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16 - Stravolgimenti

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Tammy entrò nella stanza arcobaleno guardandosi intorno. Era passato solo un giorno dall'ultima volta che mise piede lì dentro, eppure sembrava quasi fosse passata un'eternità.
I suoi occhi incontrarono presto 8, seduto come suo solito insieme a 15. Stavano giocando a scacchi, e nonostante 15 fosse cieco era in gran vantaggio rispetto all'amico, in quanto padrone di un altro tipo di vista ben oltre superiore a quella di un qualsiasi normale individuo. Percepirono entrambi che la giovane donna stesse per raggiungerli, ed in egual modo ne furono preoccupati. Avevano visto meglio di chiunque altro ciò di cui 001 era capace, e nonostante volessero aiutare di gran cuore quella povera ragazza sapevano che fosse già segnata. Lo era dal primo momento che aveva messo piede là dentro, anzi, lo era dal momento in cui 15 la vide.
Quel giorno 001 aveva minacciato di ucciderlo; secondo lui era un peso morto, diceva che non era in grado di adempiere ai suoi doveri. L'unico modo era provare che avesse torto. 15 sapeva il rischio che avrebbe corso, non era in grado di vedere oltre quella barriera, i suoi occhi non riuscivano ad attraversarla. Nonostante ciò non aveva alternativa, e lasciò che le richieste di Peter venissero assecondate in ogni modo, nonostante tutto. Perse la vista per superare quella barriera, ma fece crescere l'altra sua vista superiore, quella che ora era in grado di vedere oltre ogni ostacolo. Quando vide Tammy sapeva che l'avrebbe marchiata, che l'avrebbe condotta a morte certa, ma sapeva altrettanto bene che dirgli di lei era l'unico modo per sopravvivere.
Peter la trovò senza sapere che era lei, lo percepì nel momento in cui la vide da sola in quella festa affollata. Insieme al suo corpo vide migliaia di informazioni, di risorse. Seppe che era lei la ragazza individuata da 15 senza nemmeno doverci pensare due volte. Forse il destino non esiste, ma qualcosa li aveva legati ancor prima di quel potere che era finito per condannarli entrambi.
La giovane avanzò a passo svelto verso i due ragazzi, afferrando una sedia per sedersi di fianco a loro. La ignorarono continuando a giocare finché non fu lei a rompere quel silenzio tanto assordante.
«Come va?» chiese. Era nervosa. Si stava grattando via la pelle del braccio e non riusciva a smettere. 8 fece la sua mossa senza distogliere lo sguardo dalla scacchiera. Cavallo in A5. Mangiò un pedone di 15.
«Cosa c'è?» 8 si voltò lentamente, guardandola negli occhi. Non aveva torto ad essere rude, dopotutto parlare con lei era un rischio che nessuno avrebbe voluto correre.
«Non trattarla male» la voce di 15 era meno sonora rispetto a quella dell'amico. Era calma e pacata, saggia. Sembrava la voce di un uomo adulto, o certamente di un ragazzo più grande della sua età. «Non è colpa sua»
«È colpa sua se non ci ha voluto credere» il numero 8 lanciò presto un occhiataccia all'amico per poi rivolgerla più aspra che mai alla ragazza. «Noi rischiamo tutto pur di aiutarti e tu finisci per fare l'opposto di ciò che ti raccomandiamo? Ti sei fidata del diavolo, e ora non sei tanto diversa da lui»
«Io non-» prese un respiro profondo. Erano loro a doverle delle spiegazioni. «Non mi avete mai detto perché dovrei fidarmi di voi invece che di Peter». 8 sbuffò e scoppiò in una risatina nervosa.
«Dimmi, che giorno credi che sia oggi?» le chiese. Tammy non riusciva a capire che cosa significasse, per quale motivo le stesse facendo una domanda del genere. Corrugò la fronte confusa e rispose un po' incerta.
«Dovrebbe essere all'incirca il 12 o il 13 settembre, non ho contato i giorni»
«Siamo ad ottobre, Tammy» e riprese presto a guardare la scacchiera. La giovane deglutì. Sentiva la testa pesarle più di un macigno e contemporaneamente galleggiarle nel cielo come una nuvola. Non aveva senso. Non aveva alcun senso.
«Ce l'ha eccome» disse 15, come se le avesse letto la mente. «Sei stata sedata per più di un mese dalla persona di cui hai deciso di fidarti» la sua voce era calma e ferma, impassibile. Allungò la mano verso l'alfiere e lo mosse in diagonale di due caselle, mangiando la torre di 8 in f3.
«Fai parte del suo piano» disse quest'ultimo, questa volta più dolcemente e con più calma, notando il dispiacere e la confusione negli occhi di lei. «È sempre stato lui il capo, abbiamo cercato di dirtelo» sospirò «Questi poteri che hai sviluppato... beh, lui te li vuole rubare, è per questo che sei qui. Non è dal resto del personale che devi proteggerti, ma da lui. Ti ucciderà se non imparerai a domarli» la giovane rabbrividì, sentendosi affondare in acque gelide. Non poteva essere, non riusciva a trovarci un senso. Era sicura che fosse passato meno di due settimane dal momento in cui aveva messo piede lì dentro, ed era altrettanto sicura di non essere mai stata sedata. Eppure non era sicura che Peter fosse realmente innocuo, che non fosse lui a capo di tutto. E se fosse stato così? Era davvero tanto sciocca da essersi lasciata ingannare così facilmente dal fascino sociopatico di un uomo del genere?. Respirò pesantemente, sentendosi mancare l'aria. Ecco, era così che stavano le cose allora, e lei era stata tanto stupida da affezionarsi al suo rapitore.
«Scacco matto» 8 fece cadere il re di 15 per terra. Tammy lo seguì lentamente con gli occhi mentre rotolava sotto il tavolo, per poi continuare a rotolare lungo il pavimento lucido. La pedina attraversò la stanza vuota fino a venire fermata da una scarpa nera. Alzò gli occhi lentamente, abbandonando il precedente obiettivo. 001 era lì, che occupava la sua visuale.
«Vorrei parlarti» avrebbe riconosciuto quella voce profonda e placida anche in mezzo al più potente strepito, per ogni cosa al mondo. Tese la mano in avanti verso di lei, rivolgendole uno sguardo ostico da decifrare, immerso in una tensione senza eguali alla quale lui era l'unico in grado di resistere e sopravvivere senza nemmeno un graffio. La giovane la guardò tremante e deglutì con forza mentre brividi le scendevano lungo la schiena facendole venire la pelle d'oca in tutto il corpo. Respirò pesantemente e guardò con la coda dell'occhio i due ragazzi. Stavano fissando altrove, come se nessuno si fosse intromesso nella loro discussione. Socchiuse gli occhi e prese un respiro profondo. Incrociò lo sguardo gelido di lui ed afferrò incerta la sua mano, alzandosi. Sentì quasi di fluttuare in aria, ma allo stesso modo di essere costretta in terra. Camminando strascicava delle catene pesanti quanto il peso delle parole stesse, costringendola a non potersi ribellare per nulla al mondo. Man mano che camminava quelle stesse catene crescevano, aumentavano di peso e finivano con il fondersi a quelle del giovane che la stava guidando attraverso la stanza. Comunque sarebbe andata, quello era il momento di capire come stavano realmente le cose. Una volta fuori il corridoio sembrava più buio del solito, pullulava di morte in ogni singolo angolo.
Si fermò di soppiatto, rimanendo immobile ad osservare il vuoto. Il peso era troppo e le impediva di camminare. Sentiva ormai che sarebbe sprofondata da lì a poco in quella famosa fossa che portava il suo nome da ormai troppo tempo. Il giovane si fermò a sua volta, ed inspirando profondamente si rivolse in sua direzione, afferrandole le mani tra le sue. Le mostrò un sorriso freddo, dolce, ma Tammy riusciva a vedere oltre; era colmo di veleno.
«Perché ti sei fermata? Qualcosa non va?» le chiese. Sembrava che le sue mani stessero tenendo l'aria, e che contemporaneamente al contatto cercasse di sfuggire il più lontano possibile dal briciolo di umanità celato da quel gesto all'apparenza tanto innocuo e normale.
Tammy si ritrasse, ma non appena fece un piccolo passo indietro sentì la presa farsi più forte, stritolarle le dita da un momento all'altro con un solo battito di ciglia.
«Da quanto tempo sono qui?» stava tremando, ma cercava di dissimulare. Non era tanto per lui, ma per lei. Non avrebbe mai accettato di sentirsi debole, aveva bisogno di provare il contrario, ora più che mai. Lui curvò leggermente il viso verso destra, inclinandolo di poco verso il basso. Inarcò le sopracciglia e parve che i suoi occhi si tinsero di rosso. Le sue pupille si dilatarono quando mostrò quell'espressione confusa quanto incuriosita e arrabbiata.
«Sono davvero deluso, Tammy» fece un passo in avanti verso di lei. «Dopo quello che abbiamo passato insieme non ti fidi ancora di me?» fece un altro passo avanti ed istintivamente la ragazza ne fece a sua volta uno indietro. Sembrava un'altra persona. Le vene nel suo collo si erano ingigantite e pulsavano sino alla tempie. I suoi occhi un tempo di un ceruleo cristallino sembrarono intinti di un nero brutale. Eccolo lì, il mostro che lei si era rifiutata di vedere. «Ti avevo detto di non fidarti di nessuno oltre che di me» la sua voce uscì fuori più roca e più profonda. Fece un altri passo in avanti. I suoi occhi sembravano più grandi del solito e non si allontanarono nemmeno per un secondo dalla giovane, scrutandola fino all'anima. Una lacrima bagnò il viso di lei prima ancora che potesse cercare di trattenerla. «Mi aspettavo che mi avresti dato ascolto» accennò un sorriso, ma i suoi occhi la dicevano lunga. Si avvicinò ancora di più, riducendo le distanze tra i loro corpi. Allungò una mano verso il viso di lei, accarezzandole una guancia con le nocche, impedendo alla lacrime di scendere lungo il collo. Tammy deglutì. Non aveva paura. Lo aveva visto prima, lo aveva visto in altri momenti. Non aveva motivo di temerlo.
«Non posso fidarmi di te» fu come se le parole uscirono fuori dalla sua bocca ancora prima di venire elaborate dalla sua mente. Socchiuse gli occhi e respirò profondamente. Peter ghignò, mentre il suo sguardo intriso di veleno penetrava le sue difese. Fece scivolare la mano sul suo collo, per poi stringerlo con forza. La sbatté contro il muro, sollevandola in alto. La ragazza si portò di fretta le mani al collo, cercando di afferrare il braccio di lui per lasciarla andare. La stava strangolando talmente forte che non sentiva più il respiro. Ansimò pesantemente, dimenandosi alla presa salda. Lui le si avvicinò, allentando leggermente la presa in modo che potesse assaporare l'aria che presto le sarebbe mancata. Scontrò il viso contro il suo, sfiorandole le labbra con le sue.
«Risposta sbagliata.»

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