Capitolo 33: Never

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Il tempo passava abbastanza velocemente, mi ero ritrovata alla fine di Gennaio in un batter d'occhio e l'ansia stava logorando tutti quanti. La paura soprattutto, perché di Krystal nessuna notizia. Niente di niente. Avevano anche allargato il campo di ricerca, ma nulla: silenzio. Ovunque si trovassero, erano nascosti bene. Troppo bene. Inoltre,  i genitori di Noah parevano non sapere dove si trovasse il figlio e una volta Informati di tutto, inizialmente non ci credevano ma vedendo che stavano dicendo la verità: sua madre era scoppiata in lacrime mentre suo padre era rimasto impassibile, aggiunsero che se avesse chiamato avrebbero contattato l'FBI, senza indugi. Come se non stesse succedendo nulla, a noi la vita continuava. Colton, Gabriel e Cassie si erano ambientati a New York, le relazioni andavano tutto a gonfie vele, Chloe e James stavano riempendo la casa con tutti gli acquisti fatti per il bambino/ a, i miei genitori quella sera avrebbero tenuto la cena a casa Hernandez con mia zia Katherine, zio Richard, I genitori di Colton e ovviamente non potevano mancare James e Chloe. Mio nonno non era per niente d'accordo e aveva avuto una discussione con papà, nonostante ciò quest'ultimo non aveva intenzione di tornare indietro. Aveva preso una decisione. Kendall aveva avuto la bellissima idea di organizzare una serata tra ragazze, quindi quella sera l'avremmo passata in un primo tempo al Central Park con i ragazzi, poi ci saremmo diretti a casa mia solo noi ragazze.

«Mark mi ha ricordato mio fratello, in un primo momento». La voce di Cassie interruppe il programma di quella sera, continuai a tenere lo sguardo sulla strada mentre Kendall, nel sedile accanto, abbassava il volume della radio. Cassie inoltre era diventata più socievole, aveva una cosa in comune a Kendall: lo shopping, infatti proprio il giorno precedente erano state il pomeriggio a fare shopping, mentre io Chanel eravamo state casa a giocare con la PlayStation.

«Tuo fratello?». Chiedemmo all'unisono io, Kendall e Chanel, ci aveva parlato dei suoi genitori, persone fantastiche da come li descriveva, ma mai di avere un fratello.

«Si». La sua voce si era ridotta al minimo, non c'era bisogno che mi girassi per capire che stava trattenendo le lacrime. «Henry. Si chiamava Henry». Mi si strinse il cuore nel realizzare che, probabilmente, non faceva più parte della sua vita. Non chiesi altro, ma volevo sapesse una cosa.

«Cassandra, non devi dire nient'altro, va bene così. Quando ti sentirai pronta, ci racconterai tutto. Però ti capisco, so quanto può essere brutto». Sorrisi tristemente attraverso lo specchietto, notando che Cassie aveva alzato lo sguardo e aveva gli occhi lucidi.

«Ma com'è morto?». Per poco non frenai nell'udire il quesito di Kendall, mi limitai a lanciarle un'occhiata degna di essere chiamata "occhiata fulminante".

«Sai dell'esistenza del tatto?». Esclamai, scioccata. Fermandomi al semaforo rosso. Kendall si portò una mano davanti le labbra, mortificata.

«Scusate, pensavo di averlo detto nella mia mente!». Provò a scusarsi e si voltò a guardare Cassie, di lì a poco, sentimmo una piccola risata.

«Tranquilla Kendall e grazie comunque. Dopo la sua morte, non ne ho mai parlato con nessuno e sinceramente non saprei da dove iniziare. E non so neanche se me la sento». Vidi Chanel abbracciare Cassandra, con fare amichevole. La sopracitata ragazza aveva lo sguardo assente, come se fosse persa nei ricordi. Nel frattempo, ripartii.

«Hai preso il caso di Mark così a cuore perché ti ricorda tuo fratello?». Chiese Chanel, dolcemente. Si susseguirono minuti passati in silenzio e notai che Cassandra aveva annuito, ritornai ad osservare la strada, svoltando a destra e annunciando di essere quasi arrivate. Accostammo davanti un palazzo presente a Manhattan, ci affrettammo a scendere e andare a chiamare Mark Forest. Aveva cambiato scuola, lasciando davanti il mio armadietto una rosa bianca e un biglietto in cui si scusava e mi ringraziava, quella mattina quando non si vedeva da circa due settimana a scuola, dopo quel giorno. E Cassandra aveva esposto potenziali motivi per cui avesse deciso di lasciare un semplicemente biglietto e non scusarsi di persona, e questa sua assenza e questo suo cambiamento ci aveva preoccupate: a tutte aveva sfiorato il pensiero di un possibile tentativo di suicidio. Soprattutto dopo che la segreteria della sua scuola ci aveva annunciato che a mettere le mie cose nell'armadietto non era stato neanche lui, bensì la madre che, tra l'altro, aveva detto che suo figlio soffriva di depressione. Digitammo il codice del suo citofono e aspettammo risposta, non ne ottenemmo. Ma non avevo intenzione di andare via. Ero riuscita a farmi dare il numero sia della madre che di Mark, provai con quest'ultimo non ottenendo risposta, così provai con la madre.

Come una tempestaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora