Colton's pov
Una volta mi fu detto di lottare per me stesso e per nessun altro, ma nessuno mi aveva avvertito che in quella guerra avrei conosciuto quei occhi azzurri che avevano carbonizzato il ghiaccio attorno al mio cuore, la ragazza della quale mi ero innamorato, nessuno mi aveva preparato a questo e ne quanto meno al fardello che avrei portato con me fino alla fine dei tempi. E avevo provato a far giungere questa "fine dei tempi" prima possibile, ma sempre e solo un nome faceva cessare quella camminata verso la morte: Charlotte. Sapevo che si fosse svegliata, me l'aveva detto mia madre dato che mia sorella mi aveva letteralmente mandato a quel paese, ma sapevo che non sarei riuscito a vederla. Era quasi morta per colpa mia, come potevo starle accanto? Mi avrebbe odiato, me l'avrebbe urlato in faccia ed io ero un codardo per sentirmi dire la verità, quindi avevo preferito fare l'unica cosa che ero riuscito sempre a fare: scappare. Ero scappato e mi ero nascosto dove tutta la guerra era iniziata: dentro la nave dei Brown.
Il sole era tramontato da un pezzo e, dentro quel pezzo di metallo galleggiante, il mio viso era illuminato da una piccola lampadina, ero seduto al tavolo, quel famoso tavolo, osservavo i posti vuoti e ancora una volta portai la pistola alla testa, chiusi gli occhi lasciando che lacrime, dettate dalla collera, solcassero le mie guance e, furiosamente, lanciai la pistola dall'altra parte della stanza. La verità era che, oltre essere un codardo, meritavo quel dolore. Meritavo stare lontano Charlotte e meritavo vivere per soffrire.
Erano due giorni che passavo dentro quella nave ed erano due giorni che spaccavo tutto ciò che trovavo, sapevo che non sarebbero venuti a sequestrarla perché l'avevano fatto tanto tempo fa e che solo la settimana seguente l'avrebbero rimossa definitamente dal porto, ma a me non era importato, infatti ero entrato staccando quel nastro giallo. Ma sapevo di dover tornare a casa, mia madre mi aveva inviato un messaggio dicendo che sarebbero tornati quel pomeriggio di conseguenza o tornavo o mi avrebbero cercato. Quindi guardando indignato la pistola che giaceva ormai in un angolo, mi passai una mano sul viso sospirando frustrato e decisi di raccogliere da terra l'unica cosa che avevo portato con me: un giubbotto di pelle nere. E uscire da quel dannato inferno.
Il tragitto verso casa, a bordo della mi auto, fu colmato dai ricordi che non smettevano di ripetersi in un loop infinito, una volta sotto il mio palazzo, sbattei una mano sul volante e presi il mio cellulare. Osservai lo schermo nero per diversi minuti, ma decisi che non sarebbe servito a niente chiamarla.
Casa mia era sempre stata la stessa in diciotto anni, stesso pavimento di parquet, stessi muri grigi, stesso ingresso sul salone, stesse pareti a finestre vicino la scale, stessa vista su Los Angeles, quello cambiato ero io. C'era pure lo camino perennemente acceso, strabuzzai gli occhi guardando il camino, ma non ci feci molto caso. I miei erano sicuramente tornati, decisi di fare una doccia prima così, dopo aver lanciato la giacca sopra il divano di pelle bianco, iniziai a salire le scale, nel farlo ripresi il cellulare. Avevo bisogno della sua voce. Tra tutti i numeri presenti nella mia rubrica il suo pareva possedere una luce propria, l'avevo registrata con l'appellativo con cui l'avevo sempre chiamata e in quel momento solo leggerlo mi fece sentire male. Non potevo chiamarla. Cacciai il cellulare in tasca e finii di salire le scale, sentii una suoneria espandersi per il corridoio illuminato dalle varie luci, strabuzzai gli occhi e decisi di camminare cautamente. I miei non possedevano un iPhone e non potevano avere quella suoneria. Ripresi il cellulare, pronto ad usarlo come arma e mi accorsi che era partita la chiamata. Mi arrestai. Stavo chiamando Charlotte. La suoneria cessò e una porta si spalancò, la porta della mia stanza.
«Ma, porca troia, hai avuto un botto di tempo per chiamarmi e lo fai proprio ora?». Imprecò la ragazza uscendo dalla stanza, mi parve di avere un'allucinazione infatti mi strofinai gli occhi. «Sono Charlotte, la vera Charlotte, idiota». Pareva davvero incazzata e quando alzai lo sguardo, vidi che aveva le mani sui fianchi.
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Come una tempesta
Romance«Più le persone sembrano capirmi, più trovano informazioni per ferirmi». Questa era la verità che tormentava Charlotte ogni volta che era sola, ogni volta che i suoi demoni la torturavano, quando annegava nei sensi di colpa, ogni volta che crollav...
