XXX. Rimedi (poco) efficaci contro il malumore.

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- Hai visto da qualche parte la mia disgrazia personale?
Domandai a Zac, incrociandolo per caso in corridoio. Lui si voltò in direzione della mia voce, rischiando per un momento di far cascare la pila di libri che si portava in braccio.

Non so come, né per quale motivo, ma in un modo o nell'altro riuscì ad afferrare il concetto. - Chi, Melì?

- Sì.

Zac scosse la testa. - No, mi spiace amico. È successo qualcosa?

Non persi tempo in futili spiegazioni. - Se la vedi avvertimi subito.

- Sicuro.

- Ah, Cam! - mi richiamò. - Le tue chiavi!

Con qualche difficoltà a rimanere in equilibrio me le lanciò, ed io le afferrai al volo con una mano. - Grazie, ti devo un favore.

- Sono io a doverti un favore, guidarla è una figata - scherzò prima di andarsene.

Ricominciai a camminare lungo il corridoio, pizzicandomi il naso per riflettere. Dove poteva essersi cacciata? Vidi cinque ragazze in coda ai bagni e decisi di fare un tentativo. Portai una mano al collo e mi massaggiai piano la nuca, un filo in imbarazzo. 

- Amélie è qui dentro? - Chiesi cercando risposta nei loro sguardi. Con grande sorpresa, mi resi conto di non aver mai visto prima queste persone.

- No - mi rispose una ragazza con le trecce e un maglione rosa pastello. Le altre scossero la testa in sincrono, confermando le sue parole.

- Okay, grazie comunque.
Perché le ringraziavo? Non m'importava di essere gentile, eppure qualcosa mi diceva non sarei riuscito ad andarmene da lì se prima non l'avessi fatto.

Non la trovai in infermeria, né in biblioteca. A quell'ora la mensa era ancora chiusa, per cui decisi di andare a cercarla fuori dall'edificio. Aveva smesso di piovere, ma con la nebbia fitta che aleggiava intorno non riuscivo a vedere niente; le uniche presenze riconoscibili erano gli impermeabili gialli che si aggiravano e sciamavano verso l'entrata. Aguzzai la vista cercando la sua macchina, intercettandola infondo al parcheggio. I fari erano accesi, la luce interna anche, ma il motore era spento. Dal finestrino ancora appannato riuscii a scorgere la sua figura accovacciata sul sedile.

Appena aprii la portiera lei sussultò spaventata, poi mi riconobbe e tornò a rilassarsi di nuovo.

- Sei tu -, Constatò con un certo sollievo.

Non dissi nulla, ma la studiai in viso mentre mi sedevo anch'io, gustandomi il sapore di pesca che riempiva l'abitacolo.
- Hai pianto.
La mia non assomigliava ad una domanda, ma Amélie negò comunque.

- Non mentirmi.

- Un po'. - Ammise controvoglia, asciugandosi gli occhi umidi con il dorso della mano. - Ma solo perché ero nervosa.

Vederla così vulnerabile mi destabilizzava. Non sopportavo il suo lato testardo, quello che mi disorientava e mi faceva perdere la testa, ma senza dubbio lo preferivo a questo cumulo di fragilità.

- Ha esagerato - parlai, cercando di allontanarla dal suo vortice di pensieri.

- Chi?

- Il professor Wilson, ha esagerato.
Una nuova spirale d'odio mi coinvolse mentre ripensavo al suo comportamento viscido.

- No, è stata colpa mia.

- Tu non hai fatto niente.
Continuai a difenderla da se stessa. Perché insisteva nell'addossarsi la colpa di tutto?

- Sì, invece. - Sospirò. - Quel giorno avrei fatto meglio a non seguirti.

Continuò a rabbuiarsi, scivolando pian piano nella sua bolla di depressione.

DARK SOULLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora