Annabelle's POV
Oggi è il secondo e ultimo giorno di esami. Quando apro gli occhi, la luce fredda di Londra taglia la stanza attraverso le fessure delle pesanti tende di velluto. Il display sul comodino segna le sei in punto. Sento un nodo allo stomaco che non ha nulla a che fare con la fame e tutto a che fare con la consapevolezza che, tra poche ore, la scuola sarà finalmente finita.
Mi siedo sul bordo del letto e sospiro, passandomi le mani sul viso. Non c'è spazio per la stanchezza accumulata in questi giorni tra studio e ricerche "all'impostore" dentro il palazzo.
Mezz'ora dopo mentre mi infilo le scarpe già praticamente pronta, la porta della mia camera si apre senza che nessuno bussi. È Damian. È già vestito, la divisa che indossa sembra quasi cucita addosso a lui: la giacca scura, i bottoni dorati perfettamente lucidi, la camicia bianca così stirata da sembrare rigida. Ha i capelli ancora leggermente umidi e l'espressione tipica di chi ha ripassato fino alle quattro del mattino.
«Sei in ritardo, Anne» dice, appoggiandosi allo stipite della porta con le braccia conserte. Il suo tono è calmo, ma conosco mio gemello troppo bene per non notare la leggera tensione nella linea delle sue spalle.
«Non è vero, sono perfettamente in orario» rispondo, alzandomi per andare verso lo specchio per assicurarmi che tutto sia in ordine.
Indosso la mia divisa coordinata alla sua: la gonna a pieghe blu notte, la camicia dal colletto inamidato e la giacca sartoriale con lo stemma della scuola ricamato sul petto, sopra il cuore. Per il trucco ho scelto qualcosa di invisibile ma impeccabile: un velo di correttore per coprire le ombre scure sotto gli occhi dovute al mancato sonno degli ultimi giorni, un tocco di blush rosato sulle guance e un rossetto nude. Niente che possa risultare eccessivo per i fotografi che ci aspetteranno fuori dai cancelli, niente che possa far storcere il naso a mia madre.
Spazzolo i capelli lasciandoli cadere in onde ordinate sulle spalle e afferro lo zaino di pelle nera, già pronto.
«Andiamo?» mi chiede Damian, porgendomi la spilla d'oro con il monogramma reale che avevo dimenticato sul tavolo.
«Andiamo» rispondo, fissando la spilla al bavero della giacca.
Quando scendiamo nella sala da pranzo privata, l'aria è talmente densa di formalità che si potrebbe tagliare con un coltello. La tavola è imbandita per la colazione, ma nessuno sembra avere davvero appetito. Ci sono quasi tutti, ma nessuno parla, ultimamente se mio zio e mia madre siedono a tavola con noi non vola nemmeno una mosca oppure si parla di cose futili. Più che stare in ''famiglia'' sembra di star assistendo ad un banchetto ufficiale con ministri esteri.
A capotavola siede Philip, impeccabile nel suo abito grigio, intento a scorrere i rapporti del mattino su un tablet mentre sorseggia il suo caffè nero. Accanto a lui, Mary si muove con quella grazia artificiale che la contraddistingue mentre legge qualcosa su una rivista.
Mio padre, è seduto di fronte a lei: ha lo sguardo stanco, segnato dalle ultime vicende, ma ci rivolge un sorriso tirato, un fragile tentativo di normalità. Accanto a lui, nonna Elizabeth mantiene una postura regale ed enigmatica, gli occhi acuti che osservano ogni minimo movimento nella stanza. Più in là, Victoria e James discutono a bassa voce di qualcosa, entrambi con l'espressione di chi non ha dormito un solo minuto.
L'unica sedia vuota è quella di Sebastian. Il suo posto è intonso, probabilmente è uscito stamattina presto. Nessuno commenta la sua assenza, ma il silenzio di Philip parla per tutti.
«Buongiorno» diciamo all'unisono io e Damian, inchinando leggermente la testa prima di prendere posto negli unici due scranni liberi.
«Buongiorno» dice Mary, la voce melodiosa ma priva di calore reale.
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Royalty
Romansa> Londra, 2023. Victoria Gray, figlia del duca di Kent Leonard Gray e della moglie Mary, ha sempre vissuto negli agi della ricchezza e della nobiltà inglese. Prima in linea di successione, alla morte dello zio, re Philip I, verrà incoronata regina...
