Il brusio si levava dalla strada come un ronzio di mosche. In cielo ormai il sole era alto, sebbene lo scorrimento del tempo dipendesse bene dalle loro menti. Infatti, nonostante il sole si trovasse nella posizione che avrebbe normalmente avuto qualche ora prima del mezzogiorno, il cielo limpido era ancora chiaro, cosparso di stelle e con la stessa luna luminosa sul mare dove il cielo aveva assunto una tonalità cobalto, ben differente dallo stesso al meridione.
In fondo alla lunga strada centrale tra la collina e il deserto andava avanzando, sebbene ad una notevole distanza, un nembo misterioso. Quello però, non era stato previsto, e seppure non se ne fossero accorti, l'atmosfera si stava già facendo più cupa.
Peter e Tammy si trovavano distesi l'uno di fianco all'altra sulla morbida erba da prato nascosti all'ombra della quercia che sembrava avere la stessa posizione dal momento in cui erano arrivati. Dopotutto la fisica lì non aveva alcuna legge, i padroni erano solo loro, e loro ne facevano le regole.
La tovaglia del picnic era ancora piena di cibo e poco distante da dove erano rannicchiati loro. Non avevano fame, ed ovviamente difficilmente la cosa sarebbe cambiata.
«Credi che tutto questo sia reale?» Tammy volse il viso alla sua sinistra, dove Peter stava osservando il cielo. Il giovane incontrò presto lo sguardo rammaricato di lei, curvando le sopracciglia in un evidente stato confusionale ma al contempo divertito. In realtà, non lo sapeva proprio. «Insomma, non ha senso» continuò lei, guardandolo dritto negli occhi.
Non ha senso che io abbia smesso di odiarti da un momento all'altro.
Peter sorrise, stringendole la mano.
«Siamo entrambi qui, quindi deve esserlo» poi sospirò e tornò in sé tutta quella razionalità che forse non aveva mai avuto. «Certo, non nella realtà, ma ho avuto conferma per l'ennesima volta che non c'è stabilità nell'universo, e non esiste nulla di certo. Esistono tante realtà in tante forme, e per quanto anche questa appaia surreale, esiste» la guardò interrogativo, quasi aspettandosi di ricevere una domanda al riguardo. Non pensava che fosse stupida, no di certo, ma ormai si era abituato che doveva andarci piano con la gente. Così aveva fatto con Undici, e così aveva istintivamente fatto con Tammy, nonostante di lei non sapesse proprio un bel niente.
«Stavo pensando che forse tu non sei qui. Potresti essere semplicemente l'immagine che ho di te nella mia mente, e non veramente tu» alzò gli occhi al cielo. Le stelle erano veramente belle in uno sfondo così chiaro e mattutino. «Perché in questo momento sei proprio come ti vedo io» credette di non sapersi spiegare, ma non voleva andare oltre. Non voleva parlare troppo, farsi scappare qualcosa che avrebbe preferito tenere per sé.
Si era fatta quei complessi perché non credeva che Peter potesse veramente averla delusa per poi riprenderla tra le sue braccia come se niente fosse, mostrandole quell'amore di cui lei aveva sempre avuto bisogno. Non credeva che ne fosse capace, che fosse diverso. Ormai l'immagine che aveva di lui era quella di un mostro, ma l'immagine che voleva vedere era quella del bel ragazzo dall'aspetto angelico pronto a darle tutto quello che voleva, a proteggerla come le aveva promesso.
«Lo stavo pensando anch'io» Peter sorrise, giocherellando con le dita della mano di lei che teneva incrociate tra le sue. «Che forse non eri altro che un costrutto della mia mente, ma sei qui, no? Sono qui anche io» prese un respiro profondo. Lì dentro era completamente puro, non c'era più 001 e non c'era più Henry, c'era solo quel Peter che era riuscito a salvarsi dall'apatia in cui era da sempre stato rinchiuso.
Lì raramente lo sfioravano i pensieri malvagi che era solito avere. Prima di allora pensava spesso a come l'avrebbe uccisa una volta ripresi i suoi poteri.
Certo, l'idea di riaverli indietro non l'avrebbe mai abbandonato, nemmeno in quel momento che la sua parte da "'mostro" era stata sopraffatta dalla parte umana.
«Beh, allora non so perché mi faccia questo effetto, ma mi sento libera da ogni cosa» pura, avrebbe voluto forse dire, sì, proprio così. Sembrò che Peter le avesse letto nel pensiero, e le sorrise.
Si guardarono negli occhi per un po', non sentivano più il bisogno di parlare. Si trovavano immersi in un silenzio desiderato, in grado di cullarli l'uno tra le braccia dell'altra.
Ma questa quiete finì presto non appena quel nembo distante andava accorciando i metri, facendosi sempre più vicino.
Li aveva travolti come una nebbia fitta ma al contempo invisibile, colpendoli uno alla volta nei propri punti deboli e scoperti.
Tammy aveva lasciato scoperto ed indifeso il suo punto dolente, il suo tallone d'Achille che mai aveva osato lasciarla sola e tranquilla. Presto la sua intera vita le scorse dinanzi come un film d'epoca il cui nastro era stato bruciato da un incendio, tormentandola. I pensieri si erano fatti troppo pesanti da sopportare, e quella pace che era da poco nata e diventata comune in quel luogo degno dei sogni più reconditi si dissolse iniziando a sgretolarsi istante dopo istante.
«A quindici anni provai a togliermi la vita» disse Tammy tutt'ad un tratto, come se le parole andassero ad un tempo diverso dai pensieri. A Peter venne presto in mente l'immagine di come lui stesso aveva invece provato a togliere la vita a molto persone, riuscendoci alla grande. Stesso gesto, circostanze e risultati diversi.
«Perché?» le chiese, abbandonando lo scenario cruento per perdersi totalmente negli occhi color nocciola di lei.
«Volevo dare ascolto a quello che mi diceva la mia testa» raggelò al solo ricordo, ma rimase composta e con una fermezza inimmaginabile. «Qualcosa mi disse di farlo, e lo feci. Successe ad agosto, lo ricordo bene, quel giorno...» deglutì, fissando gli occhi gelidi di Peter che in quel momento avevano assunto una pigmentazione mai vista prima «Andai ad una festa con quelli che credevo miei amici, e facemmo quello che facevamo sempre. Non ricordo bene, ma lo feci con diversi ragazzi, ero troppo persa per rendermi conto di dovere smettere. Tra un rapporto e l'altro mi balenarono in mente pensieri che mai avrei creduto di poter avere. Il mondo era ingiusto, la mia vita era ingiusta. Perché dovevo fare cose del genere per sentirmi viva se poi ero già morta dentro? Non lo sapevo, ma ero morta da un pezzo, e lì dentro avrei voluto vedere morto chiunque. Il sesso non bastava, nemmeno il dolore bastava ormai, non c'era più niente di stimolante nella vita. Era solo un mero susseguirsi di eventi, cosa che risultavano corrette solo se adeguate alle aspettative della società. Ai loro occhi ero una poco di buono per ciò che facevo, ma mai nessuno che andasse oltre, che si fermasse ad aiutarmi, a vedere che non ero altro che distrutta, che un robot. Nessuno si fermava mai, tanto non ero altro che un pezzo di carne, e al mondo non importa niente. Devi solo continuare a muoverti, a giocare e a passare la palla una volta finito il tuo momento. Non volevo esserne succube, volevo essere libera. Perciò una voce interiore mi disse di farla finita; o io o tutto il resto. Feci la mia scelta» prese un respiro profondo, i suoi occhi vitrei erano ormai persi nel vuoto. Peter si distese su un fianco, prendendole le mani tra le sue, per poi avvicinarle alle sue labbra per un bacio, come quando una mamma o un papà da un bacio dolce al ginocchio sbucciato del proprio bambino. «Non ci riuscii, ma non se ne rese conto nessuno. Me la cavai da sola, come sempre. Non lo sa nessuno a parte te, Peter, e non so nemmeno perché te l'ho detto»
Lui le si avvicinò, cingendola in un abbraccio. Non sapeva cosa dire, forse il silenzio valeva più di mille parole. Ma la nube avvolse presto anche lui, ed in quel momento un bagliore vivo color rosso sangue prese vita nei suoi occhi.
I suoi pensieri erano così simili a quelli che aveva avuto lei quella sera, ma allora lui aveva deciso di scagliarsi contro il mondo, e non contro sé stesso. Lei aveva deciso di ribellarsi contro la sua stessa vita, mentre lui contro l'intero sistema; dopotutto non erano così diversi loro due, no?
«Ho ucciso delle persone» disse subito lui. Fu come se qualcun altro avesse parlato, perché lui quelle parole era sicuro di non averle nemmeno pensate. Tammy curvò leggermente le labbra, poggiando la fronte a quella di lui.
«Lo so» sussurrò «L'ho capito subito quando l'ho visto» si riferiva proprio a quel ricordo di Peter nella stanza arcobaleno, lo sapeva anche lui, ma quando glielo aveva mostrato non gli importava ancora di nulla. Allora le cose erano cambiate, e poi erano cambiate di nuovo.
Allungò la mano sul suo viso, lasciandole una carezza sulla guancia morbida fino a scendere lungo il collo per poi avvolgerle la spalla. «Rivuoi indietro la tua vita?» gli chiese lei, sorprendendolo. Peter aprì la bocca, ma ci volle un pò prima che un suono concreto potesse uscire fuori.
«Non la mia vita, la mia libertà» lo stesso bagliore che ardeva nei suoi occhi si illuminò presto negli occhi di Tammy, o forse era solo il riflesso. Era crudele, inumano. Anche lei voleva la stessa cosa.
«Sai, se me lo avessi chiesto forse avrei accettato sin dal principio» tremò.
Peter scavò con forza negli occhi di lei, e scavando infondo poté giurare di aver visto il suo riflesso, ma non da umano, da mostro.
Fece salire la mano sul collo di lei, cingendolo delicatamente in una strana carezza volgare.
«Vuoi consegnarti a me, Tammy?» le chiese con voce quasi tremante, cupa. Lei deglutì, sentendo dei brividi percorrere ogni singolo angolo del suo corpo mentre sentiva i muscoli del suo collo cedere sotto il tocco di Peter che si faceva sempre più forte nonostante non vi fosse alcuna presa.
«Lo voglio» soffiò sulle sue labbra «cambiamo il mondo».
Il nembo li avvolse e come un tornado li allontanò l'uno dall'altra, facendoli schiantare su un pavimento freddo e viscido.
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Under 001 - Stranger Things
FanfictionCome sarebbero le cose se nel momento in cui Undici creò il sottosopra fosse nato un distaccamento temporale parallelo? Una parte di 001 resterà intrappolata in un tempo diverso, dove nel quale riesce ad evitare la sua sorte maledetta, ritrovandosi...
