Non è sempre così semplice trovare una spiegazione a tutto ciò che la vita ci presenta. Spesso ci lasciamo abbindolare dagli eventi, certi che possa esserci un ragionamento logico a guidarci attraverso di essi, senza renderci conto che nella vita di logica non ce n'è nemmeno un po'.
Quando 8 si allontanò di fretta Tammy percepì il motivo senza rifletterci troppo. Di fatti 001 varcò la soglia della porta guardandosi intorno. I suoi occhi caddero velocemente sulla giovane donna, ma distolse subito lo sguardo. Camminò in direzione dei tre bambini più piccoli. Uno di loro era rimasto in disparte mentre i due giocavano a spingersi per terra senza nemmeno toccarsi. Peter Ballard, vestito di bianco come un qualsiasi inserviente del laboratorio, aveva qualcosa di diverso da chiunque altro. Sembrava essere in grado di tenere tutto sotto controllo, ed allo stesso modo sembrava che le cose andassero sempre secondo i suoi piani, perché i suoi piani non erano altro che delle scalette in cui programmava persino le emozioni che doveva provare. Accarezzò la spalla del bambino che era solo, dicendogli qualcosa che Tammy non riuscì né a sentire né a leggere dal labiale. Il bambino annuì con uno sguardo tetro, ed alzandosi con tutta la calma possibile dal pavimento raggiunse gli altri due bambini, che lo guardarono per un attimo torvi, ma vedendo Peter alle sue spalle cercarono subito di nasconderlo. Tammy non poté vedere bene la scena, ma le bastò solo vedere i due bambini che da seduti scivolarono lungo il pavimento sollevati in aria, fino a sbattere contro il muro dalla parte opposta della stanza. Il ragazzo si congratulò con il bambino dandogli una pacca sulla spalla, per poi sorridere agli altri due che si rialzarono in silenzio senza obiettare. I suoi occhi incrociarono ancora una volta quelli di lei, ma la evitarono presto, posando l'attenzione sui due ragazzi più grandi, 15 e 8, che stavano rigorosamente sempre insieme. Si fermò davanti a loro, ma non disse niente. Rimase immobile per qualche istante ad osservarli chissà per quale motivo, e solo quando 15 alzò gli occhi ciechi lui mostrò loro un sorriso, voltandosi. Tornò al centro della stanza, guardandosi intorno, controllando per l'ennesima volta tutti gli esperimenti. Sospirò e si allontanò, dirigendosi nuovamente verso la porta dalla quale era entrato pochi minuti prima. Tammy non ne capì il motivo, ma il venire ignorata la infastidì. Non aveva niente da dirgli, e forse era anche meglio così, ma qualcosa dentro di sé la fece reagire in un modo particolare. Si alzò dalla sedia e prese a camminare a passi svelti e pesanti verso Peter, che aveva appena aperto la porta ma era rimasto immobile, come se si aspettasse che lei lo avrebbe raggiunto proprio perché faceva parte di quella sua famosa scaletta.
«Si?» le chiese, voltandosi a guardarla in faccia. La giovane arrossì, aprendo la bocca per parlare, ma fu come se non fosse in grado di farlo, e allo stesso modo tutti i pensieri che le erano passati per la testa erano svaniti. Non sapeva perché lo avesse seguito, e non sapeva cosa volesse dirgli. Biascicò qualche parola senza senso, per poi abbassare lo sguardo. «Ho del lavoro da fare, 27. Se hai qualcosa da dirmi fallo adesso» disse con noncuranza, guardandola distrattamente. Normalmente la chiamava per nome; lei odiava quel numero, e lui lo sapeva bene. «Bene, non ho tempo da perdere» disse, facendo per andarsene. L'istinto prevalse sulla ragione e Tammy si comportò per la seconda volta contro ogni sua aspettativa.
«Aspetta» lo afferrò per la manica della camicia, per poi pentirsene subito dopo una volta incrociato il suo sguardo agghiacciante. Tutto ad un tratto il coraggio che l'aveva animata fino a quel momento svanì, lasciandola colta di sorpresa dal suo comportamento. «Io... io volevo parlarti» improvvisò. Deglutì sentendo un nodo alla gola, per poi inspirare alla ricerca di un briciolo di ragione. «non qui» disse quando lui fece per chiudere la porta. Sospirò, era impossibile capire se fosse infastidito o meno. Abbassò un attimo lo sguardo per poi guardarsi intorno mordendosi il labbro inferiore, infine incontrò gli occhi color nocciola della ragazza e annuì. Aprì il vano e fece uscire prima lei, sfiorandole la testa con il braccio che teneva alzato per tenere ferma la porta.
«Bene, di cosa volevi parlarmi?» le chiese, mostrandosi il più negligente possibile. Erano nel lungo corridoio bianco e non c'era anima viva in giro. Di solito il laboratorio non era molto affollato, almeno non per quanto ne sapesse lei. Tammy sospirò. Non sapeva cosa stava facendo, non ne aveva proprio idea, ma qualcosa le stava dicendo di continuare ad improvvisare in quel modo, di proseguire senza guardarsi indietro.
«Non pensavo mi avresti permesso di uscire da lì» disse. Non era del tutto falso. Nessuno dei ragazzi poteva uscire dalla stanza color arcobaleno se non era per fare qualche studio o lezione, e proprio in casi estremi poteva capitare che un inserviente o una guardia decidesse di accompagnarli fuori per una qualsiasi necessità. Ma in generale era impossibile uscire fuori da quella stanza per conto proprio.
«Non durerà molto» disse guardandolo con la coda dell'occhio mentre proseguiva a camminare, facendo attenzione a dove andasse. «Come ti ho già detto ho del lavoro da fare. Non sei solo tu la mia priorità» qualcosa dentro di lei nacque, o si ruppe, non ne ebbe la certezza. Seppe solamente di aver provato di qualcosa di strano, quasi simile a fastidio.
«Non ti farò perdere tempo» deglutì. L'aria nel corridoio sembrava più fredda e più pesante, difficile da respirare.
«Allora vedi di iniziare a parlare. Cosa volevi dirmi?» chiese. Tammy ci pensò su, non aveva veramente niente da dirgli. Dopotutto non sapeva nemmeno perché lo avesse seguito e perché stesse camminando con lui in quel momento. Fino a prima del suo arrivo in quella stanza stava parlando male di lui con il numero 8 e provava forti sentimenti di rancore e disgusto nei suoi confronti. Era sconfortante il modo in cui le sue stesse emozioni cambiassero da un momento all'altro sbalzando da un estremo all'altro senza che lei fosse in grado di rendersene conto.
«Mi hai detto di volermi aiutare» disse «allora ho pensato di poter contare su di te» non era per niente vero, e lui lo sapeva bene. Pensava di poterlo manipolare, senza purtroppo rendersi conto che faceva tutto parte di un gioco ancora più grande, dove lui era il burattinaio e lei il burattino. «Avevo bisogno di parlare con qualcuno, di stare in compagnia di qualcuno... spero che non ti dispiaccia che io ti abbia disturbato per questo» disse. Peter si fermò a guardarla. Le sorrise dolcemente, e lei ricambiò il sorriso. "È fatta" pensò lei, inconsapevole di aver abboccato all'amo. La stava trascinando verso la morte e lei si credeva vincitrice.
«Mi fa piacere che finalmente tu abbia deciso di aprirti a me» le strinse le mani tra le sue per poco, lasciandole andare subito come se disprezzasse il contatto umano. Si guardò intorno, per poi mostrare un ghigno leggero mentre guardava un punto oltre l'orecchio della povera ragazza. «Vieni con me allora» i suoi occhi spruzzavano veleno, erano dilatati ed intinti di rosso. Tammy rabbrividì quando pronunciò quelle parole con un tono roco e serpentesco. Le afferrò il polso, tirandola a sé. Dopo averla squadrata per bene la trascinò verso un'altra sezione del corridoio che lei non aveva mai percorso. Era più corpo rispetto agli altri, e vi erano poche porte chiuse a chiave. Si ritrovarono davanti all'ultima porta che il ragazzo aprì con una delle tante chiavi che portava al mazzo legato a passante dei pantaloni bianchi.
«Dove siamo?» chiese lei. Non era più tanto sicura di aver fatto la scelta giusta seguendolo. Attese invano una risposta, tutto ciò che ottenne in cambio fu un silenzio pungente. Una volta aperta la porta spinse Tammy dentro la stanza, chiudendosi la porta alle spalle. Era una camera da letto, rigorosamente bianca, e priva di telecamere o dei soliti grandi specchi. Era diversa da quella di Tammy, era normale. Se non fosse per il colore bianco nauseante che ricopriva ogni singolo oggetto sarebbe quasi potuto passare di mente di ritrovarsi in un laboratorio.
«Questa è la mia camera» disse, avvicinandosi lentamente verso la giovane. Lei si morse il labbro, facendosi uscire del sangue.
Si era accorta solo in quel momento di quanto fosse bello, ed in quello stesso momento se ne era pentita. Non doveva sottomettersi a quella parte di sé incosciente ed imprudente. Non doveva permettere che lui la manipolasse e non doveva permettere che quella parte di sé prendesse il controllo sottomettendosi a lui. «Possiamo parlare qui se vuoi, oppure no» la distanza tra i loro corpi si ridusse al minimo quando i loro bacini si incontrarono. Peter le strinse con veemenza un fianco, avvicinandola ancora di più in modo che potesse sentirla contro il suo corpo caldo.
Tammy tremò; "perfetto", pensò, era appena finita nella tana del diavolo e non aveva via di scampo.
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Under 001 - Stranger Things
Fiksi PenggemarCome sarebbero le cose se nel momento in cui Undici creò il sottosopra fosse nato un distaccamento temporale parallelo? Una parte di 001 resterà intrappolata in un tempo diverso, dove nel quale riesce ad evitare la sua sorte maledetta, ritrovandosi...
