso tempo era sicura di poter gestire, manipolare a suo piacimento e valutare solo dopo aver osservato molto bene come comportarsi. L'altra parte, quella che Tammy sentiva estranea ma nonostante ciò sentiva crescere dentro di lei come un parassita, si fidava di lui, e si sentiva addirittura protetta dalla sua figura, come se non considerasse che era stato proprio lui a farle del male. Sentiva di star perdendo il senno, ma cercava di restare il più vigile possibile, per valutare le mosse. Se ne sarebbe andata da lì, niente l'avrebbe fermata, nemmeno quell'obsoleta nuova versione di sé.
Peter nel mentre faceva di tutto pur di giocare bene le sue carte, ed era parzialmente convinto che la nuova arrivata stesse giocando al suo gioco, secondo le sue regole. Le cose stavano andando per il verso giusto; gli esperimenti proseguivano bene e che lei si fidasse o meno non gli sarebbe importato fino al momento in cui non avrebbe iniziato a rendere le cose difficili. Continuando così avrebbe forse riacquisito tutti i suoi poteri molto presto. Durante l'esperimento nella vasca, dove l'aveva mandata in quella strana dimensione in cui si era ritrovato per pochi minuti prima di venire spedito lì, era riuscito a vedere, a sentire lo spazio a sé circostante. Aveva visto i suoi poteri ed aveva cercato di afferrarli, ma questi gli erano scivolati tra le dita lasciandolo debole e da solo. Gli serviva ancora del tempo, e principalmente gli serviva studiare i metodi. Non voleva continuare i suoi esperimenti sulla nuova arrivata proprio per questo motivo. Finché non avrebbe scoperto un modo preciso per riuscire nei suoi intenti non avrebbe avuto alcun senso forzare gli studi, finendo per perdere tutto. Lo aveva imparato dalle esperienze precedenti; allora nessuno degli esperimenti era sopravvissuto, nessuno tranne i cinque ragazzi: il numero 8, il 15, il 19, il 23 e il 24. Loro non avevano nulla a che vedere con gli esperimenti di Brenner. Quando era giunto in quel nuovo posto non c'era alcuna traccia dei ragazzi, e pensò che avesse senso dopo tutto quello che era successo... eppure sembrava non ci fossero mai stati. E a dire il vero non c'era nemmeno traccia di Brenner. Aveva quindi iniziato degli esperimenti casuali, prendendo ragazzini a caso per tutta l'Indiana, ma nessuno di loro riusciva a sopravvivere, nessuno di loro era speciale. Più tempo sprecava più i suoi poteri si facevano deboli, fino a scomparire del tutto. Il numero 8 era il primo ad essere riuscito, ma aveva deciso subito di proseguire con altri studi su altri soggetti, e così avrebbe continuato fino a quel momento. Doveva trovare il soggetto giusto, quello che avrebbe reagito positivamente al DTH, la strana sostanza che si era sviluppata nel suo corpo una volta attraversato il distaccamento temporale. Continuò a cercare fino a quell'estate. Era riuscito a sfruttare i poteri, seppur deboli e poco sviluppati, del numero 15 per trovare un soggetto veramente speciale. Fino a quel momento non era riuscito a trovare nessuno con quei requisiti, ma grazie all'aiuto dei poteri sviluppati dai ragazzini le cui madri ebbero subito traumi da droghe psichedeliche riuscì a vedere oltre. Fu quello il modo in cui 15 perse la vista, per vedere Tammy. Quando la percepì non riuscì a trovare nessuna prova, ma Peter lo trovò comunque un segno degno di tentativo. Quando andò a quella stupida festa e la trovò in disparte pensò subito di volerla avere tra i suoi giocattoli. Confidava davvero che lei potesse ridargli i suoi poteri, ma nel mentre non gli sarebbe dispiaciuto ritrovarsela sotto il suo controllo come sua paziente e sottomessa. Era un bella ragazza, e presto scoprì che aveva una personalità molto curiosa. Nonostante ciò, dopo lo studio nella vasca di deprivazione sensoriale, non la volle più vedere. Non seppe il motivo preciso, ma una parte di sé volle avere più pazienza.
«Mi scusi signor Ballard» un uomo basso e tarchiato si fermò tremante sul ciglio della porta, seguito da un'infermiera che non osava alzare lo sguardo dal pavimento. Era il medico, non molto degno della recita, ma un buon dottore. Peter fece un segno con la testa, intimandogli di parlare e farla finita. L'uomo annuì e si rivolse all'infermiera, che alzò finalmente lo sguardo impallidendo. Sembrava proprio che non riuscisse a sostenere lo sguardo di Peter senza tremare di paura. «La signorina Millicent ha individuato dei nuovi elementi sugli studi effettuati sulla nuova arrivata» disse, sospirando con sollievo per aver passato la palla a qualcun altro. La donnina gli lanciò uno sguardo per metà arrabbiato e per metà preoccupato, ma poi prese un respiro profondo e iniziò a parlare, rivolgendo il suo sguardo verso il viso del bel ragazzo.
«La paziente numero 27 non ha mostrato risultati soddisfacenti nelle ultime prove e abbiamo notato uno sforzo minimo nelle sue capacità cognitive forzate, perciò...» ma si fermò subito quando il ragazzo curvò le sopracciglia, inclinando lentamente la testa verso sinistra, bruciandola con quel suo sguardo di fuoco.
«Quindi vuol dire che è inutile» disse. I suoi occhi si erano fatti più grandi e mostrava una strana espressione delusa ma contemporaneamente impassibile. L'infermiera iniziò a tremare, senza rispondere.
«Peter... non diciamo che sia inutile, ma che gli esperimenti non hanno dato i risultati che chiedevi» intervenne il medico, cercando di calmare le acque. Peter si voltò di fretta verso di lui, tirandogli mille coltellate con il solo sguardo. Il giovane sospirò, dilatando le narici, poi rise. Il medico sorrise nervoso e anche l'infermiera fece lo stesso, sperando che la conversazione potesse finire al più presto. Peter rise e rise, e in un lasso di tempo quasi inesistente corse verso l'uomo tarchiato, tirandolo su per il colletto della camicia e sbattendolo tanto di forza contro il muro che questo iniziò a buttare giù pezzetti di intonaco. L'uomo ansimò, mentre il suo viso si tingeva di rosso per la mancanza di ossigeno.
«Fa molto più ridere ora» gli occhi del ragazzo erano iniettati di sangue ed erano più grandi che mai, spalancati e umidi senza nemmeno avere il bisogno di sbattere le palpebre. «Che ne dici? Fa molto ridere» con una risata maniacale si rivolse verso la donna accovacciata per terra. L'infermiera indietreggiò gattonando, cacciando un urlo, riprendendo a tremare guardando il povero uomo sollevato dal pavimento asfissiante mentre si dimenava con tutte le forze alla presa possente dell'uomo vestito di bianco. Peter strinse ancora la presa, sollevandolo un altro po'. Sul suo viso era ancora presente quel sorriso maniacale che contornava perfettamente i suoi occhi rossi, donandogli un'aspetto demoniaco. Lasciò andare la presa e quando il medico cadde di peso per terra strisciò lontano da Peter, in direzione dell'infermiera che guardava la scena sconvolta. Il ragazzo si passò le mani sulla camicia, lisciandola, per poi sistemarsi i capelli all'indietro. «Prenderò provvedimenti per la numero 27. Questo laboratorio non ha bisogno di pesi morti.»
Tammy nel mentre stava passando la sua solita ora pomeridiana nella stanza degli arcobaleni. Non parlava mai, restava sempre seduta nel solito posto, una sedia gialla in un angolo distante dalla porta, a fissare il pavimento. Pensava, pensava a quello che le stavano facendo, alla sua famiglia e ai suoi amici, alla scuola, al suo corpo martoriato e alla sua testa distrutta. Pensava a come fuggire, se mai fosse successo. Pensava e pensava, non faceva altro. A stento parlava e si rifiutava di mangiare. Inutile dire che la notte non riuscisse a dormire; ogni volta che chiudeva gli occhi viveva sempre gli stessi incubi, anche da sveglia. Sospirò, massaggiandosi le tempie per via del forte mal di testa che la perseguitava da un paio di giorni. Quando alzò lo sguardo notò qualcosa di strano, qualcosa che non era mai successo fino a quel giorno. I due ragazzi più grandi, il numero 8 e il numero 15 si stavano avvicinando a lei, intenti a parlarle. La cosa la sconvolse in quanto si erano addirittura rifiutati di incrociare il suo sguardo dal momento in cui aveva messo piene in quella stanza il primo giorno. Il ragazzo più alto, che sembrava avere all'incirca diciassette anni, aveva gli occhi scuri quasi quanto la pelle e sembrava ben muscoloso, a differenza degli altri che invece sembrava che a malapena mangiassero, un po' come stava facendo lei. Il ragazzo si fermò proprio davanti al piccolo tavolo, sedendosi sulla sedia verde, quella di fronte a Tammy. Aveva il numero 008 tatuato sul polso.
«Ti chiami Tammy» disse. Sembrava un'affermazione più che una domanda, come una frase detta tra sé e sé, ripetuta ad alta voce come una conferma. La ragazza inarcò le sopracciglia, curiosa. Non poté che notare che tutti avevano i capelli rasati, mentre lei no. Lei aveva ancora i suoi bei capelli castani, mossi e lunghi sino all'altezza delle spalle, che contornavano il suo viso tondo con la frangetta a tendina. Ci teneva molto, le piacevano. Li aveva fatti tagliare in quel modo da poco, per somigliare ad una delle classiche ragazze copertina. Ultimamente quel taglio andava molto di voga, e doveva dire che sembrava fatto apposta per lei. Si chiese quanto tempo sarebbe passato fino a quando non le avrebbero tagliato anche i suoi. «Dobbiamo parlare» si guardò intorno, facendo poi segno al ragazzo cieco. Il numero 15 annuì, e si toccò gli occhi. Dopo qualche secondo si staccarono le luci e restarono completamente al buio. Avevano smesso di funzionare anche le telecamere. «È urgente»
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Under 001 - Stranger Things
FanfictionCome sarebbero le cose se nel momento in cui Undici creò il sottosopra fosse nato un distaccamento temporale parallelo? Una parte di 001 resterà intrappolata in un tempo diverso, dove nel quale riesce ad evitare la sua sorte maledetta, ritrovandosi...
