XIX. Conoscere

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Lo studio medico del dottor Burton era a prima vista piuttosto spoglio e attempato. Le quattro pareti intonacate di bianco conferivano alla stanza un non so che di anonimo, di scialbo. Impersonale. L'unico sprazzo di vivacità esistente proveniva da un dipinto di medie dimensioni posto alle spalle della scrivania in ebano. Scisso in tre pannelli separati, raffigurava un tramonto sul mare dipinto a olio. L'arancione, il giallo e il cremisi si rincorrevano in una groviglio di luci ed ombre, e mescolati ricreavano sfumature sempre più rosse, man mano che l'occhio si allontanava dalla linea dell'orizzonte.

- Prego, si accomodi.
Disse Manuel con tono affabile, sistemandosi meglio gli occhiali sul naso e sedendosi alla sua scrivania. Considerai con diffidenza la sua gentilezza. Agli occhi di un estraneo avrebbe persino potuto sembrare naturale. Ma non ai miei.
Mi sistemai su una delle due poltroncine che si trovavano di fronte a lui, scrutandolo a sua insaputa. Incurante della mia indagine silenziosa, Manuel prese a rovistare fra fogli vari e scartoffie, finché non s'imbattè in ciò che stava cercando. Sfogliò con premura le pagine consunte e ingiallite della sua agenda, inumidendosi le dita con le labbra ogni qualvolta una di loro non si decideva a collaborare.

- Mi chiami Manuel, comunque.
Si presentò, abbandonando per un momento la sua occupazione, ma poggiando un dito laddove era arrivato per non perdere il segno. Strinsi la mano che aveva sporto nella mia direzione e mi presentai a mia volta. Per quanto salda ed energica fosse la stretta, le sue mani erano morbide come quelle di un bambino. E calde.

- Certo, Manuel.
Ripetei, anche se oramai quel nome echeggiava nella mia testa da settimane. Sorrise e riabbassò lo sguardo, riprendendo a leggere.

- Vediamo... Ecco qui, Christian Ford. - Esordì, soddisfatto di aver concluso la sua ricerca. - Lei ha prenotato per una semplice detartrasi, dico bene?

Inarcai un sopracciglio. Deta... che?

- Pulizia, mi scusi -, si corresse, percependo la mia confusione.

- Oh, certo.

Sorrise. - Allora la lascio accomodarre sul lettino, tra poco arriverà anche la mia assistente.

Il passare dei minuti gli fece intuire che la ragazza, con grandi probabilità, non sarebbe mai arrivata. Così Manuel si allontanò, invocando a gran voce il nome di Jenny, la presunta assistente, per il corridoio. Ne approfittai per rialzarmi. Scivolai furtivo dietro la sua scrivania, aprendo, uno alla volta, tutti e quattro i cassetti di cui era composta. Rovistai tra matite e cartelle, mentre nel contempo tendevo l'orecchio, pronto a sgattaiolare via. Misi mano su una fotografia spiegazzata, sul cui retro erano incise una data e una dedica. Essa ritreva una donna alta e snella, dai brillanti occhi a mandorla, accolta nell'abbraccio di Manuel. Egli, abbigliato a festa, era intento ad accarezzare affettuosamente i capelli corvini del bambino che si trovava avvinghiato alla sua gamba. Prima che mi fosse concesso di svelare il contenuto della didascalia, però, l'eco di una duplice camminata che risuonava all'esterno delle quattro mura mi fece trasalire, e con foga richiusi gli scomparti che avevo violato, occultando celermente le prove della mia invadenza. Raggiunsi il lettino e respirai a fondo.
Qualche istante dopo, Manuel apparve alla porta insieme ad una ragazza mora, molto alta ma poco proporzionata. Le gambe lunghe e sinuose, lasciate scoperte dal candido camice, si incastonavano ad un torace troppo rigido e incurvato. Manuel  armeggiava tra specilli e sonde, mentre la fotografia stropicciata nella mia tasca sembrava bruciare.

- Jenny, passami l'aspiratore -, istruì alla collega. La ragazza annuì, estraendo l'attrezzo da uno dei cassetti del mobile bianco che aderiva alla parete del medesimo colore. Glielo porse.
Un attimo dopo, un lampo di luce mi accecò. La lampada che si trovava a qualche centimetro dalla mia faccia divenne un funesto strumento di morte, improvviso e letale. Percepii nell'immediato le mie cornee implorare pietà.

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