Capitolo 31: School

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Il ritorno a scuola era come se qualcuno ti rovesciasse un secchio d'acqua gelida mentre stavi camminando su un asfalto pregnante di neve e Mark Forest l'aveva provato davvero sulla sua pelle. Mark lo conoscevo solo perché Jackson più di una volta si era fermato a ringraziarlo per i compiti che gli passava, azione che non avevo mai tollerato. Non era giusto approfittare di un ragazzo dolce e intelligente come Mark, come non era giusto prenderlo in giro quando non era presente e proprio per lui spesso litigavo con Jackson. Sapere che Mark si sia ribellato mi rallegrava anche se la doveva pagarne le conseguenze. Il preside Henricksen scrutava sia me, che Aaron, che Mark che quel maledetto scarafaggio di Jackson.

«Signorina Hernandez, può dirmi cosa sta succedendo?». Henricksen era il preside della scuola che frequentavo, ricordavo ancora la prima volta che fece il suo ingresso a scuola: tutti pensavano che fosse il coglione di turno ed essendoci molti ragazzi razzisti qui non avevano esistano a prenderlo in giro per il colore della sua pelle, ricordavo anche che il preside si era mostrato tutto tranne che tollerante. Aveva messo subito i puntini sulle "i", incastrato coloro che gli avevano bucato le ruote, rubato il portafoglio e be' attaccato davanti la porta della presidenza: "Datti fuoco, negro". Io non avevo mai tollerato il razzismo, erano tutti uguali indipendentemente dal colore della pelle, orientamento sessuale, intelligenza, sesso e tutto il resto. Ma, ovviamente, c'erano sempre quei dementi che non distinguevano neanche un piccolo uccellino da un falco. Il preside appoggiò le mani sulla scrivania, facendo così alzare le maniche della giacca grigia scuro, lasciando intravedere il Rolex al polso. Scrutava tutti noi in attesa di una risposta, avevo aspettato ma constatando che nessuno l'avrebbe fatto decisi che l'avrei fatto io.

«Io e Aaron stavamo andando un attimo in macchina perché io non trovavo il mio cellulare e Aaron non si fida a tal punto di me da lasciarmi le chiavi della sua auto, dato che siamo venuti con la sua, così eravamo andati nel parcheggio. Vedemmo subito Jackson con alcuni ragazzi della squadra di Basket e nuoto che circondavano qualcuno, ridevano così tanto che mi incuriosirono. Mi avvicinai e notai che prendevamo in giro Mark, dissi loro di smettere altrimenti avrei chiamato il preside, loro mi guardarono, risero di nuovo e Jackson DiLaurentis ne approfittò per rovesciare sopra questo ragazzo l'acqua congelata. Incazza- mi scusi, arrabbiata andai da Jackson e gli mollai un ceffone. Lui mi afferrò il gomito e mio fratello Aaron intervenì mollandogli un pugno. Fine». Spiegai brevemente e senza mentire. Sentendo le mani prudere dalla rabbia che provavo.

«Signorino DiLaurentis, è vero?». Il preside decide di sedersi e scrutare Jackson, con le palpebre socchiuse. Il sopracitato ragazzo aveva un'espressione beffarda e tranquilla, pensando, probabilmente, che suo padre sarebbe riuscito a tirarlo fuori da questa situazione. Accanto lui sedeva Mark con la testa china sulle mani che continuava a muovere. Aaron accanto a me, sbatteva nervosamente il piede sul pavimento di linoleum nero con la mascella e pugni serrati, segno che fosse ancora incredibilmente adirato. Io mi limitai ad osservare il gomito che Jackson aveva stretto guardandomi negli occhi con un odio che, nel profondo, mi aveva ferita. Non sapevo il motivo di tale ira nei miei confronti, sapevo che non era solo per il ceffone. C'era qualcosa di più.

«Non può interrogarci, siamo minorenni». Rispose Jackson, ghignando.

«In realtà, ne ho tutti i diritti in quanto l'accaduto è avvenuto nel parcheggio dopo tre minuti dell'inizio delle lezioni. Quindi signorino DiLaurentis la smetta di sentirsi così superiore e risponda al mio quesito, altrimenti sarò costretto a chiamare casa». Jackson stava sorridendo e nell'udire quell'affermazione il sorriso gli morì sulle labbra, io esultai mentalmente mentre il ragazzo si metteva seduto composto e le mani incrociate.

«Era legittima difesa, il ragazzo mi aveva disturbato». Si difese Jackson ma stava palesemente mentendo.

«E cosa avrebbe fatto il signorino Forest?». Domandò il preside, dovetti chiudere gli occhi, respirare per evitare di alzarmi di mollare un altro ceffone a Jackson.

Come una tempestaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora