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22 - Henry Creel

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Non si nasce con il male dentro, o forse si?
La risposta a questa domanda sta all'interno di ognuno di noi, perché ognuno di noi ha l'oscurità dentro di sé, nascosta tra le braccia di quella cosiddetta luce da cui ci lasciamo guidare.
Si, nasciamo con il male dentro, ma non sempre riusciamo a liberarlo.
Perché si tratta di libertà, di scelta, di individualità. Abbiamo sin da subito la convinzione di avere la possibilità di scegliere se liberare quell'oscurità e diventare finalmente noi stessi o se lasciarla a marcire là dentro, tra le grinfie di qualcosa che ci controlla, che ci tiene al guinzaglio. Capiamo di non essere liberi solo quando quell'oscurità riesce a liberarsi per attraversare un singolo spiraglio di luce.
Viviamo in una trappola dal momento in cui nasciamo, ma solo in un momento della nostra vita abbiamo l'opportunità di scegliere per davvero, di capire per davvero che non siamo altro che servi di un mondo che ci fa credere di esserne padroni.
Perciò si, si nasce con il male dentro. Sta poi alle nostre capacità decidere se liberarlo.

Henry Creel lo fece, liberò il suo male, liberò se stesso da quelle catene che prendono il nome di società. Henry visse quell'opportunità all'età di 12 anni, quando un'oscura presenza bussò alla porta della sua coscienza.
Riuscì ad aprire gli occhi e a scoprire quanto oscure fossero le persone, quanto malvagie fossero le loro intenzioni. Lui voleva semplicemente cambiarle, voleva semplicemente rendere tutti liberi.
I suoi genitori volevano apparire la famiglia perfetta a tutti i costi, ma non lo erano. Erano tormentati, tossici. Henry vedeva i pensieri di sua madre attraverso i suoi occhi stanchi. Non riusciva a sopportare un solo giorno in più in quella casa, e lui non riusciva a rivivere tutto un'altra volta. Vedeva il riflesso di suo padre, un uomo insoddisfatto della propria vita ma fin troppo orgoglioso da ammetterlo, fin troppo cieco da vedere la sofferenza di sua moglie, dei suoi stessi figli. Più il tempo passava più diventavano tutti dei burattini, degli schiavi. Doveva impedirlo, doveva liberarli.

Quando si trasferirono in quella grande casa non sapevano cosa li aspettava, nessuno di loro lo sapeva. Henry lo capì dopo qualche giorno.
Durante una giornata di pioggia salì in soffitta, e guardandosi intorno notò una strana figura rannicchiata in un angolo, nascosta tra dei vecchi scatoloni. Quando si avvicinò non si curò nemmeno delle ipotesi peggiori, ovvero che quello fosse un assassino. Lui non era un bambino come tanti, lui non aveva paura delle cose singolari, uniche. A lui piaceva il diverso. Non trovò per niente bizzarro il fatto che dietro quegli scatoloni ci fosse un uomo in ginocchio, che teneva il dito sulle labbra suggerendogli di fare silenzio. Henry era fin troppo curioso per rovinare le cose, ed era da sempre stato un bambino silenzioso, perciò non parlare non sarebbe stato un problema. Si chinò sul pavimento, mettendosi seduto sulle ginocchia anche lui, imitando la posizione dell'uomo. Quest'ultimo sorrise dolcemente, guardandolo negli occhi. I suoi vestiti erano bianchi, e portava un cartellino con un nome sul taschino nella camicia: Peter Ballard. Era un nome strano, che Henry non aveva mai sentito, ma in qualche strano modo risuonava familiare.
L'uomo si alzò, prendendo per mano il bambino, guidandolo poco più avanti verso il punto in cui Henry era solito giocare con i suoi ragni.
«Sono belli» disse l'uomo chiamato Peter, sorridendo. Henry non ricambiò, ma rimase invece fermo a fissarlo, incuriosito. «Quella è una Phoneutria» distolse lo sguardo dal ragazzino solo per volgerlo verso un ragno molto grande dalla peluria color sabbia all'interno di un barattolo.
Il piccolo Henry sgranò gli occhi, cercando di nascondere il sorriso che si stava facendo largo sul suo volto.
«È una delle mie preferite» prese il barattolo tra le mani, porgendolo all'uomo «Di solito la gente ne ha paura» i suoi occhi incontrarono incerti quelli di Peter.
«La gente ha paura di tutto ciò che è diverso e potente. Non ne apprezza il fascino» rigirò il barattolo tra le mani, osservandolo da vicino, per poi porlo nuovamente al proprietario.
Peter Ballard continuò a fare visita a Henry Creel per altri due mesi. Gli insegnava delle cose, delle cose che nessuno sapeva fare. Lo guidava lungo il suo percorso e gli faceva da padre come nessuno aveva mai fatto. Henry si sentì presto legato a quella figura, e non ne parlò mai con nessuno. Ogni notte provava a diventare sempre più forte, facendo i compiti che l'uomo vestito di bianco gli assegnava. Era riuscito a uccidere, a manipolare le menti e anche il tempo. Giorno dopo giorno diventava sempre più forte, e giorno dopo giorno vedeva la sua famiglia sprofondare sempre di più nel grigiore della vita, diventare persone completamente diverse, divorate dall'avarizia. Li odiava, odiava che non fossero più come prima.
Peter Ballard andò a trovare il piccolo Henry Creel per l'ultima volta un lunedì sera.
«Sei pronto a liberarlo?» gli chiese, avanzando dall'oscurità. I suoi occhi azzurri incontrarono quelli altrettanto chiari del bambino. Non avrebbe mai pensato di incontrarsi così presto, di spingersi lui stesso a fare quelle cose, ma non poteva impedire che non avvenisse. Le cose dovevano andare in quel modo, sempre.
Quando avanzò verso il bambino allungò la mano sul suo viso, poggiando le dita sulla sua testa. Doveva mostrargli cosa doveva fare, come sarebbero andate le cose.
Henry Creel avrebbe manipolato il tempo, avrebbe creato Peter Ballard.

Ma Peter Ballard era cambiato, e non aveva più alcun ricordo di quello che aveva fatto. Ricordava semplicemente di aver ricevuto l'aiuto di un uomo quando era bambino, ma non seppe mai che quell'uomo era lui, non seppe mai di dover tornare indietro e ripetere il passato. Peter Ballard era solo uno dei tanti costrutti separati nel tempo. Riusciva ancora a stento a capire come fosse possibile che una copia di sé stesso lo avesse accolto in quel nuovo mondo una volta attraversato il portale. C'erano tante cose che Peter non riusciva a capire.
Prese un respiro profondo e bussò alla porta di Tammy.
«Sei pronta?» chiese, attendendo che lei rispondesse prima di entrare.
«Credo di si» la giovane aprì la porta, ritrovandosi davanti al bel ragazzo che la guardava dall'alto. Aveva gli occhi spenti, più del solito. Sembrava che Peter non avesse chiuso occhio quella notte. «E tu?» chiese.
«Non ancora» sospirò. «Dovremmo farci una passeggiata prima di andare»
«Credi che sia un problema per lei guardie?» incrociò le braccia sotto il petto, uscendo dalla stanza per guardarsi intorno nel corridoio.
«Devono concedercelo» le sorrise, stringendo i denti. Tammy annuì, chiudendosi la porta alle spalle.
Il corridoio era vuoto, eccetto che per le due guardie ferme davanti ad una porta metallica molto grande. Era dove dovevano andare loro dopo la passeggiata. Avanzavano lentamente lungo il corridoio, guardando avanti senza incrociare i propri sguardi. Il silenzio era innaturale.
«Questa potrebbe essere la nostra ultima volta Peter» la voce di Tammy era ferma, pungente. «Ormai ho capito» continuava a guardare avanti a sé. Uno sospirò, guardandola avanzare con una fermezza unica. Dopo la sera prima aveva avuto l'impulso improvviso di accelerare le cose. Da quando l'aveva conosciuta era successo qualcosa di strano dentro di lui. Era come se due forze litigassero di continuo tra un episodio maniacale e l'altro per chi dovesse avere il controllo. Aveva deciso di accelerare la prassi e di spostare all'indomani l'esperimento che avrebbe cambiato le cose una volta per tutte, che gli avrebbe ridato i suoi poteri. Ma in quel momento soffriva di un altro tipo di episodio maniacale: quello pentito, che voleva passare più tempo possibile con lei.
«Potrebbe» si morse l'interno delle guance. «Vorrei passare del tempo con te prima» sentì il suo cervello venire colpito da spranghe e martelli una volta pronunciate quelle parole. Più cercava di opprimere quei sentimenti, più questi venivano a galla reclamando la loro dose di sofferenza giornaliera da incidere sulla sua pelle. Lo stesso rapporto tra sé stesso e le migliaia di particelle del suo corpo era un rapporto tossico, sadico, come qualsiasi altro rapporto che avrebbe mai avuto.
«Bene» Tammy si fermò per pochi istanti, guardando Peter negli occhi. «Non credo ci resti molto tempo ormai».

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