Capitolo trentacinque.

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Keigo's pov.

"Figliolo." Mio padre mi stava aspettando seduto sul divano con una birra in mano, accanto a lui c'era un posacenere con all'interno tre mozziconi di sigaretta. "Papà.. almeno potevi aprire la finestra, c'è una puzza di fumo incredibile." Lui sorrise ma non rispose, sorseggiò la sua birra fregandosene altamente di cosa gli avessi appena detto. "Perché sei tornato così tardi?" Mi chiese dopo alcuni secondi. "Ho aspettato che Miki finisse il turno, scusa forse dovevo avvertirti." Ero abbastanza nervoso, una sensazione che non provavo da tantissimo tempo. "No non fa niente, dai siediti qui e parla un po' con me." Rispose toccando con il palmo della mano il divano. "A-aspetta, prima—" "ho detto di sederti o sbaglio? La finestra puoi aprirla dopo." Interruppe la mia frase così, non lo aveva detto con dolcezza, il suo tono di voce era rude e schietto, ciò.. mi fece sentire completamente sotto pressione. Io obbedì e mi sedetti vicino a mio padre, lui avvolse il suo braccio attorno al mio collo e non smetteva di sorseggiare la sua birra in grandi quantità. Ha sempre bevuto così tanto, ogni volta che io e mia madre aspettavamo pazientemente il suo ritorno a casa tutte le sere, eravamo costrette a sentire un fetore vomitevole di alcol e fumo. Pensavo avesse smesso con il fatto che fosse cambiato, anzi.. lo speravo. Sono stanco di questo suo lato, non pensa minimamente alla sua salute e non pensa a me, a come potrei sentirmi ad avere un padre che fuma e beve dalla mattina alla sera. "Comunque avevi ragione, i drink che servono in quel locale sono deliziosi!" Esclamò con un sorriso. "Te lo avevo detto, la mia ragazza ci sa fare." Ancora una volta, si attaccò a quella bottiglia di birra come una cozza attaccata allo scoglio, poi si accese una sigaretta e la tenne tra le dita. "Passi più tempo con lei che con me, onestamente sono un po' invidioso, ora che sono tornato dovresti dedicarmi il tuo tempo non trovi?" Disse poi con ancora quel tono rude. "S-si hai ragione, allora perché non organizziamo un'uscita noi tre?" Lo sentì sbuffare dopo la mia proposta. "Non vuoi saperne di rimanere da solo con me eh? Hai ancora paura?" Tolse di colpo il braccio dal collo e posò la bottiglia sul mobiletto accanto a lui. "No, è solo che—" "Qual è il problema? Avanti.. spiega." Incrociò le braccia e mi guardò negli occhi. "Nessuno, dico davvero.. sarei felice se te e Miki vi conosceste meglio." Il solito ghigno si fece strada sulle sue labbra. "Ma noi ci conosciamo piuttosto bene, sai.. in quell'asso di tempo passato al locale dove lavora, ho avuto l'opportunità di approfondire il nostro rapporto, ho capito subito che tipo di persona sia, soprattutto dal modo in cui parla di te e per come ti difende." Non capì queste ultime parole. "Difende? Cosa intendi?" Chiesi stranito. "Quella ragazza ancora non ha capito a cosa va incontro e rimarrà molto delusa quando scoprirà la verità.. quello che io sto cercando di dirle ma lei è molto testarda, quasi quanto te." La conversazione con mio padre stava sfuggendo di mano, mi sentivo chiuso in una gabbia e la tensione si fece sentire sempre di più. "Quale verità? Ma che stai dicendo?" Mi alzai di scatto e strinsi entrambe le mani in due pugni. Lui non rispose. "Papà che cazzo parla.. quale—" si alzò anche lui e rimase a guardarmi con quello sguardo tetro. "Nulla tranquillo.. volevo solo giocare un po' con te, andiamo a dormire!" Nel momento in cui stava per toccare la mia spalla, scansai di botto la sua mano. "Non credo che sia solo uno scherzo, voglio sapere cosa vi siete detti tu e Miki." Non ce la facevo più. "Fattelo dire da lei no? Ma attento perché dovrai toglierle le parole con le pinze, è talmente stupida che è disposta a mentire per rendere felice uno come te." La mia mano era mossa dalla rabbia e delusione che provavo in quel momento, gli tirai un pugno dritto in faccia. "No adesso me lo dici tu cazzo, cosa vuoi dire esattamente? Perché?" Presi il colletto della sua camicia e lo tirai verso di me. "Come ti sei permesso di fare una cosa del genere a tuo padre?" Rispose con un pugno sullo stomaco, io mollai la presa dal suo colletto e caddi sulle ginocchia piegandomi in due dal dolore. "P-perché papà?" Lui non rispose e mi diede un altro pugno, questa volta in faccia, mise una mano tra i miei capelli e li tirò. Non si degnò di rispondere alla mia domanda, a quel "perché?" Pieno di tristezza, delusione.. amarezza. "Quella speranza che nutrivo nel tuo cambiamento è svanita nel nulla, non hai neanche provato ad essere una persona migliore perché non riuscivi a mentire a te stesso, ti veniva lo schifo solo ad immaginare un abbraccio come un padre fa con suo figlio, tu mi odi." Scoppiò a ridere. "Certo che mi conosci proprio bene." Mi alzai tenendo stretto lo stomaco con la mano. "Vaffanculo." Mi diede un altro pugno ma non caddi a terra, risposi a mia volta. "Picchiarti non è più divertente come un tempo, me ne vado." Aprì il frigo e prese un'altra birra. "Ah e comunque, lasciala altrimenti oltre a far soffrire te, farò la stessa identica cosa con lei." Disse poi guardandomi con la coda nell'occhio. Io rimasi a guardarlo con occhi spalancati, terrorizzati e spenti, come quel sorriso sulle mie labbra, un sorriso ricco di speranza.

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