Da quando Keigo ha lasciato la stanza, non riuscivo a stare tranquilla, provavo a chiudere gli occhi di continuo però non ce la facevo. Non era ancora tornato ed io iniziai a preoccuparmi sempre di più.
<Tutto ok?>
Gli mandai questo messaggio ma la risposta non arrivò mai. Allora provai a chiamarlo più e più volte, aspettavo con ansia una risposta che non arrivò, scattava sempre la fottuta segreteria telefonica. Cazzo ma perché sono così agitata? Lui ha detto che va tutto bene quindi non dovrei preoccuparmi così tanto giusto? Dovrei stare tranquilla e fidarmi delle due parole invece sono qui seduta sul suo letto a fissare il telefono in attesa di una chiamata. Provai di nuovo a chiamare il mio ragazzo e finalmente qualcuno rispose. "Kei—" "miki, hey.." Non era la sua voce, era quella di Eijiro e stava singhiozzando. "Perché rispondi tu al posto di Keigo? Dov'è lui?" Strinsi il telefono tra le dita. "Vedi.. il fatto è che—" "non li voglio i giri di parole, dimmi dov'è, non è tornato a casa e mi sto preoccupando." Lo interruppi. "V-vieni al ponte." Era piuttosto scosso e la sua voce tremava. "Keigo è—" Sbarrai gli occhi e misi una mano sulla bocca, lasciai cadere il telefono sul letto e mi alzai. Indossai di nuovo il maglione anche se era ancora sporco di cocktail ma sinceramente.. quello era l'ultimo dei problemi. Uscì di casa e mi misi a correre fino a raggiungere il luogo dove una scena raccapricciante mi si porse davanti. Keigo era disteso a terra privo di sensi tra le braccia di Eijiro. "No.. no.. NO." Mi avvicinai a loro. Aveva una ferita all'addome e il sangue non smetteva di uscire, di fianco a me c'era un coltello, non riuscivo a capire.. Keigo aveva detto di stare tranquilla, che sarebbe andato tutto bene, perché è successo ciò? Il rosso non fiatò, non riusciva neanche a guardarmi negli occhi e dirmi tutto quanto. Toccai la mano del mio ragazzo, era fredda, lo baciai dolcemente sulle labbra, erano fredde. Il respiro era molto debole come il suo battito cardiaco. "Finalmente l'ambulanza è arrivata." Uno dei medici si avvicinò a noi e mise Keigo sulla barella. "Posso accompagnarvi in ospedale?" Domandai con tono di voce abbastanza sconvolto. "Siete una sua parente?" Domandò il medico a sua volta. "No, sono—" "mi dispiace ma non può." Mi interruppe acidamente mentre mi passò con la barella. "La prego, voglio stare insieme a lui." Il medico si fermò e iniziò a guardarmi in modo strano. "Miki ti accompagno io, la mia macchina è qui vicino." Eijiro si avvicinò mettendomi una mano sulla spalla. "Ma io sento la necessità di stare con Keigo sull'ambulanza, non voglio lasciarlo da solo." La mia voce tremava, il solo pensiero che il mio ragazzo fosse su quella barella privo di sensi, mi faceva stare male. "E va bene, lei può accompagnarci." Feci un piccolo sorriso con una mano sul petto. Mi girai verso gli agenti della polizia che stavano ispezionando la zona, uno di loro mise il coltello ricoperto di sangue in una busta di plastica mentre incrociò il mio sguardo, io lo distolsi subito e nel momento in cui stavo seguendo il medico sul furgone dell'ambulanza, l'agente mi fermò. "Possiamo farle alcune domande?" Mi domandò. "Lei non ne sa nulla, è arrivata dopo." Si intromise Eijiro. "Io ero presente nel momento dell'aggressione, può interrogare me." Aggiunse il rosso con ancora le lacrime agli occhi. "Lasciate in pace questa ragazza." Continuò ancora. "Okay allora venga con noi ragazzo." L'agente mise una mano sulla sua spalla e lo invitò a seguirlo. "Grazie." Gli dissi con un sorriso abbozzato. Lui ricambiò e se ne andò insieme all'agente di polizia. Io invece salì sull'ambulanza e per tutto il tragitto tenni la mano a Keigo, non volevo lasciargliela neanche per un secondo. Chi gli avrà fatto questo? Chi è così cattivo da fare una cosa del genere? Perché mi ha detto che sarebbe andato tutto bene quando in realtà non era affatto così? Sapevo che ci fosse qualcosa che non andasse, il suo sguardo era sconvolto, eppure.. io— "signorina, siamo arrivati." Il medico interruppe i miei pensieri. "S-si." Balbettai. Trascinò la barella all'interno dell'ospedale e poi mi bloccò con una mano. "Tranquilla, ci pensiamo noi." Disse. "Si però voglio almeno sapere se sta bene." Mise una mano sulla mia testa e mi rassicurò con uno sguardo. "Lui se la caverà." Dicono sempre così questi medici. "Vedete di fare il possibile." Dissi con tono di voce basso mentre strinsi la mano in un pugno. "Certo, siamo qui per questo." Ho sempre avuto poca fiducia nelle loro parole perché è tutto quello che sanno dire per non comunicarti il peggio.
