Alle 5:30 del mattino la sveglia squillò forte, rompendo il silenzio della mia ultima notte a New York. Michael, ancora mezzo addormentato, la colpì per sbaglio con la mano, facendola cadere a terra con un tonfo.
«Ops...» borbottò, girandosi dall'altra parte.
Io e Carly ci mettemmo a ridere, anche se con un po' di malinconia.
Ci alzammo, ci vestimmo e scendemmo in cucina dove mamma aveva preparato una colazione abbondante: pancake, spremuta d'arancia, e il mio caffèlatte preferito.
Dopo aver mangiato, papà e Jason iniziarono a caricare la macchina con le valigie. Guardavo ogni oggetto, ogni angolo di casa, cercando di imprimermi tutto nella memoria.
Mamma chiuse la porta di casa a chiave.
Un clic secco. Quel suono sembrava dire addio più delle nostre parole.
Con Carly e Michael, ci dirigemmo all'aeroporto. Durante il tragitto cercammo di evitare i silenzi tristi parlando di tutto e di niente, ma i sorrisi erano forzati. Quando la voce metallica annunciò il nostro volo, il momento dei saluti arrivò.
Carly mi strinse forte, quasi soffocandomi.
«Mi mancherai tantissimo, Madi...»
Michael invece appoggiò la fronte contro la mia e sussurrò:
«Non dimenticarti di noi.»
«Mai», dissi a fatica, stringendo entrambi.
Poi, accompagnata dai miei genitori, salii sull'aereo.
Ero tra Violet e mamma. Jason sedeva poco distante con papà, accanto a un signore anziano che russava come un trattore.
Il volo durò poco più di sette ore. Al mio arrivo, San Diego mi sembrava una cartolina: il cielo terso, il sole caldo e le palme ovunque. Un paesaggio completamente diverso dalla mia amata New York.
Papà chiamò un taxi e, una volta saliti, partimmo verso quella che sarebbe stata la nostra nuova casa.
Venticinque minuti dopo, la macchina si fermò davanti a una villa a due piani, con una piscina azzurra che brillava sotto il sole e un giardino curato che sembrava uscito da una rivista.
Papà aprì la porta d'ingresso.
Dentro, un grande open space accoglieva cucina e salotto, moderni, luminosi, e pieni di vita.
Salimmo al piano di sopra, dove c'erano sei camere da letto.
Jason e Violet si lanciarono subito nelle stanze che preferivano. Rimanevano quattro camere. Tre, in realtà, perché una era dei miei genitori.
Aprii la prima porta...
No. Troppo piccola. E senza finestre.
La seconda... no ancora. Troppo colorata, pareti arancioni e cuscini verdi.
La terza era perfetta.
Ampia, luminosa, con un balcone che dava sul giardino, un letto a una piazza e mezza, una scrivania, due armadi, una libreria, uno specchio enorme e persino un comò in stile vintage.
Mi sentii subito a casa.
Passai un'ora a sistemare le mie cose, riempiendo la libreria di vecchi romanzi, il comò con i miei gioielli e la scrivania con le foto di New York. Poi scesi al piano di sotto.
«Mamma, io esco a fare un giro per la città.»
«Va bene, Madi. Stai attenta e non fare tardi.»
Annuii, presi le cuffiette, le chiavi e uscii di casa.
San Diego mi travolse. Il profumo del mare, la gente sorridente, le palme che si muovevano al vento.
Camminai a lungo, senza una meta precisa, solo con la voglia di respirare aria nuova.
Entrai in qualche negozio, osservai i murales colorati e le vetrine piene di cose che non avevo mai visto. Mi sentivo... viva.
Persa nei miei pensieri, con la musica a tutto volume nelle orecchie, non mi accorsi di qualcuno davanti a me.
Sbam.
Finimmo entrambi a terra.
«Ehi, ma guardi dove...»
Mi bloccai appena alzai lo sguardo.
Davanti a me c'era un ragazzo. Alto, fisico scolpito, capelli castani leggermente spettinati e occhi nocciola che sembravano leggermi dentro. Indossava una felpa sportiva con il logo di una squadra di football e un'espressione seccata, ma anche un po' sorpresa.
«Ma... stai bene?» chiese alla fine.
«Sì, scusa! Non ti avevo visto... ascoltavo la musica e..» balbettai, imbarazzata.
Lui si alzò e mi porse la mano per aiutarmi.
«Sei nuova, vero?»
Annuii.
«Sì... mi sono appena trasferita qui. Vengo da New York.»
Lui accennò un sorrisetto, quasi divertito.
«Si vede. Hai ancora lo sguardo da città grande.»
«E tu invece sembri uno di quelli che si credono troppo fichi per chiedere scusa!» risposi d'istinto, incrociando le braccia.
Lui rise, stavolta per davvero.
«Touché. Mi chiamo Cameron. Cameron Dallas.»
Quel nome... mi suonava familiare.
«Madison. Madison Rose.»
Ci fissammo per qualche secondo. Silenzio. Strano. Intenso.
Poi lui alzò un sopracciglio.
«Bene, Madison da New York. Magari ci rivediamo. Magari no.»
E con un sorriso sfrontato, si voltò e se ne andò, lasciandomi lì, con il cuore che batteva forte e un sorriso che non riuscivo a trattenere.
Nemmeno lo sapevo ancora...
ma quella caduta era solo l'inizio.
||SPAZIO AUTRICE||
Ciao a tutti, questo è il 4 capitolo della mia storia.
Con chi si sarà scontrata la nostra protagonista?
Per scoprirlo basterà aspettare il capitolo successivo, quindi buonanotte e al prossimo aggiornamento!😘
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~𝙼𝚒 𝚑𝚊𝚒 𝚛𝚞𝚋𝚊𝚝𝚘 𝚒𝚕 𝚌𝚞𝚘𝚛𝚎~ 𝙲𝚊𝚖𝚎𝚛𝚘𝚗 𝙳𝚊𝚕𝚕𝚊𝚜
Fanfiction⚠️TUTTI I DIRITTI RISERVATI⚠️ Il rumore dei tacchi sul pavimento del corridoio era l'unico suono che accompagnava Madison Rose mentre si allontanava da quel luogo che le aveva rubato un pezzo di vita. Il cancello del collegio si chiuse alle sue spal...
